Abstract
L’esperienza lavorativa di Levi, in qualità di chimico impiegato – non esclusivamente ma in maggior misura – presso la Siva, torna a più riprese nella sua scrittura, in particolar modo nei racconti brevi contenuti all’interno della raccolta Il sistema periodico. Nonostante la visione del lavoro in fabbrica certamente positiva e ottimistica, – come appare all’interno de La chiave a stella, testo ampiamente analizzato dalla critica – una lettura approfondita dei racconti sopra menzionati mostra anche una certa posizione critica di fondo, specie nel trattamento destinato ai lavoratori che si fa, a tratti, ancora metafora del trattamento disumano subìto in Lager. Questo saggio analizza, dunque, cinque tra i racconti contenuti nella raccolta (Nichel, Cromo, Arsenico, Azoto e Vanadio) allo scopo di cercare di ottenere una panoramica, quanto più possibile completa, del problema trattato. Lungi, dunque, dallo sconfessare la visione ottimistica del lavoro in Levi, questo testo vuole accostare agli studi sul tema una nuova prospettiva di lettura che apra, come sempre in Levi, alla complessità.
Sin dalle origini della sua avventura di narratore il “centauro” Primo Levi, perennemente diviso a metà tra scienza e letteratura, ha costantemente espresso a più riprese il suo debito nei confronti del mestiere di chimico, della tecnica acquisita in anni di esperienze e del lavoro in fabbrica svolto parallelamente all'attività scrittoria per l'intero arco della sua vita. Per Levi: “la chimica diventa filtro interpretativo, chiave di comprensione del proprio ruolo nella società” (Porro, 2017: 18). Così, ad esempio, egli si esprime in un noto dialogo con Regge: […] La mia chimica mi ha fornito in primo luogo un vasto assortimento di metafore
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. Mi ritrovo più ricco di altri colleghi scrittori perché termini come “chiaro”, “scuro”, “pesante”, “leggero”, “azzurro” hanno una gamma di significati più estesa e più concreta […]. Dispongo di un inventario di materie prime […] per scrivere, un po’ più vasto di quello che possiede chi non ha una formazione tecnica […] come anche l'abitudine all'obiettività, a non lasciarsi ingannare facilmente dalle apparenze […]. Quando devo descrivere una moneta da due lire mi riesce bene. Se devo scrivere qualcosa di indefinito, ad esempio un carattere umano, allora ci riesco meno bene. (Ferrero, 2005: 59–60) celebra l’homo faber, la bellezza del lavoro. Ed è proprio questo approccio positivo, addirittura esaltante verso il lavoro che fa la differenza rispetto alla precedente letteratura di fabbrica […] impegnata invece quasi esclusivamente a denunciarne i risultati negativi. […]. Levi guarda al lavoro in un’ottica che potremmo definire “leonardesca”, cioè come soluzione ingegnosa ai problemi e costruzione di progresso. (Langella, 2021) La chiave a stella è il libro consacrato al lavoro. Quello in cui non solo lo si descrive, ma si discute intorno ai suoi segreti […]. Levi paragona il lavoro di montatore di gru e tralicci a quello di chimico (il Narratore, a cui Faussone racconta le sue avventure, si presenta in questa veste) e a quello di scrittore (il Narratore trascrive le storie del cavaliere-Faussone, ma spiega a sua volta come montatore, chimico e scrittore siano tutti e tre montatori.
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(Belpoliti, 2015a: 292) Levi pubblica e comincia a essere riconosciuto come uno scrittore […]. È il libro in cui le varie tastiere narrative di Levi […] le anime centauresche che albergano nella sua personalità di scrittore, trovano un accordo e una ricomposizione letteraria. (Belpoliti, 2015a: 251–257)
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Tra i racconti contenuti nel Sistema periodico, si è scelto qui di analizzare, proprio in funzione dello sguardo critico che rivolgono al sistema aziendale, i cinque che seguono: Nichel, incentrato sul lavoro svolto in una cava di amianto a Balangero per l'estrazione del prezioso metallo dal neolaureato Primo, in un periodo di poco antecedente la deportazione nel Lager di Auschwitz 8 ; Cromo 9 , che rimanda a un buffo episodio avvenuto nella piccola fabbrica Duco-Montecatini di Avigliana 10 ; Arsenico 11 e Azoto, dedicati al lavoro di ricerca svolti in un modesto laboratorio privato e Vanadio 12 , che, partendo dai problemi di asciugatura di una vernice in Siva 13 , permetterà finanche all’autore di riaprire il capitolo più buio della sua intera esistenza.
Come si è detto, l’amore per il lavoro, soprattutto quando è ben svolto e porta alla ricerca di soluzioni semplici a problemi apparentemente complessi, in un’ottica tutta leonardesca, è ampiamente trattato, non solo nel romanzo di Faussone ma anche nei racconti sopra menzionati: in Nichel, ad esempio, persino un abbaglio momentaneo entusiasma l’io narrante che, riflettendo sulla possibilità di estrarre grossa quantità di nichel dall’amianto, trova una soluzione apparentemente geniale pur se, di fatto, impraticabile: Pensavo di aver pensato una cosa che nessun altro aveva ancora pensato […]. Pensavo, infine di essermi presa una rivincita ignobile contro chi mi aveva dichiarato biologicamente inferiore […]. Non prevedevo che la mia interpretazione della separabilità magnetica del nichel era sostanzialmente sbagliata, come mi dimostrò il Tenente pochi giorni dopo. (Belpoliti, 2005: 434)
Si noti, nel passaggio sopra citato, la reiterazione del verbo “pensare”, vocabolo ricorrente nei racconti del Sistema periodico e riscontrabile anche, per fornire un solo esempio, nel successivo racconto Cerio 14 , altro caso emblematico delle potenzialità salvifiche di un lavoro ben svolto persino in un ambiente di morte, distruzione e annullamento dell’umanità come il Lager di Auschwitz 15 : “Dovevo aver superato la crisi più dura […] se allora riuscivo non solo a sopravvivere, ma anche a pensare” (Belpoliti, 2005: 489). In Cerio, infatti, – forte delle sue competenze per lo più teoriche e ancora non del tutto rinsaldate dall’esperienza di chimico industriale – Levi tenta anche (fallendo) di produrre artificialmente materiali commestibili estraendoli da glicerina, acidi grassi derivati dalla paraffina e cotone idrofilo (Belpoliti, 2005: 491). In Cerio, inoltre, si incontra la figura di Alberto, personaggio ben noto ai lettori di Levi, che qui funge da “moderno Prometeo […] allorché si sforza di impadronirsi della scoperta, fatta da Primo, di una scorta di cerio, per sfruttarla “commercialmente” sul mercato nero del campo” (Gordon, 2003: 168).
Della funzione salvifica del lavoro nella concezione leviana della vita si è abbondantemente scritto nel corso del tempo 16 ; ciò che invece spesso passa in secondo piano, nonostante nei racconti qui in analisi risulti evidente, è la polemica – palese sia pur sempre sottile e garbata, forte dei toni pacati cui Levi ha da sempre abituato suoi lettori – a ciò che l’autore trova ingiusto, antiumano, grottesco o meritevole di biasimo nel lavoro di fabbrica 17 .
Non una visione totalmente rosea, insomma, ma una critica a tutto tondo del lavoro operaio e dirigenziale, che ne evidenzia tanto gli aspetti gradevoli, quanto le storture e le interne incoerenze. Due punti di vista, si badi bene, non contraddittori ma complementari, che permettono all’autore una panoramica estremamente lucida del problema trattato.
Innanzitutto, non sempre il lavoro, pur amato e ben svolto, conduce automaticamente alla salvezza: ne è un chiaro esempio Vanadio che, forse, tra i racconti del Sistema periodico è quello che più fonde l’esperienza testimoniale di Levi con il suo lavoro in fabbrica: impiegandosi alla Siva, difatti, l’autore ha la possibilità di intrattenere una breve e sofferta corrispondenza con il Doktor Müller – personaggio a chiave per Ferdinand Meyer
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suo supervisore, uno dei più umani tra i carnefici, al tempo del laboratorio di Auschwitz – in un botta e risposta che, partendo da missive aziendali si fa via via più privato. Levi, chiaramente, cerca di ottenere da questo incontro epistolare una qualche forma di riscatto: “Ritrovarmi, da uomo a uomo, a fare i conti con uno degli “altri” era stato il mio desiderio più vivo e permanente del dopo-Lager […]. Non per fare vendetta […]. Solo per ristabilire le misure, e per dire “dunque?” (Belpoliti, 2005: 559–560). Non è un caso che il racconto prenda avvio da un problema industriale legato ad un inconveniente con il fornitore tedesco per una vernice “che non asciuga” (Belpoliti, 2005: 558): il riscatto sperato, infatti, può scaturire soltanto dal ruolo di lavoratore libero, di dirigente della Siva, che Levi al tempo ricopre: non più uno schiavo assoggettato all’abominevole, quanto inutile, produzione di gomma in Buna
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per i nazisti ma un capo d’azienda, che si trova, per di più, nella favorevole posizione di acquirente. Un confronto tra pari, insomma, determinato proprio dall’equivalersi dello status sociale che l’industria postbellica, nel pieno del suo fulgore economico-sociale, conferisce ai dottori Levi e Müller. Purtroppo, però, “Müller non è l’antagonista perfetto” (Magro e Sambi, 2022: 309), anche perché “la perfezione è delle vicende che si raccontano, non di quelle che si vivono” (Belpoliti, 2005: 560); il lavoro e la posizione sociale restaurata da soli non sono sufficienti e la resa dei conti, con indicibile sofferenza dell’autore, non sarà possibile, poiché il Doktor Müller “forse, in buona fede, si era costruito un passato di comodo” (Belpoliti, 2005: 565) e, anche dopo aver toccato con mano gli orrori del nazismo e preso atto di ciò che il Lager davvero aveva rappresentato, “Müller continuava […], a non avere “keine Ahnung”, a non rendersi conto” (Belpoliti, 2005: 565). In questo racconto è evidente come Levi: “abbia messo la narrazione al servizio della testimonianza” (Belpoliti, 2015a: 263)
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; come per le grandi opere concentrazionarie, torna il Levi testimone, questa volta fuori dal Lager, eppure non meno scosso né meno deluso dalla reazione del dottore, che un tempo figurava tra i suoi carnefici
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. Il ritorno alla vita libera, alla società civile, non costituisce per chi è stato deportato un annullamento dell’offesa subita, né tantomeno offre al carnefice possibilità di redenzione
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. Il tutto accade sullo sfondo della vita lavorativa di fabbrica, che se da un lato concede all’ex deportato una posizione di rilievo e, questa volta, di vantaggio sul suo interlocutore, non permette comunque alcuna forma di riscatto sulla tragedia passata. L’incontro tra i due, che “Müller richiede in modo contorto […] e che Levi nega in modo ambivalente” (Gordon, 2003: 42) è probabile sia realmente avvenuto nella realtà, sebbene la finzione narrativa non conceda aperture in tal senso: Se è vero che Primo Levi ha incontrato almeno una volta Meyer fuori dalla scrittura e gli ha parlato, almeno al telefono, così non è accaduto per il dottor Müller in Il sistema periodico. Qui, nella finzione, il rifiuto del nemico resta fermo, come l’elemento chimico vanadio che è raro, duttile, ma anche duro. (Belpoliti, 2015a: 273) piccolo, compatto e obeso […] aveva ciuffi di pelo nero un po’ dappertutto, dentro alle orecchie, dentro alle narici, sul dorso delle mani, e sulle falangi fin quasi alle unghie. Era profumato ed impomatato e aveva un aspetto volgare: sembrava un souteneur, o meglio un cattivo attore nella parte del souteneur. (Belpoliti, 2005: 521)
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Il bullo in questione è, dunque, un essere ributtante sia fisicamente che sul piano morale, poiché poco oltre l’io narrante aggiunge con un certo disprezzo che, nella squallida fabbrica di rossetti di scarsa qualità e a buon mercato: “le ragazze dovevano pitturarsi […] e lui le baciava tutte otto volte al giorno per controllare se il prodotto era solido al bacio” (Belpoliti, 2005: 523). Per di più, l’autore evidenzia distintamente la mala grazia – per non dire la violenza – con la quale il bullo tratta le dipendenti, da lui letteralmente manovrate alla stregua di oggetti inanimati e che, use a tali atteggiamenti, passivamente finiscono per comportarsi come tali: Il proprietario acchiappò sgarbatamente una delle ragazze, le mise una mano dietro alla nuca per avvicinare la sua bocca ai miei occhi, e mi invitò ad osservare bene il contorno delle labbra […]. Osservai, non senza imbarazzo: i fili rossi c’erano proprio, ma solo sulla metà destra della bocca della ragazza, che sottostava impassibile all’ispezione masticando gomma americana. (Belpoliti, 2005: 522)
Levi neppure trascura una rapida stoccata al problema ambientale: certo, il chimico non è il Calvino dell’appassionata denuncia riscontrabile in La Nuvola di Smog, ma – ancora in Nichel – testo in cui senza dubbio emerge tutto “il suo spirito di iniziativa” (Gordon, 2003: 127), egli non manca di sottolineare, ricalcando anche le medesime gradazioni cromatiche
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in scala di grigi rese nel racconto calviniano e volte ad incupire l’atmosfera, che alla cava di amianto – “piccola repubblica autonoma e dimenticata” (Ferrero, 2007: 67) – tutto il materiale di scarto: veniva scaricato a valle alla rinfusa. Anno dopo anno, la valle si andava riempiendo di una lenta valanga di polvere e ghiaia […] l’enorme lingua grigia, punteggiata di macigni nerastri, incedeva verso il basso laboriosamente, ponderosamente […] spostava di metri all’anno alcuni edifici costruiti troppo in basso. In uno di questi, detto “il sottomarino”, appunto per la sua silenziosa deriva, abitavo io. […]. Il capocava, che si chiamava Anteo
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, […] mi raccontò che, anni prima, una pioggia insistente aveva dilavato molte tonnellate d’amianto [che] si era accumulato […] costipandosi segretamente in un tappo. Nessuno aveva dato peso alla cosa […]. Lui Anteo, la vedeva brutta, ed aveva insistito presso il direttore […] ma un po’ di questo un po’ di quello […] bisognava sentire il consiglio d’amministrazione, nessuno voleva decidere, e decise la cava stessa, col suo genio maligno. Mentre i savi deliberavano, si era udito un boato sordo: il tappo aveva ceduto […] ed aveva devastato lo stabilimento. (Belpoliti, 2005: 422–423) C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina: se si lasciava qualche ora un libro su di un tavolo e poi lo si toglieva, se ne trovava il profilo in negativo; i tetti erano coperti da uno spesso strato polverino, che nei giorni di pioggia si imbeveva come una spugna, e ad un tratto franava violentemente a terra. (Belpoliti, 2005: 422–423)
In Arsenico si può, poi, chiaramente riscontrare anche una certa nostalgia nell’evoluzione che vede il passaggio dall’Italia della bottega artigiana a quella della piccola e media impresa. All’interno del racconto l’io narrante incontra un anziano calzolaio, orgogliosamente forte della perizia acquisita nel suo antico lavoro per il quale gli bastano, insieme alla pluriennale esperienza, “il martello e lo spago” (Belpoliti, 2005: 520) e del quale egli ammira a più riprese la “tranquilla dignità” (Belpoliti, 2005: 519). Tale serena imperturbabilità non cede neanche di fronte a un giovane concorrente “alto, bello e pieno d’ambizione [che] ha messo bottega a un tiro di schioppo, e l’ha riempita di macchine. Per allungare, per allargare, per cucire, per battere suola: non saprei neppure dirle […]” (Belpoliti, 2005: 519). Il giovane, simbolo del progresso della piccola impresa, adotta anche moderne strategie di marketing, inserendo nelle buche per le lettere del quartiere: “bigliettini col suo indirizzo e il telefono […] anche il telefono, sì, neanche fosse una levatrice […]. In principio teneva i prezzi bassi: ma poi ha dovuto alzarli, quando ha visto che ci rimetteva” (Belpoliti, 2005: 520). Ma “la vicenda che lo sconosciuto [l’anziano calzolaio] racconta è una storia di malvagità e di miseria” (Magro e Sambi, 2022: 227), poiché non pago della concorrenza leale, il giovane finirà addirittura per tentare di avvelenare l’anziano bottegaio con dell’arsenico nello zucchero. La vittoria schiacciante dell’antico sul nuovo – accompagnato all’aura di nostalgia per il mestiere di bottega che tende a svanire sotto il peso della modernità – verrà proprio dalle parole del ciabattino, che ne denotano “uno sguardo a distanza, non implicato nel caos e nella miseria umana” (Magro e Sambi, 2022: 227): – Vuole fare denuncia?
– No, no. Gliel’ho detto, è solo un povero diavolo, e non voglio rovinarlo. Anche per il mestiere, il mondo è grande e c’è posto per tutti: lui non lo sa, ma io sì […] domani gli rimando il cartoccio […] insieme con un bigliettino. Anzi, no: glielo voglio riportare io, così vedo che faccia fa e gli spiego due o tre cose […]. Bel mestiere, anche il vostro: ci va occhio e pazienza. Chi non ne ha, è meglio che se ne cerchi un altro. (Belpoliti, 2005: 520)
Arsenico, insomma: “si risolve ancora una volta nell’elogio del lavoro manuale” (Ferrero, 2007: 68).
Proseguendo nella raccolta, ci si imbatte nella sagacia del Levi adulto, che rievoca le sue prime esperienze aziendali – in cui “si esercita come chimico praticante” (Gordon, 2018: 487) – dopo l’uscita dal Lager. Il racconto Cromo si apre alla mensa dei verniciai, presumibilmente della Siva, durante una pausa pranzo in cui l’autore evidenzia l’assurda – e decisamente comica – abitudine aziendale di lasciare inalterati alcuni procedimenti pressoché inutili, unicamente perché, dalle carte accumulatesi in anni di burocrazia “non uno iota può venire mutato” (Belpoliti, 2005: 508). Levi racconta come, da una sua stessa trovata di inserire cloruro d’ammonio nelle vernici impolmonite
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per renderle nuovamente fluide, quell’elemento venga ancora – dopo svariati anni – inutilmente aggiunto alla composizione di una “sostanza instabile per definizione” (Belpoliti, 2005: 556), sebbene nessuno – al di là di Levi stesso – in quella “grande fabbrica in riva al lago […] dove ho imparato i rudimenti del mestiere verniciario negli anni 1946–47” (Belpoliti, 2005: 500) sia in grado di spiegarne il perché: l’autore e i compagni si raccontano casi del mestiere in cui formule o pratiche esoteriche sono persistite nel laboratorio per generazioni anche quando tutti hanno perso la memoria della loro origine, del perché, della loro funzione tecnica – per pura scaramanzia, per non disturbare operazioni spesso delicate e convalidate dal tempo. In questo modo, la scienza si capovolge e si trasforma (ritorna) in magia. (Gordon, 2018: 487–488)
Insomma, Levi è un autore che ha abituato il lettore alla complessità della scrittura come della vita stessa, alla fiducia nell’uomo intesa come un “coglierne le antinomie, non semplificare” (Mauro, 2009: 133), a “trovare […] l’oblò da cui è possibile scrutare il turbinio delle possibilità compresenti” (Bartezzaghi, 2012: 25). La sua polemica, allora, lungi dal venir meno, esiste e va letta tra le righe. È innegabile che l’autore “paladino di una certa etica del lavoro” (Gordon, 2003: 119), sia perennemente innamorato del suo mestiere
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, che gli permette persino – come narrato in Vanadio
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– di collaborare e, anzi, di provare (sia pur senza successo) a rivalersi da pari a pari con i dipendenti di un’azienda satellite della IG-Farben, quella stessa che durante la Guerra aveva assunto manodopera schiava tra gli ebrei. Ciò, però, non implica che l’autore torinese si discosti completamente dalle tematiche legate alla critica intellettuale verso lo sviluppo industriale degli anni 1950–70 in Italia. È indubbio, insomma, che La chiave a stella celebri l’amore per il proprio lavoro, come che Il sistema periodico voglia ripercorrere il filo dei ricordi – e non solo – legati al fascino della chimica. È altrettanto vero, però, che la critica – nemmeno tanto velata – al sistema del lavoro in fabbrica esiste ed è ben visibile tra le righe dei racconti contenuti nella raccolta. Una prospettiva, anche in tal senso, continuamente “al di qua del bene e del male”, della netta dicotomia tra “buono” e “cattivo” e che riesce a fondere – senza, però, confonderle – le innumerevoli e caleidoscopiche sfumature di una visione ottimisticamente innamorata del lavoro con quelle dei concreti problemi legati a una realtà aziendale in fervente e precipitosa ascesa. In Levi le storie – reali o inventate […] – sono alla base di quasi tutto quello che scrive; con la loro umanissima particolarità e varietà, forniscono materia grezza per il suo universo etico, le persone e gli esempi che animano la sua flessibile visione della vita, e rappresentano la migliore difesa contro la generalizzazione riduttiva e l’eccessiva semplificazione, alimentando allo stesso tempo l’indagine etica, senza mai limitarsi al semplice aneddoto. (Gordon, 2003: 207)
