Abstract
This article examines Italo Calvino's collaboration with Botteghe Oscure, a literary journal edited by Giorgio Bassani. In particular, it focuses on the two pieces he published therein: The Argentine Ant (1952), and A Plunge into Real Estate (1957). The primary aim is to explore potential intersections between Calvino's ecological vision and the humanist environmentalism espoused by Princess Marguerite Caetani – founder of the journal and guardian of the Garden of Ninfa – and by Bassani himself, who in 1955 co-founded the association Italia Nostra, eventually becoming its President in 1965. However, the analysis of the fragmentary and often opaque editorial traces will lead to the delineation of two antithetical approaches to environmental concerns, reflecting the 20th-century debate over the “two cultures”. On one hand stands Calvino's anti-anthropocentric and transformative perspective, ethnographically attentive to the techniques through which humankind has inscribed itself upon the earth; on the other, a sensibility that perceives nature and culture as harmoniously intertwined within the beauty of the landscape – an outlook rooted in the memory of tradition and committed to the preservation of places and monuments (villas, gardens, historic cities).
Nell’Italia del secondo dopoguerra, che faticosamente cercava di rimettere in piedi le proprie macerie, al contempo dotandosi di strutture e infrastrutture al passo con i tempi, le problematiche di carattere ambientale rimanevano ancora ai margini del dibattito pubblico, fatta eccezione per alcuni pionieri che si rivelano particolarmente sensibili al tema ecologico. Tra questi, se si restringe il campo d’osservazione alla letteratura, si stagliano le figure di Giorgio Bassani (nato nel 1916) e di Italo Calvino (1923); intellettuali che dimostrano già, in anticipo sulla stagione del boom economico, una marcata propensione a ragionare su binomi in parte sovrapponibili: civiltà/paesaggio, storia/natura, tradizione/innovazione, conservazione/trasformazione, memoria/oblio. Diversi per geografie d’origine e afferenze culturali, Bassani e Calvino si conoscono, si stimano e si pubblicano a vicenda. Fatto più rilevante, maturano una coscienza ambientale praticamente in contemporanea e in parallelo. Lo scopo di questo articolo, da un lato, sarà misurare le possibili interferenze di una specifica attività di Bassani, quella di caporedattore per la rivista Botteghe Oscure, sul taglio ambientalista dei due racconti che Calvino vi pubblica negli anni Cinquanta; dall’altro, sarà cercare, in maniera contrastiva, di cogliere la specificità dei rispettivi approcci, entrambi rilevanti per lo sviluppo di un discorso ambientalista in Italia. Un Paese, come ha sottolineato Niccolò Scaffai, nel quale “l’idea di natura è mediata dalla cultura”, e in particolare dall’arte (Scaffai, 2017: 167), con la conseguenza che, nel bene e nel male, proprio agli esponenti delle humanities è stato affidato nel Novecento un ruolo di primo piano nell’elaborazione dei problemi ecologici, persino sul piano legislativo.
Calvino e i racconti per Botteghe Oscure
Due, si diceva, sono i racconti di Calvino che escono su Botteghe Oscure negli anni Cinquanta. Il primo, pubblicato nel quaderno X (1952), è La formica argentina, proposto da Calvino stesso a Bassani il 3 maggio del 1952 (Bassani, 2019: 32), che in calce porta le date “agosto 1949–aprile 1952” (Calvino, 1952b: 441). Il secondo, sollecitato direttamente dalla Principessa Marguerite Caetani, fondatrice della rivista, e uscito sul quaderno XX (1957), è La speculazione edilizia, datato “5 aprile 1956–12 luglio 1957” (Calvino, 1957b: 517): cominciato quindi prima di portare a termine il lavoro sulle Fiabe italiane e in contemporanea, anzi in anticipo sul Barone rampante (Calvino, 1957a), che Calvino data a partire dal 10 dicembre del 1956 e che però concluderà in fretta, già il 26 febbraio del 1957.
Dal carteggio tra Calvino e Bassani rimesso insieme da Cristiano Spila, si riesce a ricostruire anche quanto stava intorno alle due pubblicazioni ora menzionate. Il primo invito a pubblicare su Botteghe Oscure era stato avanzato da Bassani per il tramite di Natalia Ginzburg; Calvino, intorno al febbraio del 1951, aveva risposto con l’invio di un racconto, L’avventura di una bagnante, presumibilmente però troppo breve (Bassani, 2019: 31; uscirà poi su Paragone-Letteratura nell’agosto di quell’anno). Si può congetturare che La formica argentina, mandato a Bassani un anno più tardi, si sia inserito nello spazio aperto da questo primo abboccamento. Bisogna aggiungere però che Calvino aveva pensato di collocare su Botteghe Oscure anche Il visconte dimezzato (Calvino, 1952a), “perché in volume mi pareva di dargli troppa importanza”, come confida a Carlo Salinari in una lettera del 7 agosto 1952, e che invece verrà destinato alla collana dei Gettoni diretta da Elio Vittorini (Calvino, 2023: 223–224). Un altro passaggio a vuoto è documentato da una lettera di Calvino a Bassani del 31 luglio 1953, quando l’einaudiano declina un nuovo invito, giustificandosi tra l’altro con la lunghezza dei testi che Botteghe Oscure pubblicava (“Anche di cento pagine… una parola! Appena avrò qualcosa di una certa ampiezza, e che mi soddisfi pienamente, sarò felice di mandarlo a Botteghe Oscure” (Bassani, 2019: 44).
Al netto di quanto si è perso per strada, quelli effettivamente usciti su Botteghe Oscure sono due racconti lunghi che prendono, da angolazioni diverse, la tematica ambientalista: La formica argentina è la storia dell’invasione di questa specie alloctona nell’habitat della riviera ligure, mentre La speculazione edilizia mostra come tale paesaggio venga rapidamente sommerso da tonnellate di mattoni e cemento, per assecondare i desideri di un’Italia che sta scoprendo il benessere e vuole monetizzare quanto possibile il patrimonio costituito dal proprio paesaggio. A far percepire una continuità tra La formica argentina e La speculazione edilizia, tra l’altro, c’è il fatto che i due testi andranno a comporre insieme l’ultima sezione della raccolta calviniana dei Racconti, del 1958, intitolata La vita difficile; con l’aggiunta della Nuvola di smog, altro testo ambientalista (1958 anch’esso), che in una lettera del dicembre di quell’anno a Cesare Cases, Calvino definisce “un pendant” della Formica ambientato “nel mondo cittadino”, ma aggiungendo che “l’intuizione poetica prima è nella Formica”, la quale quindi risulta “senza dubbio molto superiore alla Nuvola” (Calvino, 2023: 379). Insomma, il nucleo della riflessione di Calvino intorno all’ambiente, per sua stessa ammissione, sta nei primi due racconti della sezione, quelli usciti su Botteghe Oscure.
La prima ipotesi da cui occorre partire è che Calvino abbia dato a Bassani appunto questi racconti perché al corrente della sensibilità ambientalista di Marguerite Caetani, la mecenate di Botteghe Oscure, e di Bassani stesso. La Principessa, come tutti la chiamavano, moglie di Roffredo Caetani di Sermoneta, abitava a Roma in via delle Botteghe Oscure, che figurava anche come sede di pubblicazione dell’omonima rivista. Tuttavia dagli anni Trenta, insieme al marito e alla figlia Lelia, aveva cominciato a occuparsi del Giardino di Ninfa, residenza estiva della famiglia Caetani, creato all’inglese dalla madre di Roffredo, Ada Bootle-Wilbraham: Marguerite lo trasformò in un’oasi naturalistica che ancora oggi ha pochi eguali, in Italia e nel mondo, ma lo rese anche un luogo di cultura, ospitandovi gli artisti e i letterati legati alle due riviste da lei promosse, Commerce (1924–1932) e appunto Botteghe Oscure (1948–1960) (si veda Dennett, 2020). Certamente influenzato da tale frequentazione, Bassani è tra coloro che il 29 ottobre del 1955 fondano l’associazione Italia Nostra, insieme a Elena Croce (figlia di Benedetto) e altre figure di rilievo della cultura italiana (Umberto Zanotti Bianco, primo presidente, Pietro Paolo Trompeo, Desideria Pasolini dall’Onda, Luigi Magnani e Hubert Howard, quest’ultimo amico di famiglia nonché genero di Marguerite Caetani, avendone sposata la figlia Lelia nel 1951, e residente proprio alla villa di Ninfa (Pasolini, 2004)). Come recita l’articolo 3 dell’atto costitutivo, lo scopo di Italia Nostra è “suscitare un più vivo interesse per i problemi inerenti alla conservazione del paesaggio, dei monumenti e del carattere ambientale della città, specialmente in rapporto all’urbanistica moderna”, nonché “assicurare l’adempimento delle leggi vigenti e promuovere provvidenze legislative atte ad evitare le manomissioni del patrimonio artistico-ambientale e ad impedire le speculazioni che le determinano”, ma anche “considerare la possibilità di alleggerimenti fiscali per facilitare la manutenzione di castelli, ville, giardini ed il loro pubblico godimento” e “promuovere l’acquisto di edifici o proprietà in genere di valore storico-artistico (come fa ad esempio in Inghilterra il National Trust), e assicurarne eventualmente la tutela secondo le esigenze del pubblico interesse” (Zanotti Bianco et al., 1955).
Il riferimento all’urbanistica moderna della città e alle “speculazioni” che la investono sembra suggerire una forte affinità tra le istanze di Italia Nostra e un racconto come quello che di lì a pochi mesi sarà scritto da Calvino, che appunto a una Speculazione edilizia è intitolato. In realtà, la pista di una corrispondenza d’intenti tra Calvino e la redazione di Botteghe Oscure sembra assumere presto i contorni di un vicolo cieco, sia per quanto riguarda le intenzioni dell’autore, sia per quelle della committenza. Dei rapporti tra Calvino e Marguerite Caetani, o almeno di quanto Calvino sapesse su di lei, non rimane traccia. Intorno all’invio della Formica argentina risulta molto difficile fare ipotesi in tal senso. Nel 1957, ossia due anni dopo la creazione di Italia Nostra, l’impressione fornita dalle tracce epistolari è che l’invio della Speculazione edilizia sia comunque frutto di un caso. Certamente la principessa Caetani non poteva conoscere in anteprima il contenuto del Barone rampante, tra i testi ecologisti per eccellenza di Calvino, accanto al quale La speculazione edilizia si sviluppa come una riproposizione fuor di metafora, condotta in tono realista-psicologico (ma a Bassani, che la metterà al corrente in giugno, il libro non piacerà: Bassani e Caetani, 2011: 164). Dunque, l’invito a pubblicare un racconto su Botteghe Oscure non era stato avanzato per dare seguito al filone verde in cui il Barone si inseriva. Dal lato di Calvino, l’ideazione della Speculazione edilizia, ricondotta dall’autore stesso al 5 aprile 1956, con ogni probabilità precede di parecchio la lettera, non conservata, con cui Caetani sollecita a Calvino un testo per Botteghe Oscure, e alla quale l’autore risponde il 17 gennaio del 1957, dandone poi un riscontro a Bassani il 1° febbraio (Calvino, 2023: 314–315 e Bassani, 2019: 65; la lettera a Caetani si legge in Valli, 1999: 133). Quanto a Italia Nostra, forse Calvino poteva avere qualche nozione intorno all’esistenza dell’associazione, ma altri erano i temi del suo dialogo con Bassani, intercettato principalmente come autore che ha saputo cogliere “certi dissidi della coscienza italiana borghese” (Calvino, 1995: 2713), mettendo a contrasto “l’elemento epico e tragico” per dipingere la “tensione morale che la Resistenza ha rappresentato nelle esistenze individuali e nella storia collettiva” (1995: 69). Non è noto il giudizio di Bassani sulla Speculazione edilizia, ma da una responsiva di Calvino del 30 luglio 1957 non è dato trarre alcun indizio in chiave ecologista (Bassani, 2019: 70 e Calvino, 2023: 328–329).
Queste considerazioni sembrano scoraggiare una collocazione della Speculazione edilizia nel cono di luce di Italia Nostra. Anche da una prospettiva più allargata, se si va a compulsare il carteggio editoriale tra Bassani e Caetani, proprio relativo all’allestimento dei fascicoli di Botteghe Oscure, quello ambientalista non è mai un problema che emerga, tra i criteri di selezione dei testi che verranno proposti sulla rivista (Bassani e Caetani, 2011). Botteghe Oscure, che ha una linea molto chiara per esempio nel proporre una letteratura realistico-psicologica alternativa al neorealismo (Tortora, 2007: e magari questa istanza può effettivamente avere convinto Calvino che lo stile della Formica argentina e poi della Speculazione edilizia fosse adatto alla rivista), non sembra essere uno spazio d’incubazione per lo speciale tipo di umanesimo ecologista che propugna Italia Nostra, nato per proteggere i beni culturali e ambientali. Circostanza stupefacente, a dire il vero, e tanto più strana perché nel 1948, a presentare Bassani e Marguerite Caetani, era stata proprio Elena Croce, tra gli ispiratori più assidui anche di Botteghe Oscure (Valli, 1999: 15–19); a quanto pare, tuttavia, si trattava di binari paralleli.
Del resto, lo stesso Bassani arriva molto gradualmente a esprimersi su questi argomenti. A sfogliare il volume curato da Piero Pieri che contiene Racconti, diari, cronache di Bassani, cioè gli scritti giovanili, composti dal 1935 al 1956 (Bassani, 2014), così come la bibliografia delle sue opere curata da Portia Prebys, non si trova niente che concerna direttamente il tema ambientalista (Prebys, 2010). Niente fino al gennaio del 1958, tre anni dopo la fondazione di Italia Nostra, quando Bassani pubblica sul Gatto Selvatico, l’house organ dell’ENI, diretto da Attilio Bertolucci, un breve pezzo dal titolo “Il mistero di Ninfa”, dedicato ovviamente al Giardino di Ninfa, annesso al Castello Caetani di Sermoneta, nel territorio di Latina, cui la principessa Caetani prestava la sua laboriosità di giardiniera, e che di fatto rappresentava la sede ufficiosa della rivista Botteghe Oscure. Per trovare la firma di Bassani sul bollettino di Italia Nostra, che nasce nel marzo-aprile del 1957, bisogna aspettare addirittura il fascicolo di marzo-aprile 1964, quando l’autore descrive “Il progetto di una metropolitana sublagunare presentato dal Rotary” (Bassani, 1964, poi in Bassani, 2018: 27-29). Praticamente ci si trova alle soglie del momento in cui Bassani assumerà la presidenza dell’associazione, nel 1965.
Proprio il testo sul “Mistero di Ninfa”, però, praticamente contemporaneo alla Speculazione edilizia, pur nella diversità delle forme letterarie e delle committenze, può essere utile per mettere a confronto la postura ambientalista di Bassani rispetto a quella di Calvino, che per certi aspetti sembrano collocarsi agli antipodi del discorso novecentesco sulle due culture. Si vedrà come da una parte, quella di Bassani e di Italia Nostra, stiano l’umanesimo, la tutela della tradizione e quindi del passato e della memoria, il senso della storia come profondità culturale e il senso del paesaggio come luogo dell’incontro felice tra le meraviglie dell’arte e della natura. Dall’altra parte, quella di Calvino, si staglierà il profilo di uno scrittore non troppo amico della conservazione e della tutela. Va ricordato che nel febbraio del 1946, sulle colonne del Politecnico, con un intervento dal titolo “Sanremo città dell’oro”, Calvino era arrivato ad augurarsi la demolizione della Pigna, il quartiere medievale di Sanremo, perché luogo di miseria e di ghettizzazione delle fasce più povere della cittadinanza (e non per niente è da lì che viene Pin, nel Sentiero dei nidi di ragno: Calvino, 1947); peraltro fornendo una maligna alternativa alla distruzione: “lasciarla agli amatori di vestigia medioevali” (Calvino, 1995: 2375). Piuttosto, da buon marxista, Calvino preferisce orientarsi al futuro, e dopo l’uscita dal Partito Comunista farà della scienza il proprio vessillo, cercando di allontanarsi quanto possibile dalla bonaccia di un umanesimo antropocentrico ormai sentito come insostenibile.
Della stagione che inizia con gli anni Sessanta, Le cosmicomiche del 1965 sono il manifesto narrativo, ma un secondo manifesto, stavolta teorico, potrebbe essere riconosciuto in un saggio di Alain Robbe-Grillet, Natura, umanesimo, tragedia, contenuto nel volume Pour un nouveau roman (1961) e subito indicato nella programmatica Sfida al labirinto (1962) come una “proposta” che potrà essere “sviluppata dalla letteratura a venire”, perché priva “di suggestioni antropomorfe e antropocentriche” (Calvino, 1995: 120). In quel testo, che verrà tradotto in Italia nel 1965, Robbe-Grillet afferma con chiarezza che essere anti-antropocentrici non significa escludere l’umano dal proprio discorso sul mondo: Se io dico: “Il mondo è l’uomo” otterrò sempre la assoluzione; mentre se io dico: “Le cose sono le cose, e l’uomo non è che l’uomo”, vengo subito riconosciuto colpevole di delitto contro l’umanità. Il delitto consiste nell’affermare che esiste qualcosa, nel mondo, che non è l’uomo, che non gli fa alcun segno, che non ha niente in comune con lui. (Robbe-Grillet, 1965: 75)
Sono parole, per inciso, che riassumono alla perfezione il ribaltamento, o lo straniamento, da cui nasce il moderno pensiero sull’ecologia, che vede l’essere umano rinunciare al proprio dominio sull’ambiente, e ammettere di essere solo una parte dell’ecosistema in cui abita e con il quale interagisce (Iovino, 2004: 17–34; Scaffai, 2017: 23–28).
Bassani sul Gatto Selvatico
“Il mistero di Ninfa”, l’articolo di Bassani per Il Gatto Selvatico, inaugura una rubrica che si intitola Bella Italia, denominazione sotto cui si collocheranno poi i testi di Riccardo Bacchelli sui Mille rivi del Garda (1959, n. 3), di Giovanni Comisso sulla Riviera di Brenta (1959, n. 9), e poi dal 1961 al 1962 di molte altre firme, con una cadenza di quattro-cinque all’anno, su Sabbioneta, Velleia, Spoleto, Valeggio sul Mincio, Ischia, Cortona, Sperlonga e così via. L’idea è quella di suggestionare il lettore con la presentazione di luoghi belli, appunto, da visitare per turismo, in coerenza con la linea del periodico, che appartenendo a una società petrolifera caldeggia gli spostamenti in automobile sul territorio nazionale. Un’operazione simile quindi a quella che conduceva in quegli anni Le vie d’Italia, la rivista del Touring Club; ma negli stessi mesi dell’articolo di Bassani, tra il dicembre 1957 e il 1958, va in onda sulla Rai anche il Viaggio lungo la valle del Po di Mario Soldati, per esempio, mentre Guido Piovene già nel 1957 con Mondadori aveva pubblicato il suo Viaggio in Italia, guida letteraria che raccoglieva gli spunti della trasmissione radiofonica RAI portata avanti dal 1953 al 1956 (cf. Scaffai, 2017: 171–174).
Nelle tre paginette di Bassani si riconoscono tutti gli elementi del militante di Italia Nostra. Il brano inizia come inizierà quattro anni più tardi Il giardino dei Finzi-Contini (un altro giardino: Bassani, 1962): cioè con una gita fuoriporta in automobile. Là si tratterà dell’Aurelia; qua Bassani, preso atto che da poco tempo la tratta ferroviaria Velletri-Terracina è stata chiusa, vagheggia, dice, “la bellissima strada asfaltata, serpeggiante fra molli ondulazioni, che probabilmente verrà costruita seguendo il vecchio tracciato dei binari” e che “servirà magnificamente a decongestionare il traffico dell’Appia”, diventando “una di quelle poetiche strade secondarie di cui, in Italia, soltanto il Lazio sembra avere la prerogativa” (Bassani, 1958: 15). Prima di arrivare al presente, Bassani ripercorre tutta la vicenda di quella che chiama “la Pompei del Medioevo”: definizione presa in prestito da Ferdinand Gregorovius, storico di Roma antica, noto per i cinque volumi delle sue Passeggiate per l’Italia, usciti tra il 1856 e il 1877, ma che qui viene citato per il “famoso libro”, scrive Bassani, “Roma e dintorni”; che in realtà non esiste: è il nome della Guida d’Italia del Touring Club dedicata appunto a Roma e dintorni, stampata per la prima volta nel 1925 (Bassani, 1958: 15). La lunga citazione fatta da Bassani invece viene dal primo volume delle Passeggiate, sezione “I monti Volsci”, uscito per Carboni nel 1906: il lapsus è rivelatore (la sezione peraltro è datata 1860, mentre Bassani indica il 1873).
Solo dopo avere ricordato la grandezza passata della città di Ninfa e la sua decadenza basso-medievale, che aveva fatto delle sue rovine una meta del Grand Tour romantico, Bassani passa a parlare della famiglia Caetani, che già possedeva il territorio di Ninfa nel Trecento, e che adesso ha trasformato quei ruderi in una “meravigliosa dimora di campagna”, con il suo parco lussureggiante di fiori e di acque, e con il suo laghetto, dove nuotano trote “antiche come gli Etruschi” (Bassani, 1958: 17), ancora ad anticipare l’incipit del Giardino dei Finzi-Contini e la sua necropoli di Cerveteri. Insomma: se nello statuto di Italia Nostra ci si propone di sensibilizzare sul tema della conservazione dei beni culturali, anche con alleggerimenti fiscali “per facilitare la manutenzione di castelli, ville, giardini” (ville e giardini, dunque), Bassani nel “Mistero di Ninfa” fornisce un esempio concreto dell’idea di umanesimo ambientalista che lui e la principessa Caetani portavano avanti in quegli anni.
Italia Nostra, d’altro canto, non faceva che proseguire una battaglia che a livello normativo e politico aveva preso le mosse con una legge dell’11 giugno 1922, la n. 778, redatta Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico e promossa dal ministro dell’Istruzione di allora: Benedetto Croce, il padre di Elena (Panetta, 2023; Scaffai, 2017: 168). “Bellezze naturali” e “immobili di particolare interesse storico” erano posti sul medesimo piano, e vale la pena di mettere l’enfasi sull’idea di bellezza che accomuna scenari della natura e monumenti architettonici. Nella coscienza del legislatore, il paesaggio è un tutt’uno con la civiltà che vi è immersa (o in cui si trova immerso), mentre il fatto stesso che sia il Ministero dell’Istruzione pubblica a occuparsene, in assenza di un gabinetto ad hoc, dimostra come sia pacificamente data per scontata una sostanziale corrispondenza tra bello estetico e valori comunitari, per non dire identitari (una condivisione di prospettive tra i letterati dell’epoca su cui si è soffermato ancora Scaffai (2017: 167–171)). Italia Nostra, fondata da personaggi che in larga parte avevano preso parte alla Resistenza, vedrà come parte della propria missione il “promuovere la democrazia in Italia”, ossia “aiutare in qualche modo lo Stato ad esistere, anche attraverso la conservazione dei beni artistici e paesistici”, come annoterà Bassani nei primi anni Sessanta (2005: 5).
L’impianto della legge 778/1922 verrà mantenuto anche dalla legge successiva, del 29 giugno 1939, n. 1497, pur intitolata solamente alla Protezione delle bellezze naturali (provvedimento quantomeno intempestivo, che arriva appena due mesi prima dell’invasione della Polonia da parte di Hitler). Il testo dichiara che sono soggette alla presente legge a causa del loro notevole interesse pubblico: 1 le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica; 2. le ville, i giardini e i parchi che, non contemplati dalle leggi per la tutela delle cose d’interesse artistico o storico, si distinguono per la loro non comune bellezza; 3. i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale; 4. le bellezze panoramiche considerate come quadri naturali e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze. (Legge 1497/1939)
Ville, giardini e parchi vengono dunque esplicitamente additati come parte delle bellezze naturali della nazione: appunto per questo lo statuto di Italia Nostra parla prima di tutto di “stimolare l’applicazione delle leggi vigenti”.
Villa Meridiana
È curioso, ma a questo punto ci si può chiedere se sia davvero un caso, che proprio di una villa e di un giardino parli La speculazione edilizia, dove in fin dei conti si assiste al rovescio della tutela, ossia lo smantellamento. Villa Meridiana oggi figura in tutti gli itinerari turistici di Sanremo, proprio grazie alla fama di Calvino (Pesce, 2022), ma all’epoca il peso delle tasse aveva costretto la famiglia a mettere in vendita un appezzamento ai piedi del giardino, trasformandolo in suolo edificabile e anche con una certa fretta (Lupi, 2023: 90–101). Si era trattato di due tasse in particolare, che vengono menzionate nella Speculazione: quella di successione sull’eredità di Mario Calvino, padre di Italo, scomparso nel 1951, e una patrimoniale straordinaria (Calvino, 1991b: 786). Viene da chiedersi se con gli “alleggerimenti fiscali” richiesti da Italia Nostra per le ville d’interesse storico-paesaggistico le cose sarebbero andate diversamente. Ma troppo recente, forse, risultava l’attività svolta dalla Stazione sperimentale di floricoltura, perché Villa Meridiana finisse nel radar della Soprintendenza come bene storico.
Valeva in quegli anni, e sarebbe valsa fino al 2008, la legge 1089/1939, Tutela delle cose d’interesse artistico o storico, che appunto vincolava i beni mobili e immobili “che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico”, ivi comprese “le ville, i parchi e i giardini che abbiano interesse artistico o storico”. Un tale vincolo proteggeva, ad esempio, i Giardini Botanici Hanbury del promontorio della Mortola, nel territorio di Ventimiglia, voluti nel 1867 dal viaggiatore inglese sir Thomas Hanbury e dal fratello Daniel: un giardino di acclimatazione di diversi ettari, oggi affidati in gestione all’Università degli studi di Genova. Si cita questo luogo perché, nonostante il vincolo, anch’esso era stato minacciato dalla cementificazione degli anni Cinquanta, e proprio Eva Mameli aveva alzato la voce “presso enti provinciali e nazionali” per difenderlo “contro una deprecata alienazione dello stesso come terreno fabbricabile” (Mameli Calvino, 1958a: 61; sarebbe poi stato acquisito dallo Stato italiano nel 1960).
Si leggono queste parole nella “Relazione dell’attività svolta dalla Stazione sperimentale di floricoltura nell’anno 1957”, il resoconto che Eva Mameli destinava annualmente agli Annali della sperimentazione agraria, bollettino del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Un documento molto interessante, al pari delle relazioni che ogni anno, puntualmente, la direttrice inviava agli Annali, che permettono in realtà di ricostruire i consistenti aiuti ricevuti dalla Stazione sperimentale da parte delle istituzioni: dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, in particolare, e dall’Amministrazione Aiuti Internazionali (Stoppoloni, 2023), che già nel 1949 aveva acquistato Villa Bel Respiro, in Corso degli Inglesi, per adibirla a nuova sede della Stazione, come in effetti avverrà nel 1958, l’8 giugno, con cerimonia ufficiale (Mameli Calvino, 1958a: 37; 1958b: 143). Ma anche dalla Camera di Commercio, Industria e Agricoltura di Imperia e dal Comune di Sanremo, per quanto riguarda l’acquisto di un terreno confinante con il giardino di Villa Bel Respiro (Mameli Calvino, 1957: 194).
Se le cose, per la famiglia Calvino, si erano messe male a livello economico, non si può dire quindi che le istituzioni siano rimaste a guardare, almeno per quanto riguarda il consolidamento della Stazione sperimentale di floricoltura, se ben quattro enti, tra cui il Ministero dell’Agricoltura, si erano mossi tempestivamente per garantirne il proseguimento e anzi l’ampliamento delle attività. D’altro canto, come ricorda ancora Eva Mameli, oltre a lei in qualità di direttrice e all’aiuto-direttore Giuliano Puccini, lavoravano nella Stazione un capo coltivatore e 16 operai giornalieri, e altri posti di lavoro erano attesi grazie al trasferimento nei nuovi ambienti di Villa Bel Respiro, che con il suo parco e il suo giardino estendeva la superficie coltivabile a quasi due ettari (Mameli Calvino, 1958a: 38). Era quindi un investimento sul presente, non sul passato, quello compiuto dagli enti coinvolti nel trasloco della Stazione sperimentale; un’operazione culturale, certo, in virtù dell’attività didattica e divulgativa svolta dai diretti interessati, ma prima di tutto industriale ed economica, non apparentabile alla musealizzazione di un bene paesaggistico.
Si aggiunga che è di grande interesse l’omissione, da parte di Calvino, di tutta questa costola della disavventura edilizia raccontata nella Speculazione: un testo che doveva programmaticamente essere il racconto di un fallimento, dell’individuo e dell’intera società che gli stava intorno, senza margini di riscatto (“fallire è proprio quello che lui in fondo desidera”, spiega Calvino in un’intervista del 1958, riferendosi al protagonista del suo racconto, l’intellettuale e alter ego Quinto Anfossi (Calvino, 2012: 37). Si rileva anche qui, insomma, quella “trasformazione dell’idillio in crisi” (Scaffai, 2017: 195) che Scaffai registra per la raccolta coeva dei Racconti, del 1958, significativamente dedicata da Calvino proprio ai genitori.
I monumenti e i “cocci senza importanza”
La speculazione edilizia si inserisce dunque, per ragioni biografiche molto sentite, nell’orizzonte di questioni in cui è attiva Italia Nostra, lungo un percorso di lunga gittata che troverà compimento solo nel 1974, con la creazione di quello che è l’attuale Ministero della Cultura, nato su iniziativa di Giovanni Spadolini proprio come Ministero dei Beni culturali e ambientali, “al fine di assicurare l’organica tutela di interessi di estrema rilevanza sul piano interno e internazionale”, come recita il testo del decreto-legge n. 657 del 14 dicembre di quell’anno (DL 657/1974).
In effetti, però, Calvino non sembra affatto vicino né avvicinabile all’approccio di Italia Nostra sui temi della tutela, del bene culturale, della musealizzazione del patrimonio; temi che peraltro rimangono sempre ai margini delle sue riflessioni. Una sola volta li mette al centro del discorso e questo avviene tardi, in Collezione di sabbia, uscito nel 1984 (Calvino, 1984), con scritti composti a partire dalla metà degli anni Settanta. Ma si tratta di un approccio ai beni culturali radicalmente anti-monumentale: basti vedere l’articolo “Il maiale e l’archeologo”, già uscito sulla Repubblica del 4 settembre 1980 (Calvino, 1980b), in cui Calvino commenta gli scavi che Andrea Carandini, futuro presidente del FAI, stava portando avanti a Settefinestre, dalle parti di Orbetello e Capalbio, dove era venuta alla luce una villa romana del I secolo a.C. In questo testo, Calvino si lascia andare a una tirata molto indicativa: “L’archeologia italiana è sempre stata tendenzialmente architettonico-monumentale”, riflette, si commuove solo per gli archi di trionfo, le colonne, i teatri, le terme, e considera tutto il resto cocci senza importanza. In paesi più poveri di vestigia monumentali s’è sviluppata una scuola diversa, diffusa ormai in tutto il mondo e che ha da noi un apostolo appassionato in Andrea Carandini: l’archeologia come ricerca in ogni strato del terreno dei minimi segni e indizi da cui si possa ricostruire la vita pratica quotidiana, i commerci, l’agricoltura, le fasi della storia della società. (Calvino, 1995: 492–493)
Carandini impiega cioè il metodo dello scavo stratigrafico, che non va alla ricerca del bello monumentale, ma delle tracce che permettono di ricostruire la cultura materiale di una civiltà: per esempio, nel caso di Settefinestre, come funzionasse il porcile di una villa romana.
Anche negli altri scritti che compongono Collezione di sabbia, un libro singolarmente attento alle prospettive che in quegli anni si aprono nel campo dei beni culturali, Calvino conferma di puntare tutto il suo interesse sulla cultura materiale. Il caso più significativo si delinea nel testo “Il patrimonio dei draghi”, dove il termine “patrimonio”, che Calvino non impiega praticamente mai altrove, viene collocato addirittura nel titolo (sulla Repubblica, dove l’articolo era uscito il 12 agosto del 1980, l’intestazione ben più flebile era “All’insegna del drago pacioccone” (Calvino, 1980a): il cambiamento avvenuto in volume è significativo). Ma di quale patrimonio si tratta? Calvino racconta di una mostra che si era tenuta al Grand Palais di Parigi, presentata dal Musée des Arts et Traditions Populaires nel contesto dell’Année du patrimoine, dal 13 giugno al 1° settembre 1980, intitolata “Hier pour demain. Arts, traditions et patrimoine”, e il patrimonio in questione non è altro che quello etnologico. La mostra affianca alle tavole dell’Encyclopédie dedicate ai mestieri artigiani un vero telaio di quell’epoca, per fare le calze; il Trattato delle bestie da lana o metodo d’allevamento e governo delle greggi del 1770, dedicato al mondo dei pastori, a “collari di cani con spunzoni di ferro” e “bastoni con la punta a cucchiaio per lanciare zolle contro i montoni disobbedienti” (Calvino, 1995: 442); e ancora quadri raffiguranti i draghi di cartapesta che venivano portati in processione nelle città francesi, fotografie di lavandaie, e via dicendo; materiali spesso presi dal Museo delle Arti e Tradizioni Popolari del Bois de Boulogne, il cui direttore, Jean Cuisenier, è anche l’organizzatore della mostra.
A conti fatti, si può dire che Calvino sia perlopiù indifferente al tema e al fine umanistico della bellezza. Per lui la storia del genere umano va interrogata non tanto o non solo agli apici, dove ha toccato i punti di massima perfezione attraverso l’arte, ma molto più in basso, al livello popolare delle pratiche materiali e artigianali; è in quel territorio che la musealizzazione può riaprire un dialogo con la collettività, proprio mentre l’arte maggiore sembra essere inghiottita senza scampo dagli ingranaggi del capitalismo e del Kitsch (nella sua epocale antologia del 1968, Gillo Dorfles aveva riflettuto anche su Il turismo e la natura, sentenziando che “ogni monumento, ogni paesaggio” viene “istantaneamente reso Kitsch dal turismo” (Dorfles, 1968: 153); per quanto l’ammonimento di Dorfles non risparmiasse nemmeno “ogni oggetto folkloristico”).
Questa posizione ha una ricaduta molto vistosa sul discorso che qui si conduce. Per Bassani, Caetani, Italia Nostra, storia e natura convergono: in un discorso pubblico a trent’anni dalla fondazione del cenacolo, ad esempio, Bassani rivendica che “uno dei meriti maggiori di Italia Nostra è stato in ogni caso quello di aver ricordato fin dal principio agli italiani, e al resto del mondo, che qui da noi Natura e Storia stanno assieme, non sono divise” (Bassani, 2018: 293). Il risultato di tale convergenza si delinea nel segno della bellezza e dell’armonia, ma anche del “sacro”: Bassani evoca la necessità di una “religione”, da risvegliare nel cuore della “civiltà tecnologico-industriale”, dove si è “consumatori-consumati”, affinché “gli uomini continuino a essere uomini” (Bassani, 2018: 293).
Per Calvino, invece, storia e natura rimangono sempre due entità in conflitto, non conciliabili. È per questo che, se a Italia Nostra stanno a cuore la tutela e la musealizzazione di un patrimonio immutabile, perché compiuto, talvolta congelato nella memoria collettiva, Calvino al contrario è interessato a come l’essere umano altera e continua tecnicamente a manipolare l’ambiente intorno a sé: dalle battaglie dei rivieraschi contro l’invasione della formica argentina ai lavori agricoli del barone rampante, Cosimo Piovasco di Rondò. Quel “rapporto con la natura”, così lo definisce Calvino, con la natura non riducibile all’umano, che era stato già della madre Eva Mameli, che tra le altre cose si era occupata proprio di fitopatologia e di come combattere la formica argentina, e che era stato anche del padre Mario, come viene raccontato nella Strada di San Giovanni, del 1962: un rapporto “di lotta, di dominio” verso la natura, “darle addosso, modificarla, forzarla, ma sentendola sotto viva e intera” (Calvino, 1994: 25).
Certamente non è lo scenario del giardino di Ninfa, dove le rovine della città medievale, come raccontava Bassani sul Gatto Selvatico, avevano trovato “un’armonia nuova e segreta”, così che in quel luogo “la primavera è davvero eterna, come nei sogni della poesia antica”, e “come in quei sogni, le rose vi fioriscono perpetuamente…” (Bassani, 1958: 17). L’armonia del cosmo, o del microcosmo, non è pensabile da un intellettuale come Calvino, che invece costruirà le sue Cosmicomiche, del 1965, lo stesso anno in cui Bassani diventa presidente di Italia Nostra, su ovidiane metamorfosi e sul secondo principio della termodinamica, quindi sull’entropia universale, fino a far esclamare a Macbeth, al termine della Taverna dei destini incrociati (Calvino, 1973): “sono stanco che Il Sole resti in cielo, non vedo l’ora che si sfasci la sintassi del Mondo” (Calvino, 1992: 610). L’immagine di un cosmo inteso come macchina scardinata, disassata, è profondamente debitrice degli studi di archeo-astronomia di uno storico della scienza come Giorgio de Santillana, definito significativamente, in un articolo uscito su Stampa Sera il 29 marzo del 1963, “Un umanista moderno” (Bucciantini, 2023: 65–86; Savio, 2015: 134–142). E in effetti, il posizionamento di Bassani e Calvino ricalca una querelle tra classici e moderni, in qualche misura. Calvino è alla ricerca di un tipo moderno di umanista, sia esso de Santillana o Robbe-Grillet, di contro a un umanesimo del quale, almeno negli anni della fondazione di Italia Nostra, erano ancora ben percepibili le tinte aristocratiche e arcadiche. La svolta cosmologica di inizio anni Sessanta è solo una spia, l’ennesima, dell’incompatibilità che correva tra l’ecologismo di Calvino e l’umanesimo ambientalista di Bassani. Una distanza che si sarebbe amplificata anche sul piano delle poetiche, tra l’uscita con Feltrinelli del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (1958), propiziata da Bassani, e la pubblicazione proprio con Einaudi del Giardino dei Finzi-Contini (1962). Come uomo di editoria, Calvino si teneva stretti il collega e il suo successo di vendite; ma quel romanzo porterà Calvino a confessare per lettera, il 21 ottobre del 1964, subito a ridosso dell’elezione di Bassani alla presidenza di Italia Nostra, di avere perso ormai ogni “interesse problematico” nei suoi confronti (Calvino, 1991a: 487).
Footnotes
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