Abstract
Il saggio indaga Bestia da stile come l’apice del laboratorio teatrale pasoliniano, luogo in cui autobiografia, mito e storia convergono in una struttura tragica di forte carica sperimentale, senza tuttavia esaurirsi in una loro immediata sovrapponibilità. Attraverso la figura di Jan, costruzione composita che intreccia la memoria di Jan Palach con istanze riconducibili, ma non riducibili, all’esperienza pasoliniana, emerge una poetica della dissociazione che trasforma la scena in un “teatro totale”, spazio di frattura dove la crisi delle utopie novecentesche e del marxismo si incarna in un corpo esposto al dolore e alla rivoluzione. L’analisi combina una lettura descrittiva e comparativa della struttura drammaturgica con un’indagine storica sul contesto cecoslovacco degli anni 1960, inteso non come semplice ambientazione, ma come orizzonte emblematico e al contempo refrattario a ogni appropriazione soggettiva delle lacerazioni ideologiche novecentesche. Centrale è il ricorso pasoliniano alla poesia: il verso, restituito alla sua originaria oralità, diviene il dispositivo capace di superare l’artificiosità della lingua italiana e di fondere convenzione metrica e rito scenico. In questa prospettiva, Bestia da stile offre l’ultimo ritratto del poeta moderno, figura sacrificale che, lungi dal coincidere con l’autore, converte una identità ferita e problematica in un atto estremo di verità.
L’officina pasoliniana come crocevia fra “teatro di parola” e “teatro di poesia”
Nel vasto panorama della produzione pasoliniana, il teatro costituisce uno dei settori meno indagati, benché risulti decisivo per cogliere la complessità della sua ricerca artistica e intellettuale. Le sei tragedie che Pasolini ricondusse a un “Teatro di Parola”, in opposizione al “Teatro della Chiacchiera” e al “Teatro del Gesto”, attestano la centralità del linguaggio quale strumento conoscitivo, a scapito di un’azione scenica ridotta all’essenziale. Il suo teatro si configura così come uno spazio in cui la parola si fa veicolo primario di pensiero e di conflitto.
La critica ha a lungo privilegiato l’opera narrativa e cinematografica di Pasolini, tentando di collocarlo nel canone novecentesco e di analizzarne temi, linguaggi e ideologia. Stefano Casi (2005) ha invece restituito al teatro una posizione centrale, rintracciandone le origini nell’esperienza friulana, già segnata dall’urgenza di una lingua nuova, capace di sostenere la tensione visionaria dell’autore.
Nel teatro pasoliniano le idee si incarnano in figure che agiscono in uno spazio simbolico, quasi “mentale”, sospeso tra dato reale e costruzione metaforica. L’esistenza stessa si configura come rappresentazione incessante, in cui l’individuo interpreta continuamente sé stesso. In tale prospettiva, la sua testimonianza intellettuale – tanto nel cinema quanto nella letteratura – mantiene una posizione cruciale nella storia culturale e politica italiana, soprattutto per la lucida denuncia della società consumistica, responsabile – secondo lui – di un vero e proprio “genocidio culturale” delle classi popolari. Come osserva Luca Ronconi (Casi, 2005: 17), Pasolini possedeva “uno sguardo quasi d’anticipo, premonitore [in bilico tra] memoria e oblio”.
Il “Teatro di Parola” nasce come opposizione radicale al modello borghese, configurandosi come forma frontale e dialogica, rivolta a un pubblico nuovo. Scrive Pasolini (1968: 6) in Nuovi Argomenti: “Il teatro di Parola sarà frontale: testo e attori dinanzi al pubblico: l’assoluta parità culturale tra questi due interlocutori, che si guardano negli occhi”. Tale frontalità istituisce una relazione etica fondata sulla responsabilità condivisa del linguaggio.
Questa scrittura affiora da una crisi profonda, come testimonia La Divina Mimesis: Chi può segnare il momento in cui la ragione comincia a dormire, o meglio a desiderare la propria fine? […] arrancavo verso quella nuova assurda strada, arrampicandomi per la china come un bambino che non ha più casa, un soldato disperso. (Pasolini, 1975: 9–10)
Il teatro si configura allora come gesto di resistenza e come pratica di verità.
Durante la convalescenza del 1966, Pasolini elabora una nuova concezione teatrale, tradotta in sei drammi in versi coerenti con i principi del Manifesto per un nuovo teatro (Pasolini, 1968: 6–22). Nondimeno, assumere tali opere come immediata emanazione autobiografica rischia di appiattire la complessità del dispositivo drammaturgico, il quale sembra piuttosto configurarsi come uno spazio di tensione e di scarto rispetto all’esperienza individuale. I personaggi, lungi dal costituire semplici proiezioni dell’autore, si dispongono come figure problematiche di una soggettività plurale, la cui stratificazione eccede tanto il dato biografico quanto la sua possibile trascrizione simbolica, inscrivendosi invece in un orizzonte culturale e ideologico più ampio e conflittuale. In tal senso, il rinnovamento linguistico implica il rifiuto della prosa e l’adozione di una parola poetica non semplicemente espressiva, ma irriducibile alla convenzione scenica borghese. Il “teatro di parola” si rivolge così a un pubblico intellettuale definito non dalla posizione sociale, bensì dalla disponibilità a un confronto linguistico non identificativo, cioè inteso come pratica di negoziazione e di dislocazione dei significati, più che come riconoscimento di un’identità autoriale preesistente.
In un’epoca segnata dal neocapitalismo, Pasolini invoca una “nuova Rivoluzione”, rivolta in primo luogo ai giovani: un processo capace di recuperare valori tradizionali e di difendere le classi subalterne, confrontandosi con le pulsioni oscure dell’individuo e della società. Il suo teatro in versi 1 si pone in opposizione al “teatro della chiacchiera”, ripristinando la dimensione rituale e orale della parola. Come osserva Aurelio Roncaglia (Pasolini, 1985: 123), si tratta di un “Teatro, dunque, ma anche – e nel senso più radicale – Poesia: propriamente Teatro di Poesia”. Lo stesso Pasolini, su Il Giorno, definisce tale esperienza come “un misto di poesia letta ad alta voce e di convenzione teatrale […] “Poesia orale”, resa rituale dalla presenza fisica degli attori” (Porta, 2010), formulazioni che, pur nella loro pregnanza definitoria, tendono nondimeno a cristallizzare in termini assertivi una prassi scenica la cui effettiva complessità eccede ogni sintesi dichiarativa.
Solo la poesia, a suo avviso, può oltrepassare l’artificiosità della lingua contemporanea, ricomponendo verso e rito in uno spazio unitario. In questo quadro, lo stile non si configura mai come esito, ma come processo. L’approdo più maturo di tale ricerca è Bestia da stile, che Pasolini (2001a: 761) definisce “autobiografia” 2 – definizione che, tuttavia, lungi dall’istituire una trasparente equivalenza referenziale, segnala piuttosto una zona problematica di mediazione formale – “Ho scritto quest’opera teatrale dal 1965 al 1974 […] si tratta, infatti, di una autobiografia”. Con questa tragedia si chiude simbolicamente anche la parabola del suo “teatro di parola”.
Il teatro pasoliniano rappresenta una delle esperienze più radicali della drammaturgia italiana del secondo Novecento: la parola ne costituisce il principio generativo, sostituendo e significando l’azione. Come rileva Rinaldi (1990: 235), “le cosiddette “tragedie” pasoliniane negano infatti ogni possibilità di messa in scena […] lasciando in vita unicamente il codice verbale”; mentre Taviani (1995: 211) sottolinea come Pasolini “non ripudia l’azione teatrale tradizionale, ma la miniaturizza […], complessi dialoghi di frecce scoccate dagli occhi”. Sono giudizi che, pur illuminanti, rischiano tuttavia di ridurre l’intensità e l’ambiguità della pratica scenica a mere categorie critiche, comprimendo in definizioni certe ciò che vive nella tensione e nella frammentarietà della parola.
L’assolutezza della parola avvicina questo teatro a quello dannunziano, pur orientandolo verso una modernità pienamente europea. Testori (1996: 36) individua l’origine del teatro nel “personaggio solo, il personaggio monologante […] quella particolare qualità di carne e di moto […] interna alla parola teatrale”. Ne deriva un dissidio strutturale tra parola e corpo, tra linguaggio e silenzio, che trova nel verso la propria forma necessaria: “Il dramma è tutto e soprattutto nella tensione metrica […]; nelle catene sonore […] che agitano o assecondano i tortuosi movimenti dell’io” (Liccioli, 1997: 270). In tal senso, le citazioni addotte, pur nella loro sintesi, appaiono corroborare con efficacia l’impianto interpretativo delineato, restituendone con coerenza i nuclei teorici fondamentali.
Pasolini ribadisce la distanza tra poesia e prosa nella lettera ad Allen Ginsberg (18 ottobre 1967): “Non riesco a mescolare la prosa con la poesia (come fai tu!)” (Pasolini, 1988: 631), mentre nella lettera a Livio Garzanti (aprile 1966) evidenzia la difficoltà traduttiva: “Dovrei perciò cercare un buon traduttore […] perché i drammi sono in versi” (Pasolini, 1988: 611). In questo quadro, le citazioni epistolari, pur nella loro occasionalità, risultano particolarmente eloquenti nel confermare la coerenza della posizione pasoliniana e nel chiarirne con immediatezza i presupposti teorici.
La radicalità formale e tematica spiega la limitata ricezione delle tragedie fino agli anni Ottanta. In esse Pasolini (1999a: 1506) affronta materiali estremi entro uno schema razionalistico che ne esalta la dimensione sacrale: “Il tragico è proprio la rottura definitiva di questa continuità. L’irrompere del sacro nella vita quotidiana”. Ogni episodio resta strutturalmente aperto, trasferendo il conflitto alla coscienza dello spettatore; l’assenza di didascalie genera una scenografia verbale che esige ascolto attivo.
In un’epoca dominata dall’immagine, questo teatro restituisce alla parola la sua originaria funzione poetica e rituale. I personaggi condividono un medesimo registro, indice di una moltiplicazione dell’autore. Come afferma Pasolini (2001a: 327–328) nel dibattito di Torino (29 novembre 1968), essi, pur essendo “piccolo borghesi piuttosto ignoranti […], parlano un linguaggio, quello della poesia, che è cosciente […]. Si sdoppiano […] e parlano come se avessero la coscienza dell’autore che li fa parlare”.
Privi di autonomia psicologica, i personaggi coincidono con il linguaggio che li costituisce, dissolvendo l’identità nella parola. Il teatro diventa così uno strumento essenziale per rappresentare la mutazione antropologica dell’Italia del secondo dopoguerra, denunciando la corruzione linguistica e valoriale prodotta dal neocapitalismo. “Il teatro pasoliniano nasce così sacrale monologante – privo di uscite di sicurezza” (Siciliano, 1995: 395), articolandosi attorno a conflitti generazionali, tensioni politiche e derive autoritarie della civiltà di massa.
Nel Manifesto per un nuovo teatro (Pasolini, 1968: 6–22), Pasolini definisce il proprio progetto come “teatro di parola”, in cui la parola è “portatrice di senso” (Casi, 2005: 138) e deve essere continuamente rifondata. Le tragedie assumono così la forma di un “teatro delle confessioni”, fondato su un’urgenza assoluta del dire. La scelta del verso, sostenuta dal rifiuto della lingua massificata, preserva l’autonomia del linguaggio poetico: “perché era entrata in crisi la poesia come genere lirico, ma non il linguaggio poetico” (Panicali, 2004: 47). Ne risulta un impianto teorico di notevole coerenza, in cui le affermazioni riportate contribuiscono a rafforzare con efficacia la solidità dell’argomentazione.
Il teatro pasoliniano recupera un “italiano allineato alla norma” (Nascimben, 2012: 86), privo di inflessioni dialettali, ma inserito in una riflessione critica sul presente del linguaggio. “Ora in Italia manca il presente del linguaggio teatrale […]. Essi […] realizzano una lingua che nessuno in platea parla” (Pasolini, 1977: 310–311). Pensato per un pubblico di lettori, esso affida alla parola una funzione emancipativa: “La parola che guida alle idee è la sola che possa dare […] l’idea della necessità di liberazione” (De Santi, 1978: 87). Il riferimento al teatro greco ribadisce la volontà di “glorificare la Parola, ovvero la poesia, portando in scena il suo linguaggio” (Panicali, 2004: 50). In tale prospettiva, le citazioni riportate si confermano straordinariamente efficaci nel sostenere la tesi pasoliniana, mostrando come la lingua teatrale, pur lontana dal parlato comune, possa assurgere a strumento critico e di emancipazione intellettuale.
Alle accuse di elitismo Pasolini (1999b: 328) rispondeva che lo spettatore “non comprende la parola perché in una società repressiva non ha gli strumenti […] per capire la lingua della poesia”. La parola poetica si configura così come gesto politico, opposizione alla lingua inerte del teatro convenzionale: “se invece il testo è in poesia, non c’è più questo assurdo e folle contrasto tra il naturalismo […] e la pronuncia” (Pasolini, 1999b: 346). Questo sostiene con chiarezza e vigore l’orientamento poetico e critico di Pasolini, mostrando come la scelta del verso non sia mera artificiosità, ma strumento di critica e liberazione culturale profondamente fondato.
Il teatro pasoliniano si impone, dunque, come teatro della parola intesa quale atto sacro: luogo di rivelazione in cui la poesia, rigenerata nella forma tragica, si oppone radicalmente al vuoto linguistico e morale della modernità.
Bestia da stile: Genesi e prospettive autobiografiche
La più singolare tra le sei tragedie borghesi di Pasolini è senza dubbio Bestia da stile (2005), elaborata a partire dal 1966 e accompagnata dall’autore per quasi un decennio, fino alla morte. Tale arco temporale, unitamente alla natura introspettiva del testo, conferisce all’opera un carattere diaristico, in cui convergono esperienze, riflessioni e ossessioni poetiche, linguistiche e politiche. Pubblicata postuma nel 1979 da Garzanti, insieme a Porcile e Orgia, essa costituisce, come osservato dalla critica, la più anomala delle tragedie pasoliniane, sia per la lunga gestazione – protrattasi tra il 1966 e il 1975 – sia per l’ibridità sperimentale del suo impianto drammaturgico.
Si tratta di un testo nel quale confluiscono molti dei temi letterari e politici che attraversano l’intera opera dell’autore. L’ossessione pasoliniana per forma e stile si traduce in una continua riscrittura e reinterpretazione della realtà, in un processo metalinguistico in cui il linguaggio prevale sulla trama. Nel decennio di elaborazione, Pasolini concentra in Bestia da stile le sue meditazioni sul linguaggio poetico e teatrale, facendo del testo non un semplice strumento espressivo, ma il vero protagonista dell’opera. Non a caso egli lo definì – come si è avuto modo di chiarire – “autobiografico”, intendendo con ciò non una mera trasposizione di sé, ma la sedimentazione della propria esperienza artistica e intellettuale.
Il protagonista, Jan Palach, giovane dissidente cecoslovacco, incarna il tema del sacrificio e della ribellione, divenendo figura simbolica della tensione morale ed esistenziale che attraversa l’autore. Tuttavia, la tentazione di identificare Jan con Pasolini in modo lineare rischia di ridurre il dramma a semplice trasposizione biografica. Piuttosto, Jan funziona come un mediatore tra esperienza personale e orizzonte storico-culturale: il suo percorso concentra elementi autobiografici, ma li trasforma in dramma universale e simbolico. Bestia da stile si configura così come un teatro dell’ascolto, in cui lo spettatore è costretto a confrontarsi con la densità dei versi, senza possibilità di rifugio nella distanza critica.
Antonio Latella definisce il testo come “un’opera d’arte che rompe ogni regola e convenzione, ogni forma e stile, anzi è un viaggio negli stili per trovare l’essenza, la nudità del corpo nella parola stessa” (Greggio, 2004: 1), sottolineando la dimensione metateatrale e linguistica dell’opera. Nella messa in scena, aggiunge: […] la figura di Jan Palach ha particolare spessore, al di là delle parole del testo, dal cambio d’abito, passando, trasfigurandosi, in altro elemento fisico, perdendo fisicità materica per acquistarne una immortale. Ho lavorato con gli attori procedendo a un sistema di sovrapposizioni e stratificazioni per rendere la parola ancora più presente, per superarla, lavorare sulla sua abbondanza e su un cambio di stato, nel senso della fisicità, seguendo un processo inverso di quello che si potrebbe seguire sulla falsa riga di Artaud “Vestirsi di fuoco”, questa è stata la sensazione che ho avuto leggendo il testo per la prima volta. (Visitilli, 2024: 1–2)
Le “stratificazioni” evocate dal regista rispecchiano la poetica pasoliniana, basata sulla sovrapposizione di forme, linguaggi e registri, che costruiscono un’opera unitaria e complessa. In questo senso, l’intera produzione dell’autore appare come un continuum in cui parola poetica, riflessione ideologica e sperimentazione artistica si fondono coerentemente.
Dall’esperienza giovanile de La sua gloria (Pasolini 2001a: 3–18) fino alla complessità di Bestia da stile (1974), il teatro accompagna quasi quarant’anni della vita di Pasolini, fungendo da spazio privilegiato in cui confluiscono biografia, ossessioni personali, tensioni ideologiche e delusioni storiche, come egli stesso afferma: “Il teatro è la realtà, una realtà che fonde testimonianza soggettiva della tragedia e atto d’accusa nei confronti di una omologazione normalizzatrice” (Casi, 1995: 174).
Tra le tragedie pasoliniane, Bestia da stile è la più singolare per il carattere intensamente autobiografico. L’opera narra il percorso esistenziale di un uomo che, dalla vocazione poetica e dall’amore per le origini contadine, giunge alla presa di coscienza politica e alla definizione dello “stile”, fino all’eresia intellettuale e alla consacrazione culturale. Tuttavia, l’autobiografia non si traduce in immediata equivalenza tra autore e personaggio: Jan rappresenta un prisma attraverso cui Pasolini osserva sé stesso, trasponendo le esperienze in chiave simbolica. Non si tratta di un “travestirsi da poeta ceco” (Liccioli, 1997: 313), ma di un processo di esternalizzazione e trasfigurazione della soggettività in chiave drammatica. Bestia da stile diviene così “una tragedia sulla tragedia di essere scrittore (poeta, intellettuale) nella società attuale” (Casi, 2005: 158).
La genesi dell’opera emerge già nel bloc notes arancione con il primo abbozzo di Orgia (aprile 1966), dove compare il titolo Il poeta ceco, poi sostituito da un nome proprio per sottolineare la dimensione simbolica della vicenda: “dramma della situazione umana e ideologica della cultura cecoslovacca in confronto dell’industrializzazione totale dell’Europa Occidentale” (Pasolini, 1999c: 2807). In una lettera a Marco Bellocchio, Pasolini (1999c: 2807) chiarisce: “la storia di un poeta simbolicamente cecoslovacco […] nell’anteguerra egli è stato un giovane arrabbiato, com’ero io”. L’identificazione autobiografica è dunque mediata, e mai ridotta a un rapporto di perfetta sovrapposizione tra autore e personaggio.
Nell’introduzione a Bestia da stile, Pasolini (2001a: 761) ribadisce la natura di autobiografia teatrale, intesa come diario di un giovane poeta: “Ho scritto quest’opera teatrale dal 1965 al 1974 […] si tratta, infatti, di una autobiografia”. Jan, pur riflettendo tratti del suo creatore, rimane figura autonoma, simbolica e liminale, immersa in un percorso poetico e sacrificale che trascende la mera biografia. Il fiume, trasposizione della Vltava, diventa teatro della sua esistenza: “Mi sono convinto che anche gli atti estremi / di cui io solo, attore, sono testimone […] avranno avuto alla fine un loro senso” (Pasolini, 2001a: 764–765).
La tensione tra vita e opera, tra esperienza personale e costruzione drammaturgica, si accompagna a un’intensa riflessione sul sacro e sulla marginalità: Jan è “Bestia da stile”, condannato a pagare con la morte la propria diversità, vittima sacrificale di una missione poetica proibita “JAN: Io amo gli Dei degli Alberi e Cristo, per il suo sangue, / proprio come voi; / anzi io ne rivivo la condanna per voi, / perché io sanguino, […] dal cuore, / mentre voi appartenete alla specie / di quelli che se ne stanno sotto la croce” (Pasolini, 2001a: 765). Tale figura si collega alla vicenda stessa dell’autore, senza mai coincidere del tutto con essa.
Bestia da stile si configura così come sintesi di mito, storia e autorappresentazione. Come osserva Alberti (2005), “Dire che è un testo autobiografico è riduttivo, rispetto all’esperimento di un testo totale che tende a modulare la forma-dramma secondo coordinate multiple, tra mito e contemporaneità, tra visione poetica e storia delle società, tra soggettività e populismo”. In quest’ottica, il dramma non si limita a registrare la biografia, ma utilizza l’autobiografismo come strumento di elaborazione poetica e critica sociale.
Bestia da stile resta, dunque, il testamento teatrale di Pasolini: un dramma in cui confessione, sperimentazione linguistica e riflessione simbolica si fondono, trasformando la vita dell’autore in atto scenico e il corpo in teatro della verità.
Analisi della trama e dei suoi nuclei tematici
Bestia da stile si configura come tragedia in nove episodi, con cui Pasolini elabora un percorso poetico, politico e autobiografico di straordinaria densità. L’opera si apre alla fine degli anni Trenta, sulle rive della Vltava, nel villaggio di Semice, dove il giovane Jan riflette sulla necessità di schierarsi dalla parte del popolo, pur provenendo da un ambiente borghese percepito come estraneo. Il Coro introduce un protagonista sospeso tra formazione piccolo-borghese e vocazione etico-poetica, anticipando la tensione tra appartenenza sociale e impegno morale che attraverserà l’intero dramma.
Nel secondo episodio, Jan ribadisce la volontà di farsi poeta del popolo, accettando l’identificazione tra Stato, Religione e Bene come condizione necessaria di cui il popolo ignora alternative. Qui emerge il conflitto ideologico tra arte, impegno e appartenenza sociale, centrale nella tragedia. Nel terzo episodio, ambientato nella casa familiare, il dialogo con Padre, Madre e Sorella restituisce un microcosmo immobile e soffocante, scosso dall’irruzione della Storia: l’annuncio di Karel sull’invasione tedesca evoca “il mondo ideologico pasoliniano in frantumi, ognuna [delle sue parti] con un suo rimprovero al mondo finito e in gran parte incomprensibile” (Angelini, 2000: 231), sottolineando la fragilità dei sistemi morali e culturali.
Nel quarto quadro, sulle montagne del 1944, Jan si unisce ai partigiani. La morte di Karel, che riappare come Spirito, introduce la dimensione visionaria: rivelando deportazione e morte dei genitori e il degrado della Sorella – che “fa coi tedeschi ciò che non ha fatto con te. Fa l’amore con tutti, credo per fame… se questa non è una scusa” (Pasolini, 2001a: 787) – l’episodio intreccia esperienza biografica ed elaborazione simbolica, richiamando Guido Pasolini e la Resistenza.
Il quinto episodio approfondisce la riflessione estetica di Jan, che adotta lo straniamento formalista come principio poetico. Il confronto con Novomesky, profetico e critico, mette in luce la deriva idealistica e narcisistica del protagonista. La tensione tra autonomia estetica e militanza 3 politica riaffiora nel sesto episodio, ambientato nella Praga postbellica, dove Jan giunge alla maturità poetica attraverso lo skaz, trovando scandalo nel far parlare i ceti marginali: “Sono nutrito dal mio colloquio col mio popolo” (Pasolini, 2001a: 801). La contrapposizione con Novomesky – che opta per la via del comunismo e dell’esilio – simboleggia il conflitto tra militanza politica e autonomia estetica.
Il sesto episodio evidenzia l’impossibilità di dialogo postbellico: “CORO: […] possiamo noi adesso veramente dialogare tra noi? / Può un operaio dialogare con un operaio? O un operaio dialogare con un poeta? / La risposta è no” (Pasolini, 2001a: 798). Il Coro denuncia l’illusione comunicativa della “religione della rivoluzione”, dove “un sorriso o un pugno chiuso o una bandiera / siano un ragionamento” (Pasolini, 2001a: 798). Tale impossibilità, già tematizzata in Orgia (“NESSUNO PARLAVA” Pasolini, 2001a: 253), segnala il divario tra esperienza poetica e ricezione sociale. Nel corso dell’opera, nonostante il Coro – ora contadini, ora operai – resti incapace di comunicare con il poeta, esso documenta Jan mediante una cronologia, trasformando il suo percorso in una autobiografia mediata, dove il poeta diviene specchio della storia intellettuale dell’autore.
A Mosca, nel settimo episodio, Jan riceve il Premio Stalin. L’apparizione dello Spirito della Madre, con il monologo “Ho cominciato a non parlar / quando tu hai cominciato a parlar […] Da questa pancia / tu sei rotolà / tra i piculi borghesi” (Pasolini, 2001a: 809), segna la crisi del linguaggio drammatico, comparabile alle afasie di Calderón o ai silenzi di Porcile. Il logos si sfalda, incarnando la frattura tra natura e storia, tra Madre Terra e civiltà, e rendendo evidente l’insufficienza della parola rispetto all’esperienza esistenziale.
Nell’ottavo episodio, a Semice, la Sorella rivela a Jan la loro identità comune: “Noi siamo perciò una Persona sola / (la Dissociazione è la struttura delle strutture: / lo Sdoppiamento del personaggio in due personaggi / è la più grande delle invenzioni letterarie)” (Pasolini, 2001a: 821). L’apparizione dell’“Ombra del Padre” anticipa l’invasione sovietica del 1968, mentre l’ultimo episodio mette in scena il conflitto simbolico tra Capitale e Rivoluzione, conclusosi con la vittoria di quest’ultima grazie alla concessione del primo.
Sebbene ambientata nella Boemia degli anni Trenta, la tragedia assume una valenza profetica rispetto al Sessantotto, culminando nella figura di Jan Palach, lo studente che si diede fuoco a Praga nel 1969. La risonanza storica amplifica la portata ideologica e poetica del dramma, senza che Jan si riduca a semplice proiezione biografica dell’autore.
L’origine dell’opera risale al viaggio di Pasolini a Praga nel 1965, occasione di confronto con intellettuali locali sul ruolo dello scrittore. Da qui nasce la riflessione sullo sdoppiamento come principio costitutivo dell’identità, più complesso del dualismo convenzionale. Tale tema richiama la teoria delle “due voci” negli Studi sullo stile di Bach (Pasolini, 1999c: pp.77–90) e la figura di Carlo in Petrolio (Pasolini, 1992: p. 591), dove la dissociazione funziona come dispositivo formale che mostra l’ambiguità interna dell’identità, intesa come unità eccedente la somma delle sue parti.
Il tema della violenza e della morte, onnipresente in Pasolini, acquista qui un’intensità nuova. Come osserva Chianese (2015), il conflitto critico e culturale dell’autore durante la Guerra fredda riflette non solo l’antagonismo tra URSS e USA, ma anche lo scetticismo verso ogni forma di “posizionismo” politico. 4 Tale tensione converge nel “principio di contraddizione” che attraversa tutta la produzione pasoliniana, da Le ceneri di Gramsci a Luperini (2005), dove contraddizione e disillusione si intrecciano in una riflessione sulla realtà e sull’azione intellettuale.
La prima stesura del 1966 raccoglie motivi letterari, politici ed esistenziali costitutivi del pensiero pasoliniano. Negli anni successivi, consapevole della mancata percezione del proprio teatro, Pasolini concentra in Bestia da stile dubbi, disillusioni e riflessioni sulla promessa mancata del comunismo, sovrapponendo alla figura di Jan quella del poeta disilluso. Ne emerge un’opera-laboratorio dove scrittura poetica e scrittura politica si compenetrano, restituendo la forma più radicale della ricerca dell’autore, senza ridurre Jan a puro alter ego, ma usando la sua vicenda come prisma attraverso cui interrogare identità, storia e impegno morale.
Per una lettura del titolo
Il titolo del dramma affonda le proprie radici in un momento preciso della riflessione pasoliniana, ricondotto a una conversazione con Adriano Aprà e Luigi Faccini nel dicembre 1966. In quell’occasione, di fronte all’ipotesi che le sue teorie cinematografiche fossero intimamente legate alla sua poetica, Pasolini reagì con un’affermazione emblematica: “Voi siete matti. È molto spiacevole, sapete, per un autore, sentirsi sempre considerare come una “Bestia da stile”. E che tutto, per quel che lo riguarda, venga ridotto a pedine per comprendere la sua carriera stilistica” (Pasolini, 1972: 235). L’espressione, ironicamente autodenigratoria, restituisce l’immagine del poeta come creatura costretta a sopportare un peso formale e intellettuale insostenibile, condannata a trascinare il fardello della propria forma, dell’attenzione al linguaggio e dell’impegno etico. Tale metafora trova già anticipazione nel poemetto La ricchezza, dove Pasolini si autorappresenta come “Bestia vestita da uomo – bambino – / mandato in giro solo per il mondo, / col suo cappotto e le sue cento lire, / eroico e ridicolo me ne vado al lavoro / anch’io per vivere… Poeta, è vero” (Pasolini, 1999d: 440). In questi versi, il poeta appare sospeso tra eroismo e derisione, tra la necessità del vivere e la condanna dell’arte, figura votata al sacrificio e insieme alla testimonianza del reale.
Sul piano metatestuale, il titolo viene investito di un valore autobiografico che tuttavia merita di essere sottoposto a ulteriore scrutinio critico. Nella confessione di Pasolini riportata nella già citata intervista con Aprà e Faccini sembrerebbe concentrarsi il nucleo tematico del dramma: la tensione irriducibile tra vita e forma, tra storia e stile, tra la voce del poeta e il silenzio del reale. Eppure Bestia da stile non si esaurisce in una trasparente drammatizzazione del vissuto, quanto piuttosto in una sua problematica rielaborazione formale. Ne risulta una configurazione in cui la presunta scissione tra uomo e autore, tra esperienza vissuta e sua trasposizione estetica, si dà non come dato immediato, bensì come costruzione mediata, dove il gesto creativo, lungi dall’essere mera confessione, si configura piuttosto come ambito intrinsecamente segnato da impegno e precarietà strutturale.
L’intera produzione pasoliniana – teatrale, poetica e cinematografica – configura un percorso di incessante sperimentazione linguistica e formale. Tale tensione investe anche il piano ideologico e politico, intrecciando slanci, sconfitte e disillusioni. In questo quadro, il poeta si fa realmente “bestia da immolare”: “dunque bestia allude all’anima che si offre come capro espiatorio, stile è lo stilo, il coltellino per incidere le parole, penna che dà stile; e anche il coltellino per incidere nel proprio corpo, per frugarvi dentro e infine immolarlo al fallimento di una idea” (Angelini, 2000: 229). Lo “stilo”, strumento di incisione linguistica e fisica, riconduce il gesto creativo a un atto sacrificale. Il sacrificio poetico si intreccia con tradizioni religiose – greca e cristiana – con letture psicoanalitiche e con riflessioni politiche: Pasolini appare come artista perseguitato, capro espiatorio delle contraddizioni della società italiana, soggetto a processi giudiziari e condanne morali, incompreso da un ambiente politico incapace di cogliere la dimensione etica della sua opera.
In questa prospettiva, Bestia da stile può essere letta come una sintesi estrema del pensiero pasoliniano, forse tra le sue opere più complesse e sofferte, ma non senza scarti e opacità che ne incrinano ogni pretesa di compiuta coincidenza. Più che culminazione lineare di un itinerario, il testo sembra interrogare retrospettivamente la traiettoria dell’autore, senza esaurirvisi, né autorizzare una piena identificazione con la propria creatura sacrificale – Jan, figura liminare, bestia da macello umano e storico, la cui esemplarità resta problematica. Il dramma si pone allora come sigillo ambiguo del decennio creativo 1965–1975, concluso tragicamente con la morte dell’autore, ma non riducibile a suo semplice riflesso. Esso si configura, piuttosto, come un possibile testamento poetico e intellettuale, in cui il sacrificio dell’artista non coincide senza residui con la dissoluzione della parola, ma ne espone le fratture, consegnando alla storia un’immagine non definitiva del poeta, sospesa tra vittima e testimone del proprio tempo.
L’ambientazione cecoslovacca come autobiografia intellettuale
Bestia da stile si apre, come già accennato, sulle rive della Vltava, in Boemia, alla fine degli anni Trenta, in una domenica di primavera. L’ambientazione cecoslovacca di un’opera definita dallo stesso autore “autobiografia” risponde a una precisa scelta ideologica: la Cecoslovacchia degli anni Sessanta rappresenta emblematicamente la tensione tra modernizzazione e “rimpianto per il passato” (Pasolini, 1977: 319). Tale crisi, avvertita nella lingua e nello stile, si manifesta in un paese che, dalla fine degli anni Venti, era divenuto uno dei centri degli studi formalisti, configurandosi come laboratorio della modernità culturale e come terreno di confronto tra aspirazioni rivoluzionarie e retaggi conservatori. In questa prospettiva, il paesaggio storico non è mera decorazione, ma strumento interpretativo per comprendere il conflitto tra memoria personale e trasformazione sociale, fra desiderio di autenticità e imposizioni ideologiche.
Nel secondo episodio, il paesaggio naturale assume valore simbolico e strutturante: la Penombra segna il passaggio da un mondo arcaico – “tane e capanne” – a uno urbano e politico – “case e campane” – alludendo alla trasformazione della società rurale in un contesto moderno e alla tensione tra conservazione e innovazione. “Il Senso della Penombra” universalizza il dolore umano, mentre il “Mondo Campestre”, evocazione lirica della Casarsa infantile, diventa immagine di una “diversità” originaria, spazio di resistenza simbolica rispetto alle dinamiche della storia. “I Topi e le Mosche”, figure di sapore aristofanesco, rimandano alla crisi economica e sociale della Cecoslovacchia post-1929, accentuando le contraddizioni tra borghesia intellettuale e sottoproletariato; la cronaca storica si trasforma così in una lente ermeneutica per leggere il dramma interiore dei protagonisti. Infine, “aria umida” e “crepuscolo” chiudono il ciclo naturalistico, segnando il transito dalla vita alla morte, fino all’allusione letteraria “nella lingua di Babel” (Pasolini, 2001a: 779), richiamo alla complessità della Storia europea e alla funzione della memoria come strumento di analisi poetica.
Gli anni Quaranta scorrono in un paesaggio “tra monti neri e verdi, araldici, / abitati da contadini e partigiani” (Pasolini, 2001a: 799), nei pressi delle montagne boeme, evocative delle Alpi friulane, in un luogo che richiama la casa materna di Susanna Colussi e la prima esperienza di mondo rurale. L’infanzia di Jan–Pasolini si colloca così in una dimensione contadina e malinconica, segnata dal silenzio e dalla natura vergine, che funge da matrice poetica e da misura critica della Storia. In tal modo, la ricostruzione storica diventa strumento interpretativo: le invasioni naziste, la guerra e la resistenza non sono meri dati cronachistici, ma fattori che permettono di comprendere il rapporto tra esperienza individuale e contesto storico-politico, tra perdita dell’innocenza e maturazione intellettuale.
Il viaggio di Pasolini a Praga nel gennaio 1965, in occasione del convegno “Letteratura e società” (con la partecipazione, tra gli altri, di Bernari, Ferrata, Levi, Spinella e Rossanda), segna un momento decisivo: il poeta osserva da vicino la crisi culturale cecoslovacca e ne elabora i temi nei Versi introduttivi al Rio della Grana. In uno di questi componimenti egli ringrazia “Kubista, per i suoi quadrucci inameni […] e così Kupka […] ringrazio piccoli pittori di una nazione provincia […] in un mondo che comprende il miracolo della Boemia” (Pasolini, 1999e: 179). La città e le istituzioni culturali diventano così strumenti interpretativi per riflettere sulla tensione tra aspirazioni individuali e contingenze storiche: la crisi politica si specchia nel panorama artistico e nella sensibilità poetica del protagonista.
Come osserva Edi Liccioli (1997: 313), “la Cecoslovacchia di quegli anni è un paese socialista inquieto, agitato da un movimento per la democratizzazione della vita pubblica […] ma fortemente osteggiato dal regime. […] Il potere può impedire l’azione, ma non il pensiero”. Pasolini percepisce tale inquietudine come paradigma delle contraddizioni tra ideologia e realtà concreta, tra utopia e imposizione storica, e ne fa leva interpretativa per leggere la crisi dell’intellettuale: la Cecoslovacchia diventa sinonimo di un possibile conflitto tra aspirazioni morali e ingerenze del Potere. In analogia con il dramma ungherese del 1956, la tensione tra desiderio di azione e limitazioni imposte dalla storia struttura la poetica della responsabilità individuale, rendendo la cornice storica parte integrante della comprensione dell’opera.
La scelta di questa cornice storica è ulteriormente motivata dalla complessità della vicenda nazionale: dalle invasioni tartare del XIII secolo alla dominazione asburgica, dall’indipendenza del 1918 alla crisi del 1929, che accentuò le tensioni etniche e politiche culminate nell’invasione nazista del 1938. La resistenza ceca, prima passiva e poi attiva, offre a Pasolini il paradigma per elaborare la morte simbolica di Karel (Guido), contadino e partigiano, in cui la vicenda individuale si intreccia con la Storia collettiva. Dopo la liberazione, l’adesione al Comecon e al Patto di Varsavia segna la piena dipendenza dall’URSS; tuttavia, negli anni Sessanta, l’apertura culturale e la rinascita dei sindacati alimentano un processo di democratizzazione che culmina tragicamente con l’invasione sovietica, prefigurando il destino di Jan come figura esposta della tensione tra individuo e Potere. La storia nazionale diventa così lente ermeneutica: ogni dettaglio storico amplifica il significato autobiografico e poetico della narrazione.
Accanto a tali motivazioni politiche operano ragioni più intime. La Boemia, “terra di frontiera” al crocevia tra Oriente e Occidente, è percepita da Pasolini come un doppio del Friuli, luogo liminale in cui il confine diventa categoria poetica. Non a caso, nel 1949, egli intitola una raccolta Dov’è la mia patria, coincidente con l’inno ceco Kde domov můj, e trasfigura Casarsa in Semice, paesino boemo in cui ripercorre la propria vicenda interiore e politica: dal mondo rurale prebellico alla collettivizzazione comunista, fino all’irrompere del neocapitalismo, e così l’ambientazione si trasforma in una chiave interpretativa per rileggere il proprio percorso esistenziale, integrando geografia, storia e soggettività.
Nel terzo episodio, l’interno della casa di Jan si configura come microcosmo domestico piccolo-borghese e intellettualizzato, la cui rigidità formale sembra inibire qualsiasi slancio vitale. Tale ambiente, tutt’altro che semplice sfondo narrativo, diviene figura della paralisi morale dell’uomo moderno, restituendo l’immagine di un habitus esistenziale chiuso, incapace di autentica trasformazione e di reale confronto con le pressioni della storia. La scena domestica non è quindi mero ornamento: la strutturazione dello spazio diventa strumento di lettura delle contraddizioni tra condizione intellettuale e contesto politico.
La Cecoslovacchia comunista diventa così la cornice allegorica di un’autobiografia intellettuale, in cui la crisi dell’intellettuale marxista, dopo il 1956, assume valore paradigmatico. In tal senso, la Boemia rappresenta una sineddoche concettuale: la parte geografica allude al fallimento culturale del blocco sovietico e, insieme, alla frattura dell’intellettuale impegnato di fronte alla trasformazione del mondo moderno, mentre le vicende politiche, economiche e sociali offrono strumenti ermeneutici per leggere la parabola poetico-esistenziale del protagonista, integrando storia e autobiografia in una rete interpretativa complessa e coerente.
Jan Palach e Pier Paolo Pasolini: Due figure refrattarie a ogni equiparazione tra sacrificio e parola critica
In Bestia da stile, il nome del protagonista, Jan, assume immediatamente una funzione simbolica, evocando, in maniera indiretta e complessa, Jan Palach, lo studente cecoslovacco che nel gennaio 1969 si autoimmolò in Piazza San Venceslao per protestare contro l’invasione sovietica. Tuttavia, ridurre Jan a semplice incarnazione di Palach significherebbe appiattire la complessità drammaturgica dell’opera pasoliniana. La scelta onomastica, posteriore al gennaio 1969, funziona piuttosto come ricerca di un archetipo: Jan diviene figura mediale attraverso cui Pasolini intreccia elementi autobiografici e poetici, elaborando una tensione etica e politica che travalica l’equivalenza storica. L’omaggio a Palach non si riduce a mera identificazione; esso indica piuttosto un interesse per il gesto estremo come paradigma poetico della resistenza morale: un atto che si fa poesia incarnata, “linguaggio della carne”, concretizzazione della “poesia delle azioni” teorizzata negli anni Sessanta, un sacrificio che è insieme liberazione individuale e affermazione di autonomia politica.
Fin dal primo episodio, le biografie dell’autore e del personaggio dialogano, senza mai sovrapporsi. L’esordio, intitolato “Vent’anni in terra di Boemia!” (Pasolini, 2001a: 763), richiama l’epigrafe machadiana della “Suite friulana”, e mostra Jan come giovane borghese refrattario all’omologazione, amante della solitudine: “Io vengo qui, / dove non c’è nessuno perché è solo primavera” (Pasolini, 2001a: 764). Se da un lato si percepisce un legame con l’infanzia friulana di Pasolini, dall’altro Jan si distanzia dall’autobiografia stretta, configurandosi come figura autonoma, portatrice di un dissidio morale e storico che sfugge a ogni identificazione lineare.
Il nome Jan, inoltre, ha una valenza profetica, richiamando la Primavera di Praga e anticipando nel testo la tragedia storica dell’invasione del 1968: “Il 21 Agosto 1968 / i carri armati russi entreranno in Praga” (Pasolini, 2001a: 823). Questo colloca Pasolini su una soglia di tensione: da un lato, marxista ideale; dall’altro, critico del dogmatismo sovietico. Jan incarna quindi il principio di contraddizione, quella coesistenza di opposizioni che attraversa l’intera poetica dell’autore. In tal senso, l’identificazione tra autore e personaggio non è immediata né lineare: Jan non è Pasolini, né Palach; è una figura che consente di esplorare la tensione tra impegno etico, autonomia poetica e vicende storiche.
Palach, martire della gioventù anticomunista, viene utilizzato come referente simbolico, ma Pasolini ne trasforma il gesto in dramma poetico, con evidenti risonanze autobiografiche. Jan diventa così un doppio ideale, dove la vicenda storica si intreccia con la biografia dell’autore – le persecuzioni, la resistenza morale, il senso di isolamento e la tensione martirologica – senza mai ridursi a una trasposizione biografica diretta. Bestia da stile celebra la disfatta della poesia e l’impossibilità dell’impegno rivoluzionario: all’intellettuale, in ultima analisi, non resta che il sacrificio del corpo come testimonianza e azione poetica, capace di incidere su un mondo “sempre più stupido e ignorante” (Pasolini, 2001a: 761).
In questo quadro, Palach non è Jan, ma piuttosto l’eco di un modello di resistenza, un prisma simbolico attraverso cui Pasolini riflette sulla propria condizione. La scelta del gesto estremo – l’autoimmolazione – non viene assunta come esperienza personale, bensì come catalizzatore per la drammaturgia: Jan è figura di mediazione tra storia, mito e poesia. Persino le messinscene contemporanee, come quelle del “Teatro delle Bambole”, hanno enfatizzato il carattere rituale del testo, con maschere e silenzi che ne accentuano la densità simbolica. Nei Frammenti dell’Appendice al dramma (Pasolini, 2001a: 831–853), Pasolini ritorna sul tema del sacrificio e dell’utopia, rivelando la tensione tra fallimento personale e resistenza morale, mentre Jan mantiene una fragile capacità di contestazione.
Il Coro introduce il monologo di Jan, figura isolata sulle rive del fiume, intento a dichiarare il proprio desiderio di diventare poeta in favore delle classi subalterne. Qui la lingua si carica di una funzione demiurgica: nel Manifesto per un nuovo teatro (Pasolini, 1968: 6–22), Pasolini teorizza uno spazio scenico autonomo, con funzione educativa e conoscitiva, rivolto sia ai “gruppi culturali avanzati della borghesia” (Pasolini, 2005: 8) sia alla “classe operaia più cosciente” (Pasolini, 2005: 8). La parola poetica diventa mezzo di mediazione tra esperienza e conoscenza: “Tu conosci Presbitero / Michelin e Brill, / ma non il libero / liberale Stuart Mill” (Pasolini, 2001a: 776). La dialettica tra guerra e morte si trasforma in simbolo della libertà soffocata, dove la memoria storica e l’osservazione critica si intrecciano senza ridurre Jan a mero portavoce autobiografico.
Il teatro pasoliniano emerge dunque come processo vivente e complesso, in cui autobiografia, melodramma e politica convivono senza che l’identificazione tra autore e personaggio diventi semplice equivalenza. La Seconda guerra mondiale e le tensioni del Sessantotto configurano uno sfondo storico che alimenta l’opera, ma non la determina: Jan vive in un universo ossimorico, dove opposti e contraddizioni si incontrano e dove la fine della guerra non coincide con la salvezza. La trasformazione antropologica prodotta dal socialismo e dal comunismo trasforma contadini e piccoli borghesi in una sorta di aristocrazia operaia, e la crisi dello stile poetico si accompagna alla crisi morale. Jan e Novomesky diventano simboli della scrittura impossibile, della parola che si sottrae all’omologazione.
Il percorso di Jan, dall’adesione al mondo contadino alla coscienza politica fino al rifiuto nostalgico della parola, culmina nella dissociazione. La denominazione “Jan”, introdotta solo dopo il 1969, testimonia la sovrapposizione con Palach, ma non la coincidenza: Jan-poeta si distanzia dal modello storico, integrandosi paradossalmente nel sistema e ricevendo il Premio Stalin sulla Piazza Rossa, incarnando l’antinomia dell’intellettuale che desidera “Destinato alla santità – non voluta […] io voglio schierarmi col popolo” (Pasolini, 2001a: 770). L’atto poetico non coincide, quindi, con la storicità del sacrificio di Palach, ma ne trasforma l’eco in riflessione drammaturgica e universale.
Il dramma esplora l’intera vicenda di Jan: infanzia boema, nazismo, invasione sovietica. Jan dichiara: “Voglio essere poeta e non distinguo questa decisione / dagli odori della cucina […] Non lo distinguo dal silenzio del granaio” (Pasolini, 2001a: 769–770). Il silenzio diventa sfida poetica estrema, accumulando linguaggio, corpo teatrale ed esperienza di vita, fino alla fusione di finzione e verità nella morte annunciata. La discesa dell’eroe “dentro l’anima dei piccoli borghesi di Praga” prefigura la consapevolezza tragica della mortalità e del destino, e Pasolini (2001a: 862) lo definisce “Metajan”, oltrepassando il limite autobiografico per esplorare il sacrificio poetico in senso universale.
Il nucleo mitico-cristico permea la struttura del testo: la Passione diventa paradigma metastorico, un modello per la vicenda laica e poetica di Jan. L’educazione figurativa e la familiarità con il Vangelo consentono a Pasolini di costruire un intreccio tra autobiografia e mitologia cristiana: “Ho un’idea di Cristo […] è forse tra i poeti che lo cerco” (Pasolini, 2001b: 2839–2840). Jan, nel gesto estremo, non si identifica semplicemente con Palach, né con Cristo, ma ne ricrea l’eco poetica: “Io amo gli Dei degli Alberi e Cristo, per il suo sangue […] io ne rivivo la condanna per voi” (Pasolini, 2001a: 765). Il sincretismo cristiano-pagano delinea una doppia fine: Jan a Praga, Pasolini all’Idroscalo. La scelta poetica nasce in una Boemia mentale che ricalca Casarsa: “La mia decisione di essere poeta è là” (Pasolini, 2001a: 770).
Attorno a Jan si dispiega il coro allegorico, trentaquattro figure che fungono da specchio della sua esperienza e della tensione tra storia e mito. Jan, “bestia da macello”, è figura speculare dell’autore borghese, poeta critico, esposto a persecuzioni e ostilità culturale. Gli attori Burocrati ed Eterodossi rappresentano il Potere e la critica sociale, ammonendo: “sarai un estremista” (Pasolini, 2001a: 774), sintetizzando la traiettoria pasoliniana tra accettazione e rifiuto del mondo contemporaneo.
Sociologi ed economisti – Schumpeter, Veblen – si inseriscono come osservatori della parabola del poeta, in un contrasto emblematico tra Capitale e Rivoluzione. Jan si confronta con l’irrappresentabile e con la Storia: “Sul ricordo di un viso bianco di impiccato / costruiremo il nostro vero paese” (Pasolini, 2001a: 788). La memoria diventa forma poetica, mentre il fallimento politico e sociale funge da sfondo critico alla narrazione.
Jan attraversa, inoltre, la genealogia avanguardistica: pittura, poesia, linguistica formalista, Zaùm. “Ah, ma poi vennero i vent’anni! / E anch’io amai i pittori. E parlai lo Zaùm” (Pasolini, 2001a: 791). La pittura, la parola e il corpo diventano linguaggio totale: la “bestia da stile” attraversa la storia della cultura europea senza ridursi a pura erudizione, trasformando ogni esperienza in tessuto poetico e drammaturgico.
La parabola si chiude nel sacrificio, figura tragica e patriottica, che trasforma la vita in azione poetica estrema, senza mai ridurre Jan a semplice sostituto di Palach. È qui che si conferma la polemica sottile tra autobiografia e drammaturgia: il dramma diventa luogo di esplorazione dell’identità e della responsabilità poetica, dove la vita dell’autore si riflette, si frantuma e si ricompone attraverso il personaggio.
Il reticolo delle figure allegoriche: I personaggi che orbitano intorno a Jan
La sequenza paratattica di figure allegoriche che segue al monologo di Jan – “cervellotiche e imprevedibili”, frammenti di un immaginario “in frantumi” (Angelini, 2000: 231) – costituisce un corteo ideologico che teatralizza la disgregazione dell’identità intellettuale. In questo clima di caos irrompe lo Spirito della Madre, la cui vocalità originaria e antinormativa sovverte il “linguaggio / artificiale” (Pasolini, 2001a: 812) del figlio. Il discorso materno, profetico e terrigno, enuncia sin dall’incipit l’opposizione radicale alla civiltà: “SPIRITO DELLA MADRE: […] io sono sempre stata dura come una rapia; / dragon dovevo nasser / e invece son drago. […]” (Pasolini, 2001a: 809). La disarticolazione linguistica si configura come gesto di rivolta, in continuità con l’afasia di Rosaura in Calderón (Pasolini, 2001a: 659–758) e i silenzi di Julian in Porcile (Pasolini, 2001a: 575–643), confermando che la negazione della parola può essere una forma estrema di resistenza.
A questa voce si aggiunge lo Spirito del Padre, che annuncia l’ingresso dei carri armati sovietici a Praga; nei frammenti 1972–1975 Pasolini affida al Coro – articolato in quattro varianti sociali – la possibilità di pronunciare la parola, contrapponendola all’avvertimento di Jan: “Non parlar la parola ma la cosa” (Pasolini, 2001a: 851). In questo orizzonte si colloca Novomeský, convocato come personaggio-testimone per supplire simbolicamente a una dimenticanza dell’autore: profetizza il proprio destino di deportato e quello di Jan, futuro poeta premiato dal regime. La dialettica tra i due concentra l’esperienza tragica del Novecento, sintetizzata nel verso: “È tra la nascita e il tramonto / di queste due stelle, / che noi siamo giocati dalla storia futura” (Pasolini, 2001a: 797), mentre la Madre anticipa la morte con lucida brutalità, insistendo sull’“umidità che chiazza orribili muri” (Pasolini, 2001a: 805).
La risonanza intertestuale con Uccellacci e uccellini (Pasolini, 1966: 257) si manifesta nel tema del viaggio senza meta, incarnato dall’assillo del Corvo – “Amici, dove andate? […] Allora, si può sapere, dove siete diretti…” (Pasolini, 2001c: 761) – che diventa allegoria della crisi del marxismo e della crisi personale di Pasolini: “Ossia anch’egli come me, doveva essere consciente della crisi del marxismo…” (Pasolini, 2001d: 827). Il Corvo confessa: “Non piango sulla fine delle mie idee, […] Piango su di me” (Pasolini, 2001d: 827), articolando un monologo ideologico che denuncia la borghesia e invoca una rivoluzione capace di salvare la dignità dell’uomo: “La vita ha i suoi colori! […] Uno spettro si aggira per l’Europa, è la crisi del marxismo” (Pasolini, 2001c: 793). Analoga disillusione attraversa Novomeský: “Sarò un bandito, caro compagno! […] Ma questa è una speranza che io cullo dentro di me, / mentre so bene che m’illudo” (Pasolini, 2001a: 804–805). Nelle scene montane, Jan riflette sulla propria idea di stile confrontandola con l’esperienza dell’esilio del poeta slovacco, mentre la Voce del Contadino situa il conflitto in una geografia morale: “I sentieri che portano / all’Inferno e alla Storia / pieni di peste fresche / s’incrociano qui intorno” (Pasolini, 2001a: 793).
Qui compare Karel, “una delle mille bandiere / che sventolavano la festa” (Pasolini, 2001a: 784), la cui morte partigiana sembra prefigurare, più che determinare univocamente, i destini tragici della tragedia. Il suo viaggio possiede una meta precisa: “Me ne andrò per sempre, / il diavolo mi aspetta qui dentro il bosco” (Pasolini, 2001a: 785), e tuttavia tale direzione non coincide senza residui con un vettore autobiografico, ma si inscrive in una costruzione simbolica autonoma; l’addio assume così una forma pittorica: “Io… non ho mai visto il mare. / […] questo vento / ha l’odore del mare, non è vero?” (Pasolini, 2001a: 787). La figura di Karel, accostata alla memoria del fratello Guido e del partigiano Ermes, non si esaurisce in una trasparente trascrizione biografica, bensì attiva un dispositivo di risonanze che eccede la referenza personale e si intreccia, solo problematicamente, alla dimensione pasoliniana. Questo lutto, già prefigurato ne “La sua gloria” e nei “Tures tal Friùl”, assume nei testi friulani una forza che è meno testimoniale che formalmente premonitiva: “Da plansi a sarès. E i plansi; no jòditu? Cà, ta la man: na àgrima. Jo i plansi. Altri qe preà, altri qe lamentasi. Da blastemà a sarès, fradi Blastemà qista vita, blastemà il Signour e blaslemati te e ducu qei q’a stan cà coma te a preà e a patì” (Pasolini, 2001a: 42). 5 La simmetria tra le morti di Meni Colus e Karel – entrambi trasportati su una barella – “NOVOMESKY: Lasciaci portare via questo corpo” (Pasolini, 2001a: 785) – più che sancire un nesso diretto tra biografia e teatro, ne problematizza la relazione, restituendola come costruzione drammaturgica mediata e non riducibile a equivalenza immediata.
Nelle scene montane, il canto del giovane partigiano che celebra il grano – simbolo di vita e rivoluzione – annuncia l’ambivalenza del Sessantotto: “E il grano è rosso / nel Sessantotto / […] e poi la vera storia / lo disseccherà” (Pasolini, 2001a: 796). L’immaginario impressionista dell’opera – dal Coro “La Boemia è piena di grano ancora verde” (Pasolini, 2001a: 769) a Jan, al Crepuscolo, allo Spirito di Karel – restituisce una realtà filtrata da colori e atmosfere vibratili, come nei “blu di Prussia” (2001a: 797) e nelle “chiazze gialle di anilina” (2001a: 797). Il Contadino ricorda che nei boschi “dormono gli apostoli” (Pasolini, 2001a: 793), mentre Karel, ultimo messaggero, porta la notizia dell’invasione e riferisce la fine dei genitori di Jan, prima di dileguarsi lungo il sentiero che conduce “i ragazzi all’inferno” (2001a: 785). Tuttavia, più che attestare un’immediata coincidenza tra memoria storica e dato biografico, tale dispositivo sembra operare una loro problematica rifrazione, in cui l’allegoria non traduce semplicemente l’esperienza vissuta, ma la riconfigura entro una costruzione drammaturgica autonoma, capace di sospendere ogni linearità testimoniale e di dislocare il referente in una dimensione simbolica eccedente.
Processi dialogici, articolazione strutturale e scelte stilistiche
Bestia da stile, come l’intero ciclo tragico del 1966, concentra la riflessione metateatrale di Pasolini sui fondamenti della forma tragica. Già nel sesto episodio, l’irruzione della dimensione pubblica del poeta e dello scandalo incrina l’intreccio tramite il monologo, tematizzato dal Coro: “E questo atto della tragedia, dunque, / non può consistere in altro che in due monologhi: / il monologo degli operai. / e il monologo del poeta / – uno dopo l’altro” (Pasolini, 2001a: 799). L’ingresso imprevisto di Novomeský – introdotto dal Coro con “Che cosa succede? / Nell’entropia / si è generato qualcosa che non monologa?” (Pasolini, 2001a: 802) – permette al personaggio di svelare l’atto creativo: “Son qua come nell’appendice di una tragedia. / Quasi che l’autore, distratto, / dopo aver scritto il suo Episodio, / si ricordasse di qualcosa di essenziale” (Pasolini, 2001a: 802).
Questa autoriflessività destabilizza l’architettura drammatica, anticipando la necessità di interrompere l’entropia scenica attraverso l’irruzione dell’autorialità. Nel settimo episodio, il monologo dello Spirito della Madre apre alla disgregazione della “parola tragica”: la vocalità pura dei dodici versi “Aaaaaaaaaaaaaaah! aaaaaaaaaaaaaaaaaaah!” (Pasolini, 2001a: 807) dissolve il “linguaggio/artificiale” (2001a: 812) del protagonista, inaugurando la meditazione sulla condizione del poeta nel tardo Novecento e orientando Jan verso il rifiuto della riduzione a “Bestia da stile” 6 (Pasolini, 1999c: 1542), mediante il ritorno al paese, il distacco dalle vicende del Sessantotto e l’elusione di strumentalizzazioni ideologiche.
Il dispositivo metateatrale si compie nell’Appendice, composta da sei frammenti eterogenei – dal pellegrinaggio alla casa del “poeta autosepolto” Vladimir Holan al dialoghetto ispirato a Tanizaki – che rendono esplicita la contraddizione dell’opera, sospesa tra adesione alle tecniche tragiche e il loro rifiuto. I primi episodi, ancora ordinati, accompagnano l’ascesa di Jan dall’adolescenza alla Resistenza; nel sesto il Coro registra l’impossibilità del dialogo in un mondo postbellico: “Possiamo noi adesso veramente dialogare tra noi? […] La risposta è No” (Pasolini, 2001a: 798). La dissoluzione del dialogo a favore del soliloquio non si lascia ridurre, senza residui, a una mera tematizzazione del processo di formazione dell’autore-poeta, ma ne problematizza piuttosto le condizioni di possibilità, attraverso la storia linguistica di Jan – dallo Zaùm al dialetto fino al ceco: “Come posso facilmente ritornare (c’è / da non crederlo!) / dallo Zaùm al dialetto, / e poi da questo al ceco, per traduzione letterale” (Pasolini, 2001a: 729).
La ricerca di una lingua “vergine” – come il friulano materno per Pasolini – si lega allo scandalo che accompagna ogni alterità: “gettò lo scandalo / nei nostri petti / attraverso una poetica nuova. / Eh già, lo scandalo” (Pasolini, 2001a: 799). Tale poetica assume la forma dello skaz: “Caddero le vecchie barriere tra il boemo scritto / e quello parlato: furono fissate le frasi annaspanti / e senza clausola […] le bestemmie, / come fonemi” (Pasolini, 2001a: 799), anticipando la raccolta poetica Bestemmia (Pasolini, 2015: 230). La rottura linguistica dello skaz consacra la “bestemmia” culturale che conduce alla fuga dalla provincia alla capitale.
La parte finale trasferisce la riflessione politica ed esistenziale su un piano allegorico, senza tuttavia esaurirvisi: il confronto tra Capitale e Rivoluzione non tanto tematizza linearmente la crisi del marxismo e l’avvento della “Nuova Storia” dominata dal Capitale, quanto ne espone le aporie rappresentative, fino alla resa della Rivoluzione e alla consegna del poeta: “Quanto a quest’uomo, / se proprio non vuoi perderlo, / te lo lascio: ebbro / d’erba e di tenebre” (Pasolini, 2001a: 830). Bestia da stile appare così non semplicemente come un poema del ritorno e una tragedia della disillusione, bensì come un dispositivo che ne interroga le condizioni: la fine delle utopie – dai carri armati a Praga ai nuovi dèi italiani del consumismo – non riduce univocamente la poesia a residuo frammentario, prossimo all’afasia, ma ne mette in scena la crisi, realizzando un “teatro totale” che intreccia, senza coincidenze pacificate, mito e biografia, politica e linguaggio, fino alla dissoluzione del dramma nella pura parola, luogo problematico dell’ultima “autopsia” del poeta sulla poesia.
Conclusioni
In conclusione, Bestia da stile si impone come il punto di massima incandescenza del percorso teatrale pasoliniano, e merita pertanto di essere interrogata non soltanto come ultima testimonianza poetica, ma come laboratorio teorico in cui confluiscono, in forma estrema, le principali tensioni della sua opera. È necessario, a questo proposito, evitare letture meramente biografiche o riduttivamente politiche: la tragedia non va considerata come un semplice riflesso del dissidio interiore dell’autore, bensì come costruzione complessa, in cui la parola – restituita al proprio statuto originario di rivelazione e ferita – si fa dispositivo critico e conoscitivo. La “nudità” del linguaggio pasoliniano non va, dunque, interpretata come esibizione confessionale, ma come gesto deliberato, tramite il quale il poeta mette alla prova la possibilità stessa di dire il mondo in un’epoca segnata dalla crisi della rappresentazione.
In questo senso, la cornice cecoslovacca non andrebbe mai banalizzata come ambientazione esotica o strategia di mascheramento autobiografico: essa costituisce, piuttosto, un essenziale spazio simbolico, un paesaggio psichico e storico insieme, capace di accogliere la rifrazione delle contraddizioni che l’autore individua nel proprio tempo. La Cecoslovacchia degli anni Sessanta, sospesa tra socialismo e desiderio di rinnovamento, diviene così suo malgrado un prisma interpretativo dell’identità del poeta e dell’intellettuale tardo-novecentesco. Tale scenario si offre, dunque, come autentico luogo teorico, nel quale popolo e borghesia, ideologia e stile, appartenenza e idiosincrasia si incontrano e si fronteggiano in un dialogo conflittuale di alta densità simbolica.
In questa prospettiva, la figura di Jan va intesa non già come un immediato riflesso autobiografico riconducibile a Pasolini, bensì come un dispositivo tragico che istituisce una distanza, persino una frattura, rispetto a ogni ipotesi di trasparenza identitaria, incarnando – e insieme problematizzando – il principio di contraddizione. La sua parabola, che intreccia in modo obliquo e non assimilabile la memoria di Jan Palach con una tensione autoriflessiva di ordine estetico, non si presta ad alcuna equivalenza lineare, né autorizza scorciatoie ermeneutiche fondate su una presunta sovrapposizione tra autore e personaggio; essa esige piuttosto di essere compresa come esito di una drammaturgia della scissione, in cui la dissociazione si configura non come semplice sintomo, ma come procedura conoscitiva deliberata, non come indice di fragilità, ma come forma di interrogazione radicale del reale. Ne consegue che l’eventuale identificazione tra Pasolini e Jan non solo risulta riduttiva, ma rischia di neutralizzare la portata conflittuale del testo, laddove proprio lo scarto tra le due istanze produce senso, impedendo ogni ricomposizione pacificata. Va, inoltre, sottolineata l’importanza di assumere tale sdoppiamento non come figura patologica, bensì come chiave interpretativa generale dell’opera, poiché esso investe la struttura stessa del testo e la sua tensione verso una verità costitutivamente refrattaria a ogni principio di unità, situandosi piuttosto nello spazio irrisolto di una dialettica senza sintesi, in cui l’autore si espone non come origine stabile del discorso, ma come luogo di una incessante e irriconciliabile eterogeneità.
Da ciò discende una raccomandazione interpretativa fondamentale: Bestia da stile non deve essere affrontata come un’opera “da risolvere”, bensì come un sistema aperto, che resiste programmaticamente a ogni tentativo di sintesi. La sua natura prismaticamente dissociata, la compresenza di mito e documento, di lirica ed enunciazione politica, di tragedia e autoanalisi, chiamano a un metodo critico capace di accogliere l’ambivalenza e di riconoscere nella contraddizione non un limite, ma un principio generativo.
In questo quadro, il sacrificio finale di Jan non costituisce un semplice epilogo narrativo, bensì il vertice di un percorso in cui il poeta, ridotto a “bestia” del proprio stile, accetta di esporsi al rischio della dissoluzione per restituire alla parola il proprio valore testimoniale, sottraendosi tuttavia a ogni indebita assimilazione con la figura di Pasolini e respingendo, al contempo, la tentazione di ricondurre tale esito a una trasparente riproduzione dell’esperienza storica di Jan Palach. È perciò opportuno leggere il rogo del protagonista non soltanto come allegoria di Palach, né come proiezione dell’Idroscalo pasoliniano, ma come figura poetica irriducibile, che si sottrae a ogni paradigma referenziale e si configura piuttosto come dispositivo di scarto, capace di disarticolare le attese identificative e di sospendere qualsiasi equivalenza tra biografia e invenzione. In tal senso, il gesto estremo non si lascia inscrivere entro una logica di rispecchiamento, ma si impone come evento linguistico e simbolico che eccede tanto la cronaca quanto l’autobiografia, situandosi in uno spazio di tensione in cui la verità non coincide né con il vissuto né con la sua trascrizione, bensì emerge come effetto di una radicale esposizione al limite: un atto che non salva, ma illumina; che non redime, ma rivela; che non interroga il futuro, ma lo attraversa, lasciando il segno di una ferita.
Così, Bestia da stile si chiude come testo-soglia e testamento: monumento a un’idea di teatro inteso come spazio di “teatro totale”, dove verbo e corpo, politica e lirica, tragedia e analisi si intrecciano in una forma radicalmente sperimentale. È questo, infine, il lascito più esigente dell’opera: la richiesta al lettore di non sottrarsi alla complessità, di non addomesticare l’inquietudine del testo, e di riconoscere nella sua voce – fragile, dissociata, luminosa – l’ultima irriducibile forma di verità che la poesia contemporanea possa ancora pronunciare.
