Abstract
L’Orologio (1950) di Carlo Levi è stato spesso descritto come un romanzo d’impegno politico. Tuttavia, nell’immortalare un periodo di profonda trasformazione individuale e collettiva, Levi rifugge una rappresentazione mimetica del dato storico, realizzando un potente affresco espressionista. Lo svolgimento narrativo del romanzo è fortemente imperniato su una presenza diffusa di elementi onirici e magici: per penetrare la complessità di quest’opera è necessario quindi esplorare tale aspetto fondamentale della scrittura leviana. Il presente articolo analizza L’Orologio nei termini di un racconto di viaggio all’interno della coscienza fratturata di un paese, laddove viaggio, sogno e magia si rivelano misure complementari di un percorso conoscitivo di ricostruzione morale privato e collettivo insieme.
Introduzione
La caduta del governo guidato da Ferruccio Parri rappresentò un episodio di profonda crisi personale e intellettuale per Carlo Levi, il quale riconobbe in tale esperienza politica una possibilità unica di rinnovamento morale per la cultura italiana, identificando con essa il proseguimento ideale delle speranze e delle aspirazioni maturate nel corso della Resistenza. Per il suo contenuto politico, L’Orologio è stato spesso descritto come un romanzo d’impegno. 1 Tuttavia, nell’immortalare questo periodo di profonda trasformazione individuale e collettiva, Levi rifugge una rappresentazione mimetica del dato storico, realizzando un potente affresco espressionista. Lo svolgimento narrativo del romanzo è, infatti, fortemente imperniato su una presenza diffusa di elementi onirici e magici. Per penetrare la complessità di questo romanzo, è necessario quindi esplorare tale aspetto fondamentale della scrittura leviana. In queste pagine si leggerà L’Orologio come un racconto di viaggio, un viaggio all’interno della coscienza fratturata di un paese, laddove viaggio, sogno e magia si rivelano misure complementari di un percorso conoscitivo di ricostruzione morale privato e collettivo insieme.
Come già rilevato da Gigliola De Donato, L’Orologio è un’opera aperta, “non iscrivibile in alcun genere letterario” (De Donato, 1974: 121). Pur mantenendo una rigorosa unità di tempo e spazio, è un romanzo privo di intreccio, che si articola in un susseguirsi di immagini-chiave, episodi dal carattere fortemente simbolico, che fungono da occasione di auto-riflessione e analisi filosofico-politica. La stratificazione del tessuto narrativo e la complessità simbolica e stilistica allontanano questo lavoro dalla coeva tradizione neorealista, rendendo la definizione di romanzo d’impegno alquanto riduttiva. 2 Ne L’Orologio Levi rappresenta il suo io-poetico in un continuo peregrinare per le strade di Roma, tra mercati rionali, visite ad infernali periferie e pellegrinaggi in fumose osterie, fino al picaresco viaggio finale tra Roma e Napoli. L’Orologio descrive il superamento di una crisi, la ricostruzione morale di una coscienza, un itinerario narrativo che si articola nella dimensione spaziale del peregrinare del protagonista, ma anche e soprattutto nella sospensione temporale dello scavo interiore. 3
Numerosi studiosi hanno già descritto L’Orologio come un racconto di viaggio. Giovanni Falaschi parla di questo romanzo come di un percorso di formazione, un viaggio “alle origini della storia e alle origini dell’autobiografia dello scrittore” (Falaschi, 1972: 57). Secondo Vanna Zaccaro, è prerogativa di Levi rappresentare il proprio alter-ego narrativo come un moderno Ulisse, un soggetto poetico il cui viaggio è inteso come nostos, un ritorno alle proprie origini autobiografiche. 4 Zaccaro ha a lungo riflettuto su questo tema nelle opere di Levi, il quale sembra raccontare “sempre e solo il suo viaggio di ricerca, identifica[ndo] la ricerca nel viaggio” (Zaccaro, 2003: 137). Alberto Comparini interpreta l’Orologio all’intersezione di psicanalisi ed etnografia, nel suo configurarsi come “un progressivo viaggio alla scoperta e alla riconquista del sé (il Selbst), la cui iniziale frattura esistenziale, cognitiva e psicologica (la rottura dell’orologio del padre) muove la trama della storia spaziale e temporale dell’io” (Comparini, 2014: 87) . L’approdo di tale viaggio è Napoli, dove Levi ritrova nelle folle cittadine il mondo caotico e indistinto della Lucania contadina descritta nel Cristo, ma soprattutto l’energia e i valori della Resistenza.
In un brano inedito, rinvenuto da Zaccaro tra le carte del Fondo Levi conservate presso l’archivio di Stato di Roma, Levi sottolinea un’inconsueta contiguità tra viaggio e sogno, quando dichiara:
I viaggi sono come dei sogni. Lo sono già quando avvengono nel loro colore attuale, nel seguirsi inatteso delle vicende: lo sono molto di più nella memoria che oscura, cancella e perde i nessi pratici, la continuità delle ore e ricolloca gli incontri e le esperienze in un tempo diverso e istantaneo, dove figure lontane si legano in un racconto fantastico.(Zaccaro, 2008: 137)
La complementarità di viaggio e sogno risulta quanto mai tangibile nell’Orologio, e può meglio comprendersi alla luce di un passaggio nelle prime battute del romanzo, un brano in cui Levi descrive le fasi che precedono il sonno. Mentre riflette sull’infanzia e sull’incedere inesorabile del tempo umano, Levi indica il mattino come “l’ora dei sogni”, il momento del giorno più propizio all’attività onirica: Gli orologi segnano tuttavia le ore e le campane squillano e le lancette girano lente sulle torri: ma in quest’ora dei sogni noi siamo su una riva sicura, in un letto morbido, fuori del tempo, degli orologi e delle campane, e vediamo cose che non appaiono (Levi, 2015:18).
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Queste parole risuonano con una certa forza leggendo L’orologio, che in numerose occasioni si configura esattamente come il resoconto fantastico di un tempo e di una dimensione altra rispetto al reale. Levi comprende la dimensione privilegiata del sogno come un episodio ritagliato al di fuori della Storia, un rifugio lontano dal procedere meccanico del tempo umano. 6
Il sogno è per Levi anche, e soprattutto, strumento conoscitivo, rivelazione di “cose che non avvengono”, il momento in cui “forse ti guardi per la prima volta allo specchio” (Levi, 2015: 18). L’atto di osservare la propria immagine allo specchio rimanda direttamente al mito di Narciso, centrale nell’immaginario poetico e pittorico di Levi. 7 Come è stato discusso, Levi-Narciso intende chiaramente il momento di scoperta di sé come momento conoscitivo dell’altro da sé. Questo mito gioca quindi un ruolo centrale nello sviluppo tematico e narrativo de L'Orologio. Ciò che per Levi accomuna viaggio e sogno è il loro esistere in una dimensione estranea al tempo della Storia, così come il loro configurarsi come occasione conoscitiva, modificando la percezione del reale. 8 L’occasione di scoperta e rivelazione rappresentata dal sogno, quindi, trascende la sfera privata e si estende ad una dimensione collettiva.
È intorno ad un sogno in particolare che Levi edifica l’impalcatura narrativa e tematica del suo romanzo. Nei primi passaggi de L’Orologio questi sogna di trovarsi a Torino, in una casa a lui sconosciuta, e di smarrire l’orologio da tasca regalatogli anni prima dal padre, un oggetto dal profondo valore affettivo e fortemente legato alla sua infanzia. Al suo risveglio colpisce accidentalmente l’orologio, mandandolo in frantumi e dando il via all’odissea cittadina del protagonista. Levi stesso sottolinea l’importanza simbolica di questo sogno offrendone, attraverso l’analisi del suo collaboratore Martino, una chiave di lettura psicanalitica che può estendersi all’intero romanzo: Essenzialmente l’orologio, era ormai scientificamente assodato, e sicuro senza possibilità di dubbio, era l’Unità, o meglio il Selbst, cioè il punto di incontro dell’Io cosciente e dell’Io subcosciente, che ormai non sono più tali; il Tempo interno, il tempo vero e assoluto; in altri termini, era l’Io reale, la natura profonda della persona. Perdere l’orologio voleva dire essere fuori del proprio tempo vero, perdere se stessi (Levi, 2015: 68).
La rottura dell’orologio indica una frattura tra tempo individuale e collettivo, mentre lo smarrimento di tale oggetto simboleggia il perdere se stessi, il proprio rapporto con il tempo meccanico della Storia. Grazie a questo sogno, è possibile comprendere il percorso narrativo del protagonista del romanzo come il tentativo di sanare la profonda crisi politica e personale scaturita dalla caduta del governo Parri.
Questo sogno informa L’Orologio su più livelli. Innanzitutto, come pretesto narrativo: i primi capitoli descrivono l’inesausta ricerca di un orologiaio che possa riparare il prezioso oggetto. Ma questo episodio-chiave è fondamentale per una comprensione più completa del romanzo, perché consente a Levi di affermare ed enfatizzare una precisa correlazione tra mondo onirico e mondo fenomenico. Per prima cosa, la curiosa vicenda descritta nel sogno si traduce nell’effettiva rottura dell’orologio nel reale diegetico. Non solo: il sogno premonisce il destino dell’orologio stesso, il quale andrà veramente smarrito nella bottega dell’unico orologiaio disposto a ripararlo. Infine, negli ultimi capitoli del viaggio, il sogno si traduce nuovamente in realtà quando Carlo, nel suo vagare per le vie di Napoli, passa davanti a Palazzo Filomarino, già studio di Giambattista Vico ed ora dimora del critico Benedetto Croce, “il Virgilio napoletano, onore, lume, duca, signore e maestro” (Levi, 2015: 21), nonché presidente del tribunale da lui precedentemente sognato.
Levi sottolinea la contiguità tra sogno e realtà in un altro episodio-chiave del romanzo. Durante il suo viaggio a Napoli, il mezzo sul quale viaggiava viene assaltato da un brigante, emerso come d’improvviso dalle tenebre, il quale viene letteralmente descritto come la tangibile materializzazione di un incubo, una visione partorita da un inconscio collettivo: Vedevo il brigante sparare, a due passi, preciso come l’apparizione di un sogno, e, in una sorta di compartimento stagno della mente, mi stupivo e ridevo del fatto che egli fosse in tutto identico all’immagine infantile e popolare del brigante, col cappello a cono, l’abito nero, le cioce, il trombone… Mi accorgevo di pensare, mio malgrado, che questa identità aveva qualcosa di meraviglioso, che l’arte popolare è ripetizione di uno schema, nel quale apparenza e realtà magicamente coincidono (Levi, 2015: 302–303).
Il brigante viene descritto come la materializzazione di un paura archetipica e ancestrale, dimostrando che il sogno non è per Levi rivelazione privata, bensì, junghianamente, chiave di accesso ad una dimensione mitica e collettiva.
Poco più avanti Levi si chiede se il brigante appartenga alla “stessa natura degli spiriti della terra, dei santi e dei diavoli contadini […] dove il bene il male si annullano e si confondono, alternandosi in un vicenda di giorni e di notti e di stagioni senza fine e di ineffabili presenze” (Levi, 2015: 318). Il brigante viene percepito come la manifestazione improvvisa di una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio umano, con i quali tuttavia interferisce turbandone l’apparente ordine. Molti episodi del romanzo rielaborano il confluire del mondo onirico nel mondo del protagonista e vengono descritti da Levi come “misteriose vicende di un tempo diverso” (Levi, 2015: 126). Quando Levi visita il primo orologiaio, riferisce con un certo scetticismo il sogno bizzarro che sembra aver predetto il guasto del suo orologio. L’orologiaio invita Carlo a prendere sul serio questo sogno, quando rivela che “gli orologi sono bizzarri […] A volte sembra che abbiano una volontà propria” (Levi, 2015: 27). All’incredulità di Levi, l’orologiaio replica con il racconto di un episodio, accadutogli anni prima, che confermerebbe il potere misterioso che hanno alcuni orologi di scegliere i loro proprietari.
Descrivendo invece le condizioni di miseria delle fatiscenti borgate romane, Levi rievoca la storia di una giovane madre che, addormentatasi mentre allattava, si ritrovò una serpe in grembo, un evento descritto a metà tra sogno e realtà. Questa serpe è descritta come un essere demonico, la materializzazione di un incubo (Levi, 2015: 126). L’immagine animale del rettile ritorna nel racconto di un bambino sopravvissuto ad un incidente aereo (Levi, 2015: 127), come in quello del misterioso pittore americano di Palazzo Altieri che, all’inizio del secolo, sembrò un giorno impazzire e lasciò casa, per ritornare qualche ora dopo con un sacco pieno di vipere (Levi, 2015: 157–158 ). La leggenda vuole che questi rettili popolino ancora gli antri più oscuri del palazzo, come memento di questa leggenda e del suo protagonista. Queste vicende sono descritte come dei sogni, visioni rivelatrici di un tempo mitico e misterioso, divenuto tangibile grazie al racconto popolare. Levi accetta la verità di questi episodi con la stessa pazienza con cui, nel Cristo, accetta la magia che pervade ogni istanza dell’universo contadino.
La magia domina prepotente l’immaginario creativo di Levi, il quale in un’altra sede ammette: “Un antichissimo mondo magico pullula, coi suoi poteri, attorno a noi, da ogni parte: è in noi, chiuso nelle parole, nei gesti, nelle costumanze, nelle etimologie, nella memoria inconsapevole di tempi e di Dei remoti eppur sempre presenti”(Levi, 2002: 231). Ne L’Orologio, come già nel Cristo, realtà e magia sembrano spesso coincidere. Non è quindi errato parlare di realismo magico, per la capacità di Levi di descrivere con toni realistici episodi meravigliosi, e la loro capacità di “fecondare e arricchire il reale” (Bontempelli, 2006: 16). 9 Come pittore Carlo Levi, allievo e sodale di Felice Casorati, figura di riferimento del realismo magico in Italia, esplorò ampiamente tale poetica. 10 Sono numerosi i commenti sul realismo magico o, più indirettamente, sugli elementi magici della scrittura di Levi nel Cristo. 11 Come un ideale ritorno alle terre del Meridione, il viaggio da Roma a Napoli è particolarmente gravido di suggestioni magiche che rimandano proprio alle descrizioni del misterioso mondo contadino immortalato nel precedente romanzo.
La magia nell’Orologio si configura quindi come la manifestazione tangibile di uno scarto tra il reale ed una dimensione ulteriore. Più in generale, il romanzo è dominato da forti contrasti: così come sogno e realtà, anche presente e passato si avvicendano nello spazio diegetico del romanzo, come a sottolineare l’atemporalità delle vicende rappresentate. Il passato contamina il presente come un’improvvisa rivelazione, una visione. Per esempio, in uno dei primi passaggi del libro, Levi osserva la strada soggiacente la redazione de “L’Italia Libera” e con la mente ritorna improvvisamente ad un assassinio politico a cui assistette anni prima, durante l’occupazione tedesca di Firenze (Levi, 2015: 37–40) . Oppure, in un altro momento della storia, l’immagine di una jeep militare che discende lo scalone di Palazzo Altieri si confonde col ricordo del pittore americano che ritorna a casa in sella al suo cavallo (Levi, 2015: 157) .
Palazzo Altieri, con i suoi antri misteriosi e i suoi infiniti segreti, viene rappresentato come un luogo mistico, rifugio di una coscienza mitica e ancestrale. Nel suo continuo giustapporsi dicotomico di presente e passato, tempo individuale e collettivo, realtà e sogno, Levi impernia il suo racconto anche sulla contrapposizione di interni ed esterni, che sembrano tradurre dal punto di vista spaziale le ambiguità della scrittura leviana. Mentre gli esterni sono i luoghi del vagabondare e dell’esplorare, gli interni si configurano come luoghi privilegiati di rivelazione e mistero. La tipografia, le osterie, il Viminale, lo stesso palazzo Altieri, sono ambienti profondamente simbolici che si configurano come microcosmi dell’introspezione leviana, tappe fondamentali del suo percorso di ricostruzione di un’identità in frantumi.
Uno dei momenti più importanti e discussi dell’intero romanzo è ambientato in uno di questi interni. Al ritorno dalla conferenza stampa in cui Parri diede le sue dimissioni, Levi propone una suggestiva teoria politica, sostenendo che la società italiana si possa suddividere in due categorie di individui: i Contadini e i Luigini. La prima si compone di lavoratori, gente comune, la seconda è invece costituita dalla “grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie, sottospecie e varianti” (Levi, 2015: 189), che sfrutta il lavoro dei Contadini. Questa teoria socio-politica sintetizza le convinzioni di una determinata fase del pensiero politico leviano ed è proposta in forma di dialogo tra Andrea Valenti (Leo Valiani) e Carmine Bianco (Manlio Rossi-Doria). È notte fonda e i tre stanno camminando verso la tipografia attraverso il Traforo, la galleria ricavata sotto il Quirinale che collega Via Nazionale con via del Tritone. Come rileva David Ward, Levi descrive questo luogo come una grotta primitiva e fuori dal tempo, lontana dal frastuono delle strade romane, anch’essa ritagliata fuori dal tempo umano. Ward interpreta questo episodio come una rivisitazione del mito della caverna di Platone (Ward, 1996: 179). Levi sceglie di articolare un concetto-chiave del suo pensiero politico attraverso il linguaggio evocativo del mito, che, citando Vico, è per lo scrittore “maniera di pensare di interi popoli” (Levi, 1975: 158).
Un luogo descritto come mitico, anch’esso ritagliato fuori dal tempo e dalla Storia sono le strade di Napoli. Nelle ultime battute del romanzo, Levi è richiamato in questa città dalla malattia dello zio morente. Dopo la sua odissea notturna, Levi ritrova se stesso proprio a Napoli, ereditando dallo zio un orologio identico all’originale e riappropriandosi metaforicamente del proprio tempo perduto. Oltre a recuperare le proprie origini, in questo suo viaggio Levi ritrova anche il proprio ruolo all’interno della dimensione collettiva, rinvenendo nelle folle napoletane, nello sforzo quotidiano di uomini e donne, la stessa forza che aveva già riconosciuto nella Resistenza. Ma nel suo resoconto, la città di Napoli è come immersa in un’atmosfera onirica e favolosa. La descrizione mimetica della città è sostituita da una rappresentazione espressionistica degli ambienti urbani, mentre Levi rilegge la propria vicenda attraverso il mito biblico del profeta Giona: Mi pareva di camminare nell’interno di un enorme animale, che la strada stessa fosse un gigantesco budello carnoso, lo stomaco di un grande pesce, pronto a discendere alle radici dei monti; e che io, per tre giorni e tre notti, come l’antico profeta, l’avrei percorso, e seguito nel suo viaggio nell’abisso (Levi, 2015: 343) .
Il mercato del pesce di Napoli viene descritto come il ventre di un animale, uno spazio oblungo che Levi deve attraversare per giungere all’approdo del suo viaggio. Questo simbolico spazio interiore, altro non è se non immagine del mondo primitivo del mito e dell’immaginazione, già rinvenuto da Levi nella Lucania contadina del Cristo. 12 Come sottolinea Comparini, “il ritrovamento del tempo interiore di Levi non è altro che l'attraversamento di questa sfera primitiva e contadina dell'esistenza” (Comparini, 2014: 91).
Non c’è dubbio che L’Orologio sia un documento fondamentale per comprendere la crisi seguita alla caduta del governo Parri e alle ambizioni del Partito D’Azione di guidare la ricostruzione morale del paese. Protagonista di tale stagione, l’autore offre una testimonianza quanto mai unica della complessità socio-politica di una fase spesso negletta della storia d’Italia. Allo stesso tempo, questo romanzo supera ampiamente i limiti di una cronaca politica. Levi suggerisce una riflessione sul rapporto tra tempo biografico e Storia, tra responsabilità individuale e collettiva, esplorando la dimensione del sogno e della magia. Come commenta Jean Paul Sartre, il valore delle opere di Levi “si fonda su un duplice rifiuto: egli respinge contemporaneamente l’oggettività di maniera e la pura soggettività. Non c’è uno solo dei suoi libri che nel rappresentare un’avventura della sua vita non racconti il mondo; non uno, al tempo stesso, che non permetta di afferrare, attraverso il mondo oggettivo, la singolarità dell’autore” (Sartre, 1967: 260). Come suggerisce Sartre, dato oggettivo e racconto soggettivo sono indissolubili in Levi, risulta quindi necessario accettare la loro complementarità per penetrare e decifrare la complessità dell’Orologio. Attraverso la dimensione del sogno, della rivelazione di un mondo magico e primitivo al di fuori della Storia, è possibile comprendere la portata dell’impegno politico di Levi ben oltre la fattualità del dato storico.
