Abstract
L’Africa costituisce un topos di rilievo negli scritti di Dacia Maraini La seduzione dell’altrove, Sguardo a Oriente e Caro Pier Paolo. Lontano da ogni tipo di pregiudizio o stereotipo, Maraini cerca di scoprire l’eterogeneità culturale del continente nero e le sue peculiarità etnico-tribali. Tuttavia, non risparmia critiche all’invadente distruzione delle culture primitive e degli animali selvatici. La scrittrice nota che, mentre i ricchi ad Addis Abeba e Nairobi si barricano nelle loro ville, la povertà del popolo è assoluta; il neocolonialismo impera ancora in diversi paesi e il potenziale economico di alcuni paesi africani come il Sudafrica e la Rhodesia potrebbe superare il potenziale economico di tutta l’Africa indipendente. Tanti di questi paesi che sono tutt’ora un serbatoio di povertà e bacino di conflitti, furono suddivisi sotto l’imperialismo secondo criteri arbitrari per rispondere a un immediato interesse materiale. Per far fronte alla miseria e alla guerra, alcuni sono costretti all’immigrazione clandestina, altri ricorrono alla prostituzione minorile, al traffico di droga, o a fare parte di gruppi terroristici che promettono grandi guadagni; come citato in uno studio che porta la testimonianza di tre giovani che hanno fatto parte di questi gruppi. Maraini discute il diritto all’istruzione negato a molti bambini – soprattutto le ragazze – a causa della povertà. Lo studio passa anche in rassegna le sfide che la donna africana deve affrontare, dalla violenza all’analfabetismo, dalla negata istruzione all’infibulazione. Tuttavia, bisogna ricordare che il 70% della popolazione africana ha meno di trent’anni; l’esplosione di giovinezza significa avere più forza. Questo continente è al bivio tra dramma ed energia esplosiva. Attraverso una scrittura impegnata, Maraini offre uno sguardo profondo sulla complessità del continente africano, facendo capire che l’Africa non va considerata solo come un continente problematico, ma soprattutto come terra ricca di bellezza e valore.
Introduzione
L’Africa rappresenta un topos di rilievo negli scritti di viaggio di Dacia Maraini La seduzione dell’altrove (2012) e Caro Pier Paolo (2022). Nel corso degli anni, la rappresentazione delle alterità africane ha subito diverse mutilazioni ed è stata soggetta a pregiudizi e stereotipi, tra “dispotismo, splendore, crudeltà, sensualità” (Said, 2013: 13). Diverse opere che hanno avuto come tema principale l’Africa o l’Oriente sono state caratterizzate da un’instabilità dei confini tra verità e immaginazione, ne è esempio Il Milione di Marco Polo che ebbe successo grazie alla sua forma fiabesca: A viaggiare erano in pochi, non c’era possibilità di verifica […]. E qui spicca, sia pure solo di riflesso, la grandezza di Marco Polo, che parla di unicorni, ma ne corregge il modello cognitivo per mezzo di una descrizione paradossale. I marinai che varcarono lo stretto e gli estensori delle relazioni citate non andarono in là come Marco; le loro involontarie bugie altro non erano che mediazioni discorsive conservative, tarde espressioni del meraviglioso medievale. (Capoferro, 2007: 32)
Tanti viaggiatori orientalisti concepivano l’Africa o in modo collettivo o in termini di concetti molto astratti, dominati da false realtà, com’è stato profondamente discusso in Orientalismo di Edward Said. Durante l’era coloniale, il continente africano fu visto come una periferia economica quando le grandi potenze europee rischiavano esaurimento delle materie prime: “un ritratto quasi caricaturale dell’Oriente veniva accettato e sfruttato da politici la cui fonte di informazioni era non solo il tecnocrate semiletterato, ma il supercolto, raffinato orientalista” (Said, 2013: 151). Fra la fine dell’Ottocento e primi decenni del Novecento, le immagini che giunsero dall’Africa venivano organizzate in musei non con lo scopo di documentare la realtà africana, ma con quello di dare una legittima giustificazione agli intenti imperiali. Dell’importanza dei musei scrive Nicola Labanca in L’Africa in vetrina: L’Africa, la colonia, era ridotta a villaggio: a quel villaggio artificialmente ricostruito e “inventato”, spostando e “deportando” nelle piazze d’Italia immagini, oggetti, prodotti, uomini e donne, faune e flore. […]. Nei musei del tempo delle colonie, il visitatore imparava. In quelli più propriamente coloniali, imparava date e obiettivi delle conquiste. In quelli istituzionali, tra cui i musei militari, le celebrava. […]. Intellettuali e politici, funzionari e pubblicisti, militari e civili lavorarono quindi perché l’italiano fosse convinto della propria superiorità coloniale. (Labanca, 1992: 3)
Quei musei, insieme alla retorica della letteratura di viaggio molto vicina ormai ai miti, arricchirono l’immaginario collettivo a favore delle imprese coloniali. Un altro aspetto degli stereotipi è legato al turismo di massa; nel Novecento, “il viaggio è diventato comune” e il mondo sembra ormai “un manifesto affisso al muro che si può consumare al prezzo di un biglietto” (Leed, 2015: 349). Aumenta infatti l’interesse per l’alterità, per le culture e le tradizioni differenti dalla propria. Tuttavia, una parte considerevole degli autori che si sono cimentati con la letteratura odeporica assumono posizioni fortemente anti-turistiche, ritenendo che il turismo sia il peggiore dei sistemi per farsi un’idea del mondo, perché il racconto di tali viaggiatori sarebbe “improntato alla soggettività di chi ha compiuto l’esperienza” (Ricorda, 2019: 19–20). Dal termine della Seconda guerra mondiale in poi, infatti, il viaggiare ha subito una notevole evoluzione grazie alla televisione e al turismo: L’epoca della riproducibilità tecnica, che tende a ridurre il mondo a una cartolina universale, ci consente di sapere di più sugli ex-remoti paesi dell’Estremo Oriente standocene a casa seduti comodamente davanti al televisore, che facendoci strapazzare indecentemente dai viaggi “precotti” dei numerosi inclusive tours […]. La lontananza dei paesi orientali oggi si misura semplicemente in stress psico-fisico causato dal numero delle ore di volo in senso antiorario. Quel senso di lontananza che si accumulava via via in maniera organica, naturale, è cosa del passato mettiamoci una pietra sopra. Allora, dunque, che cercare nei viaggi in Oriente? Nei viaggi in genere? E poi come scriverli? Che cosa riportare se il mondo, diventato così minuscolo da poterlo percorrere in poche ore, s’è fatto assai simile dappertutto? Per forza, insieme alla tipologia del viaggio, deve mutare anche quella dello scrittore-viaggiatore. (Pellegrino, 1985: 155–156)
Per Dacia Maraini, viaggiare vuol dire scoprire l’ignoto, aprirsi a nuove culture, trasportando il corpo e il pensiero in un altro corpo e un altro pensiero. Nei suoi viaggi, Maraini è sempre stata attratta da ciò che è sconosciuto o misterioso: L’esotismo ha bisogno di nebbie che schermino il paesaggio non rivelandolo nella sua interezza. Ha bisogno di legare i luoghi del desiderio con una serie di informazioni spesso letterarie che sono più vicine al mito che alla concretezza della storia. La seduzione dell’altrove sembra nascere da una curiosità già in parte appagata da visioni che stimolano e solleticano il nostro pensiero desiderante. (Maraini, 2012: 13)
Nelle prime pagine di La seduzione dell’altrove la scrittrice descrive quella seduzione e amore idealizzato per i luoghi esotici o lontani, che ha sempre provato verso i luoghi sconosciuti sin dall’infanzia; dopo aver vinto una borsa di studio, il padre, Fosco, alla fine degli anni 1930, era partito insieme alla moglie e alle sue due figlie per il Giappone dove rimase fino alla Seconda guerra mondiale. Quando il governo nipponico, sulla base degli accordi presi con la Germania e con l’Italia, pretese che nel 1943 i coniugi firmassero l’adesione alla Repubblica di Salò, loro rifiutarono, e così tutta la famiglia venne internata in un campo di concentramento a Tokyo: “Ricordo silenzi perforanti in una campagna notturna senza luci. Ricordo paure estreme nell’attesa di un aereo dal ventre carico di bombe. Scambiavo gli aerei per uccelli e gli uccelli per aerei” (Maraini, 2012: 14–15). Nel 1946 la famiglia riuscì dopo tante difficoltà a tornare in Italia, che per Dacia bambina era “l’altrove”, un luogo sempre legato nel suo immaginario al maestoso impero che aveva dominato il mondo, un paese così diverso dal Giappone pieno di grandi Budda di legno. La seduzione di quei luoghi nacque da quelle illusioni che amplificano e abbelliscono ciò che è distante e sfuggente.
La scrittrice, che mentre vive a Roma non scriveva diari, appena si mette in viaggio sente il bisogno di scrivere ciò che vede lasciandone una traccia permanente. Durante i suoi viaggi, evita le guide turistiche ed i tragitti prestabiliti perché mostrano i luoghi nel loro aspetto più pittoresco ed offrono un percorso che conferma idee standardizzate senza rivelare la realtà dei luoghi. Nel continente nero, Dacia Maraini ha sempre cercato l’Africa, quella vera, a costo di rinunciare alle generalizzazioni e ai pregiudizi del turista. Così scrive nell’introduzione di Passeggiate africane di Moravia: Ogni anno, per diciotto anni, siamo andati, Alberto ed io, in Africa: nell’Africa più nera […], cercando di visitare il paese nel modo meno turistico possibile. […] Appena arrivati, cercavamo di lasciarci alle spalle l’Africa delle grandi città, dei grandi alberghi, dei ristoranti di lusso, delle piscine e delle autostrade. Per trasferirci verso l’interno, dove le strade sono dei pantani pieni di buche, dove per dormire bisogna affidarsi alle missioni e per mangiare bisogna accontentarsi delle banane fritte e della pasta di ignam. (Moravia, 1987: V–X).
In Africa, Maraini ha fatto tanti viaggi insieme a Pasolini e Moravia; il primo si occupava di trovare i luoghi adatti per i film che girava, il secondo scriveva degli articoli, mentre la scrittrice faceva delle foto per conservare il ricordo dei loro viaggi e delle loro avventure. Infatti, finiva per fotografare gli africani: “ero affascinata dalle loro case fatte di mattoni di fango cotto al sole e tetti di paglia. Chiedevo di entrare, mi sedevo sul pavimento di terra, accanto a quei miseri focolari costruiti con pietre raccolte nel fiume” (Maraini, 2022: 18). Tutti e tre avevano una predilezione per gli ambienti più arcaici e poveri, perciò, fuggivano dagli itinerari turistici e dai grandi alberghi scegliendo percorsi non battuti.
Nel cuore dell’Africa, la scrittrice si accorge dell’identità quasi lacerata delle tribù che ripetono con grande fedeltà i gesti dei propri antenati e che tuttavia rimangono stregate dalle scintille della tecnologia e dal loro tenore di vita. Così nei grandi alberghi dove alloggiano i turisti raffinati, si può assistere a una danza africana dove belle ragazze danzano seminude al ritmo dei tamburi, con collane fatte con denti di leone: “fra quei balli per stranieri la realtà fugge via a gambe levate, mentre i turisti bevono un gin and tonic e alcuni organizzatori astuti giocano a fare i primitivi e intanto mandano i soldi nelle banche svizzere” (Maraini, 2022: 94). La maggior rapidità degli spostamenti e l’accessibilità di terre lontane a una fascia sempre più ampia di turisti ha talvolta cambiato il rapporto tra viaggiatori e terre esplorate in modo tale da soddisfare la curiosità dei turisti. Maraini ritiene pertanto che ogni paese straniero goda di una doppia natura: da un lato rappresenta un orizzonte d’attesa mitico e fittizio; dall’altro, però, si spoglia di quella favolosa intangibilità per alludere a un referente concreto.
La bellezza selvaggia e genuina dell’Africa
Quello che emerge dalle opere di Dacia Maraini che hanno come tema principale l’Africa è un forte desiderio di scoprire l’eterogeneità culturale del continente nero e le sue peculiarità etnico-tribali. In Etiopia, Maraini rimane affascinata dalla laboriosità del popolo nonostante il caldo asfissiante: di mattina molto presto tutti si mettono in moto, tutti vanno al lavoro a piedi o, se sono più abbienti, vanno alla ricerca di un mezzo che li porti a lavoro. Si mantengono snelli e agili, ma sono molto lontani dalla vita comoda. Infatti, sul loro rapporto speciale con la terra si sofferma la scrittrice: Gli africani camminano, camminano tanto. E non è solo povertà la loro ma un rapporto speciale che hanno con la terra. E questo gran camminare li rende esili, eleganti sempre, anche quando vestono di stracci. Un incantesimo ottico ce li fa vedere di lontano come se sbucassero dal suolo, assieme ai banani dalle foglie frangiate, ai manghi dai grandi tronchi scuri. Quando viene la sera e si incamminano verso le loro case, si confondono con l’orizzonte rosato e spariscono poeticamente nella leggera foschia tropicale. (Maraini, 2012: 59)
La maggior parte degli operai africani lavorano in piccole aziende che impiegano meno di 50 lavoratori, solo le grandi imprese minerarie costruiscono quartieri abitativi per gli operai. Per il resto gli tocca continuare a vivere tra città e campagna.
Nello Yemen, protagonista anche del libro Sguardo a Oriente, Maraini scopre la dignità di un popolo tanto povero quanto orgoglioso; non ci sono alberghi dove alloggiare e la gente va scalza, ma nessuno se ne vergogna perché la povertà viene considerata “un destino celeste a cui le persone si adattavano con candida serenità” (Maraini, 2012: 142). A Hodeida, la scrittrice si ferma a contemplare la bellezza della città del caffè; attraversa villaggi poveri ma molto organizzati dove i letti sono all’aperto per affrontare il caldo delle notti estive. In La seduzione dell’altrove, scritto in stile discorsivo, aperto anche a forme dialogiche, ci riporta le parole della guida che la accompagnava durante il suo viaggio; era un uomo con le guance gonfie di qat, un’erba che dà energia. Raccontava storie antiche in cui lo Yemen commerciava con i greci l’incenso: era un paese talmente ricco di fonti e di sorgenti da somigliare al paradiso, con tante abitazioni dotate di giardini colmi di fiori profumati e di frutti preziosi. Maraini, sotto il titolo “Le montagne azzurre dello Yemen” illustra le indimenticabili bellezze del paese e la condizione in cui è ridotto ultimamente: Lo Yemen, questo Paese dalle grandi alture e le strepitose discese verso il mare, questo Paese in cui le montagne azzurre sembrano scivolare costantemente verso le pianure di un verde pietroso, questo Paese dai cieli alti e le nuvole che corrono festose come frotte di cammelli, questo Paese dalle città fantasmagoriche come Sana’a, dai grattacieli di fango dipinti di bianco e di rosso, questo Paese povero, un tempo accogliente e pacifico, è diventato un luogo di paura e di sospetto. (Maraini, 2012: 141)
Il bello di un viaggio è incontrare le popolazioni locali, lasciarsi trascinare dal vortice delle usanze, dei colori, della musica e della cultura dell’altro; nello Yemen i Qabā’il, che sono la parte più larga della popolazione autoctona, hanno il privilegio di portare un’arma bianca, detta jambiya, come parte essenziale del costume tradizionale che dimostra la condizione economica di chi la porta; sin dall’adolescenza, ogni ragazzo indossa questo prezioso accessorio come hanno sempre fatto i suoi antenati. E in Kenya, dove un terzo degli abitanti è cattolico, la Chiesa fa accompagnare la messa dalla musica dei tamburi e dalle danze che fanno parte del folclore keniota.
Le savane di Nairobi o Addis Abeba, e il colore quasi acrilico, splendente di certi laghi non possono passare inosservati nell’Africa sub-sahariana. Durante uno dei suoi viaggi insieme a Pasolini, che cercava nelle zone più arse del deserto un fumo che annunciasse l’arrivo di Agamennone per una scena di un suo film, Maraini descrive con grande lirismo la bellezza selvatica del continente nero: “eravamo immersi in un tramonto perlaceo, con un sole morente che veniva coperto e scoperto da nuvole rossicce” (Maraini, 2022: 43). In La seduzione dell’altrove la scrittrice descrive poeticamente la frequente comparsa di un elefante che scende con lentezza verso la riva del fiume per fare il bagno, o di una giraffa che fa capolino tra i cespugli ruminando foglie di acacia, o ancora delle scimmie che corrono facendo baldoria: Qui non è l’animale in gabbia ma l’uomo. Che sfoga il suo bisogno di catturare l’esotico attraverso la macchina fotografica. […] Il solo che non ci ha degnati di uno sguardo è il leone. Anche quando è stato circondato da tre automobili piene di turisti abbracciati alle loro macchine fotografiche, ha sbadigliato contemplando il vuoto. Con un palese disprezzo verso la razza umana che è sguaiata, maleducata, tronfia e si crede tanto importante, non conosce il silenzio delle savane ma pretende di immagazzinare la bellezza arcaica dentro piccole immagini di un sogno urbano. (Maraini, 2012: 61)
Nell’arco di dieci anni (dal 2012, anno di pubblicazione di La seduzione dell’altrove, al 2022, anno di pubblicazione di Caro Pier Paolo), la scrittrice annota con tristezza la differenza nel paesaggio africano: “sono stati bruciati e distrutti migliaia di ettari di bosco, sono state costruite le riserve in cui le bestie selvatiche sono ora riunite e chiuse dentro recinti più o meno grandi, ma controllate come non erano mai state” (Maraini, 2022: 93). In certi paesi africani, la sopravvivenza della fauna selvatica nelle savane che conservano un fascino unico è in pericolo a causa della siccità, dal taglio degli alberi e della caccia illegale. Anche popoli primitivi come i pigmei in Congo, un gruppo etnico che vive isolato dalle altre popolazioni nelle foreste equatoriali da migliaia di anni, dipendendo dalla caccia, la pesca e la raccolta di frutti, praticando culti animistici e riti magici, oggi sono seriamente minacciati, a seguito della scoperta di ricchi giacimenti di coltan nel loro territorio negli ultimi anni. Maraini denuncia l’invadenza umana: “in realtà stiamo distruggendo il mondo in cui ci troviamo a vivere; distruggiamo gli animali perché in qualche modo ci sono utili, cioè li consumiamo; distruggiamo le culture cosiddette primitive con le nostre culture cosiddette avanzate” (Maraini, 2012: 146). La scrittrice non imposta il discorso in termini di critica o di fuga dall’Occidente, ma sottolinea l’identità e la complementarità di Africa ed Europa.
Un continente afflitto da guerre e povertà
Nel capitolo “Paura ad Addis Abeba” Maraini rimane molto colpita in particolar modo da quanto accadeva in Etiopia, dove tra l’egemonia di un regime patriarcale e la ricerca della democrazia si perde la pace. Il paese era passato da un regime dove non c’era nessuna tradizione di democrazia, né partiti, né elezioni negli anni Settanta, a uno Stato le cui strutture “furono messe in ginocchio dalla carestia” negli anni Ottanta (Novati, 1994: 154), creando un’emergenza superata dopo solo grazie al massiccio aiuto internazionale. Nel nuovo millennio, l’Etiopia voleva respirare l’aria della libertà.
Mentre era in un negozio di abbigliamento ad Addis Abeba, Maraini sentì un forte rumore per strada. Tutti correvano, urlavano, si urtavano l’uno contro l’altro. All’improvviso si sentirono degli spari. Infatti, come le spiegarono poi, in Etiopia erano in corso le seconde elezioni della sua storia (le prime erano state nel 2005). I primi risultati sembravano lasciare chiaramente perplesso il governo al potere. Tuttavia, i giornali governativi affermarono che aveva vinto il governo, sconvolgendo gli studenti che da sempre portavano avanti manifestazioni pacifiche. Quel giorno la polizia uccise circa 30 studenti e ne ferì centinaia: I giornali etiopici poi tendevano a minimizzare. Niente di cui preoccuparsi: una piccola dimostrazione studentesca a cui la polizia ha reagito sparando per aria. Nessun morto o ferito da segnalare. Invece su un giornale di lingua inglese sono apparsi grandi titoli: Venti morti all’università, la polizia ha sparato sulla folla, centinaia di feriti, cinquecento gli arrestati. (Maraini, 2012: 54)
Tutti i negozi chiusero, i pullmini rimasero fermi lungo i marciapiedi, i ristoranti sprangati, i taxi infrattati. Qui il protagonista non è il soggetto viaggiatore bensì la scena contemplata, l’evento che scorre davanti agli occhi con l’impressione che lascia: “È talmente fragile in Africa la democrazia, quasi un bambino che non si regge ancora in piedi” (Maraini, 2012: 55). Così era anche il Kenya, quel paese che sta praticando “una difficile e coraggiosa democrazia, ma confina con paesi che stanno combattendo guerre di anni” (Maraini, 2012: 23–24), guerre che hanno provocato infinite vittime. La scrittrice, che trascorse due anni della sua vita in un campo di concentramento in Giappone, è particolarmente ostile nei confronti della guerra, tanto che le dedica un’intera parte di La seduzione dell’altrove: “Sogni e guerre”.
Sono diversi i paesi africani che si confrontano con gruppi terroristici come Boko Haram e Al Shabab. Maraini ha avuto la fortuna di incontrarsi con una decina di donne somale, sudanesi e keniote, donne combattive che non sanno più cosa fare per affrontare le prepotenze di quelli che decidono la guerra: “Noi li portiamo dentro alla pancia per nove mesi, li alleviamo fino ai sette anni, e poi ci vengono tolti per portarli a fare la guerra”, spiega Mary Nyaulang, un’attivista sudanese (Maraini, 2012: 27). I bambini diventano piccoli soldati che premono il grilletto di un fucile e la sera lo portano a casa come se fosse un giocattolo. Il professor Carlo Ungaro, inviato speciale del governo italiano per la Somalia, insieme a Marion Douglas, sua moglie, spiegano alla scrittrice cosa hanno significato per questi paesi anni e anni di guerra civile: La popolazione è diventata ostaggio di bande di uomini armati che fanno solo i propri interessi, non fermandosi di fronte a qualunque violenza. Non ci sono ragioni ideologiche dietro questi scontri ma problemi di potere fra clan opposti. Sono loro che mettono in mano ai bambini le armi, per farne dei guerrieri obbedienti e spericolati. (Maraini, 2012: 24–25)
Qui spicca il fenomeno dei bambini soldati diventato uno dei problemi più drammatici del continente. Tanti bambini orfani o rapiti sono costretti a combattere, mentre altri scelgono di fare parte di questi gruppi. Alcuni studi si sono cimentati nella ricerca dei motivi che spingono certi giovani a fare parte di questi gruppi terroristici. Sebbene il gruppo di Boko Haram prometta grandi guadagni, in realtà i ragazzini reclutati sono tenuti in una sorta di “schiavitù militare, drogati e sottoposti a un forte lavaggio del cervello, sfruttando la loro scarsa scolarizzazione”, sostiene Mamadou, quattordicenne nigeriano che era rimasto recluso a Niamey con l’accusa di aver combattuto per Boko Haram (De Georgio, 2015: 24). Questi gruppi – aggiunge Issa, nigerino funzionario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni – controllano le regioni dove l’assenza di potere legittimo lascia il posto al prevalere del caos, e “comprano la fedeltà di schiere di giovani senza patria al prezzo di un motorino cinese o di un salario da operaio” (De Georgio, 2015: 25). Di solito pendono di mira i mercati dei villaggi, facendo esplodere una bomba artigianale o un kamikaze, dichiara Olivier, congolese responsabile della sicurezza dell’Organizzazione ONU per gli affari umanitari nella regione di Diffa: “nella strategia di Boko Haram terrorizzare i civili è determinante” (De Georgio, 2015: 24). Il loro obiettivo è quello di destabilizzare la vita quotidiana e aggravare la crisi socioeconomica degli strati più poveri della popolazione, incrementando il reclutamento dei giovani fra la povera gente. Le testimonianze si susseguono simili e dolorose. In Caro Pier Paolo la scrittrice mette in luce come il terrorismo e il fanatismo religioso hanno trasformato alcuni paesi del continente in un luogo ostile e violento. Le facce sorridenti e cordiali di una volta ora sono piene di paura e terrore: “Oggi sarebbe impossibile viaggiare come facevamo noi, alla ventura, fermandoci nei villaggi più remoti e poverissimi, in zone dove non avevano mai visto un turista.” (Maraini, 2022: 75). Questo fenomeno ha cambiato la composizione dei flussi migratori in Europa, oggi costituiti in larga maggioranza da soggetti in fuga dal terrorismo e dalla guerra, provenienti dall’Africa sub-sahariana. Flussi che sono percepiti come il risultato del fallimento delle politiche di sviluppo dei paesi di origine. Nel corso di un solo anno, ossia dal 2014 al 2015, il numero dei richiedenti di protezione internazionale in UE è passato da 562.700 a 1.257.000 (Eurostat, marzo 2017). Tali immigrati non decidono dove o quando migrare, ma piuttosto si trovano costretti a fuggire nel più breve tempo possibile.
A subire i danni della guerra non sono i politici che la decidono, ma “i civili, i deboli, i fragili, i bambini. Il che significa un attentato al futuro del mondo”, così Maraini si esprime nel suo articolo su L’Unità, “Facciamo diventare la guerra un tabù” (Maraini, 2003: 32). In un altro articolo, “Davvero non ci riguarda il loro futuro?”, sempre su L’Unità, la scrittrice denuncia il disinteresse da parte dell’Europa verso le vittime delle guerre e della fame in Africa: Ma davvero questo mondo di scheletri divorati dalla fame, dal freddo, dalla paura, ci è così estraneo, ma davvero non siamo per niente responsabili? Ma davvero non ci riguarda neanche un poco il suo futuro? […] Io non sono fra quelli che pensano che l’ONU debba intervenire con le armi. Non credo nelle capacità taumaturgiche della guerra. Le bombe, i cannoni, le mine, non fanno che aggiungere disastri a disastri, dolore a dolore e morte a morte. (Maraini, 1994: 2)
Non basta preoccuparsi di diminuire o arrestare i flussi migratori stipulando degli accordi bilaterali volti al monitoraggio delle rotte migratorie, ma bisogna anche concentrarsi sulla collaborazione con i paesi africani. Maraini sottolinea il fatto che gli aiuti europei non sortiscono l’effetto voluto o perché si perdono tra i meandri infiniti della burocrazia oppure perché se vengono spesi in armi di cui le classi dirigenti non sono mai sazie. Gli aiuti non favoriscono la crescita economica di quei paesi perché, secondo The Millennium Development Goals Report delle Nazioni Unite (2012), la maggior parte degli aiuti è utilizzata per cancellare i debiti e far fronte alle necessità umanitarie che nascono come conseguenza dei disastri. Nell’Africa sub-sahariana quattro persone su cinque vivono in estrema povertà: nel suo articolo “Il debito torna a minacciare lo sviluppo africano”, Paolo Raimondi afferma che non basta cancellare i debiti: In sé, il debito non sarebbe nemmeno un problema, se fosse usato per promuovere lo sviluppo reale delle infrastrutture e dei settori agroindustriali e sociali. Diventa un fardello insostenibile se, crescendo a ritmi troppo veloci, viene utilizzato per finanziare le spese correnti, le spese militari, le guerre e la corruzione. In tali circostanze, il pagamento di una quota crescente di interessi “cannibalizza” tutte le entrate e l’intero budget. (Raimondi, 2015: 184)
Maraini nota che, mentre i ricchi ad Addis Abeba e Nairobi “si barricano nelle loro ville con tanto di fili spinati e muri coperti di cocci, cani da guardia e servizio armato notte e giorno” (Maraini, 2012: 22), la povertà del popolo è assoluta; gli scarichi delle fogne puzzano lungo le case fatte di mattoni ricoperti da uno strato di metallo. Da cinque a dieci persone vivono in una stanza, senza acqua corrente e di solito senza luce. Di notte, le famiglie estese dispiegano scatole di cartone per terra; i più fortunati hanno coperte o materassini di gommapiuma, altri si accontentano di due strati di stracci. Per far fronte a questa miseria, alcuni ricorrono alla prostituzione minorile o al traffico di droga, spiega il padre comboniano Daniele Moschetti alla scrittrice, portandola insieme ad altri a visitare il quartiere di Korogocho, alla periferia di Nairobi. Ed è lo stesso destino di molti somali che vivono di agricoltura, come Nurya Yusuf Ahmed che racconta sotto il titolo scioccante “La Somalia sta morendo”: “dopo la siccità degli ultimi quattro anni, abbiamo terminato le nostre riserve di grano. Non avevamo più niente né da seminare né da mangiare” (Maraini, 2012: 63). Molte donne con bambini legati sulla schiena passano giornate intere a cercare un boccone per i propri piccoli e un bicchiere d’acqua.
In Somalia, lo Stato aveva sempre tassato indirettamente i contadini comprando i loro prodotti a prezzi inferiori a quelli del mercato, il che si traduce in un disincentivo alla produzione; “anche lo sforzo per istituire cooperative in cui sperimentare la self-reliance e concentrare le innovazioni tecnologiche diede vita solo a 14 cooperative soffocate prima dalla burocrazia poi dai conflitti interni. L’autosufficienza alimentare non fu raggiunta neppure lontanamente” (Novati, 1994: 138). Negli anni postcoloniali, la disoccupazione aumentò nei principali centri urbani nei paesi che ottennero l’indipendenza a causa delle ondate migratorie dalla campagna verso la città “nella speranza che l’indipendenza portasse un miracolo economico, un boom edilizio e nuove opportunità di lavoro” (Kapuściński, 2012: 175). D’altronde, gli operai che lavoravano nelle aziende colonialiste finirono per vivere per strada dopo l’indipendenza, com’è accaduto a Nairobi. Un altro frutto di tanti anni d’imperialismo e di discriminazione razziale è la posizione retributiva degli operai africani che guadagnavano dieci o venti volte meno di quegli europei. Tuttavia, l’operaio africano si trova economicamente in una situazione migliore rispetto al 90% dei suoi conterranei: “suona come un paradosso, ma è un dato di fatto creato dal sistema colonialista che deforma ogni cosa” (Kapuściński, 2012: 175).
Il Millennium Development Goals Report delle Nazioni Unite (2005) ha fatto sapere che la malnutrizione provoca circa la metà delle morti di bambini sotto i cinque anni, ed è quello che sottolinea Maraini nel capitolo “La Somalia sta morendo”: “la percentuale di mortalità natale è di 125 morti ogni mille abitanti e 212 bambini su mille muoiono entro i cinque anni. Le malattie più comuni sono la malaria, le infezioni respiratorie, le forme diarroiche e la tubercolosi. L’aspettativa di vita è di quarantotto anni” (Maraini, 2012: 64). Si necessita di alimenti che possono essere somministrati direttamente dalle madri nelle loro abitazioni, senza dover essere diluiti nell’acqua, per evitare il rischio di contrarre malattie dovute alla scarsa igiene, come sottolinea Maraini parlando dell’Etiopia: Ma in un Paese in cui la mortalità infantile è del 97 per mille e c’è un medico solo per ogni ventottomila abitanti, in cui il tasso di analfabetismo è del 67% (74% donne e 61% uomini), solo 24 persone su cento hanno accesso all’acqua potabile e il 12% ai servizi igienici, le tante iniziative, pur generose, sono gocce in un mare di miseria endemica che niente sembra poter alleviare. (Maraini, 2012: 60)
La scrittrice porta la testimonianza di Aldo Morrone del San Gallicano, medico e direttore dell’INMP – Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà –che ogni due mesi si reca in Africa a operare gratuitamente bambini che spesso hanno il ventre gonfio di parassiti, gli occhi opachi dal tracoma: “Ne muore uno su tre […]. Molti se li porta via l’AIDS. C’è un gran ritorno della tubercolosi, anche quella che prende la pelle, la malaria è tutt’altro che domata. C’è il colera, la meningite, perfino la lebbra che sembrava una cosa d’altri tempi e invece continua a fare vittime” (Maraini, 2012: 59). A questo proposito la scrittrice affronta la fatidica domanda: “Qual è il rimedio?” portando i suggerimenti del Center for Global Development secondo cui il modo migliore per aiutare gli africani è trovare al più presto medicine che curino l’AIDS e la malaria. Altri, come Trevor Manuel, ex ministro sudafricano, o Kwadwo Baah Wiredu, storico ghanese, pensano che fino a quando tutti gli africani non disporranno di case decenti, con acqua e luce e fogne sotterranee, gli aiuti internazionali non serviranno a niente. Maraini si sofferma su quanto la ricchezza di alcuni paesi dipenda dalla povertà di altri, senza però pretendere una “vendetta”, ma interrogandosi sulla possibilità di un “passaggio dalla fase della vendetta a quella della giustizia” (Maraini, 2022: 19). Lo Zambia, per esempio, è il secondo produttore mondiale di rame, ma i suoi abitanti sono tra i più poveri del mondo perché l’economia del paese resta decisamente fuori dagli influssi e dalle decisioni del governo: In Africa vengono chiamati pocket-countries, “paesi tascabili”, con un significato duplice e in entrambi i casi rispondente a verità: in primo luogo perché sono deboli, piccoli ed economicamente non autonomi; in secondo luogo, perché finanziariamente dipendenti dalle tasche della loro madrepatria. Tipici paesi “tascabili” sono il Gabon, la Repubblica centrafricana, il Ruanda, l’Alto Volta, il Ciad e altri. (Kapuściński, 2012: 181)
Il neocolonialismo impera ancora in diversi paesi e il potenziale economico di paesi africani come il Sudafrica e la Rhodesia supera il potenziale economico di tutta l’Africa indipendente. I governi africani si sono trovati a capo di paesi con un tipo di economia impostato sull’esportazione di materie prime dalle colonie ai mercati esteri. Kapuściński sottolinea il fatto che l’Occidente restituisce ai paesi africani una parte dei guadagni sotto forma di prestiti, crediti, investimenti (si veda Kapuściński, 2012: 191). È certo che il colonialismo ha portato dei progressi tecnici in Africa come comunicazioni più rapide, vie ferroviarie, ponti e così via, ma allo stesso tempo è diventato anche la causa di certe deformazioni dell’economia africana. Il Sudan è un esempio di paese i cui problemi più gravi derivano dalla “genesi coloniale”; fu suddiviso sotto l’imperialismo britannico in diversi territori (tra l’Egitto, il Congo e l’Uganda) secondo criteri arbitrari per rispondere a un immediato interesse materiale. Tuttavia, il Sudan, il paese più vasto in Africa, è tutt’ora un serbatoio di povertà, un bacino di conflitti. Anche la Somalia soffre da anni di omicidi, reclutamento forzato e colpi di artiglieria pesante e mortai in zone abitate. Con il termine Somalia, che raggiunse il distacco definitivo dell’Italia imperiale nel 1960, comunemente s’intende solo quella italiana e inglese, mentre i somali sostengono che “la vera e propria Somalia, o Grande Somalia, si compone di cinque Somalie minori: la Somalia italiana, la Somalia inglese, la Somalia francese, la Somalia etiopica e la Somalia kenyota” (Kapuściński, 2012: 41). Ci si chiede se questi conflitti siano una delle conseguenze dell’imperialismo.
Le scuole in Africa e il ruolo degli Istituti italiani di cultura
Quando i soccorritori recuperarono i corpi senza vita di circa 800 migranti naufragati al largo delle coste orientali della Sicilia la notte fra il 17 e il 18 aprile 2015, nelle tasche dei bambini e dei giovani adolescenti trovarono le loro pagelle scolastiche; così ha dichiarato il medico legale Cristina Cattaneo nel documentario reperibile su Rai Play Lontano dagli occhi. Il viaggio di Domenico Iannacone e Luca Cambi nell’odissea dei migranti nel canale di Sicilia, a cura di Andrea Camilleri (2016). I bambini e i ragazzi si portavano in tasca il loro diritto all’istruzione che gli era stato negato nel proprio paese. Nell’Africa sub-sahariana, secondo il rapporto dell’UNESCO del 2015, il livello di analfabetismo è il peggiore a livello mondiale: Of all regions, sub-saharan Africa has the highest rates of education exclusion. Over one-fifth of children between the ages of about 6 and 11 are out of school, followed by one-third of youth between the ages of about 12 and 14. (UNICEF, 2015)
I genitori non hanno soldi per comprare i libri e la divisa, è difficile assicurare un trasporto affidabile per andare e tornare da scuola e non ci sono servizi igienici separati per maschi e femmine. Durante un incontro con un gruppo di donne africane del Kenya, del Sudan e della Somalia, Dacia Maraini ci porta le parole di una delle sue protagoniste nel capitolo “Africa: donne e piccoli soldati”: “Ci sono alcune scuole private ma sono per i più ricchi. La maggioranza non ha neanche i soldi per comprarsi le scarpe” (Maraini, 2012: 26). Quelli che hanno la possibilità di andare a scuola sono la fascia sociale più sviluppata che vive nelle città dove “la gente legge il giornale, ascolta la radio, frequenta i comizi politici” (Kapuściński, 2012: 171), mentre nei villaggi la maggioranza è analfabeta, ed è raro andare all’università. Un vero ostacolo allo sviluppo di questi paesi è la mancanza di personale qualificato. Un esempio è la Somalia che, già prima della guerra, registrava uno dei più alti tassi di analfabetismo al mondo. Questa situazione è esacerbata dalla continua instabilità del paese. A seguito della guerra civile scoppiata nel 1991, tante scuole sono state distrutte e i materiali scolastici non sono più disponibili, studenti e insegnanti sono costretti ad abbandonare il percorso scolastico. Dal 1994 l’accesso all’istruzione ha toccato il punto più basso soprattutto nelle zone rurali e tra le ragazze.
Maraini fa notare che in Kenya la gente costruisce piccole scuole rudimentali nelle zone devastate dalla guerra. Esiste una misera possibilità su tre che, una volta iscritto, un bambino termini il ciclo di istruzione primaria. In molti casi, sono proprio i ritiri, le bocciature e la cattiva qualità dell’istruzione che portano molti a non ottenere le qualità necessarie per un’alfabetizzazione compiuta. Un gruppo di ricercatori coordinati da Kataria Tomasevski ha pubblicato un rapporto sullo “Stato del diritto all’istruzione nel mondo” in 170 paesi tra cui Eritrea, Etiopia, Congo e Kenya. Dimostrando i motivi dell’esclusione per povertà dall’istruzione primaria, lo studio individua 22 tipi diversi di oneri finanziari dai quali l’istruzione primaria dovrebbe essere libera; il rapporto è una denuncia della discrepanza tra quanto promesso e garantito su carta e la realtà (Tomasevski, 2006). Diversi economisti e politici sono giunti alla conclusione che non basta pianificare ed innalzare le aspettative; bisogna assumersi anche la responsabilità di realizzarle e scoprire ciò che è richiesto adattandosi alle situazioni locali. Così sottolinea William Easterly (2007), che punta il dito contro i regimi corrotti e la burocrazia inefficiente. Altri come Moss, Petterson e Van de Walle, nel loro studio An Aid Institution Paradox? A Review Essay on Aid Dependency and State-Building in Sub-Saharan Africa (2006), sostengono che le alte quote di aiuti nel campo dell’istruzione possono avere effetti dannosi creando una situazione di dipendenza che porta i politici ad una minore disponibilità a rispondere delle loro azioni ai cittadini.
La seduzione dell’altrove non discute solo la questione scolastica ma anche quella “voglia d’italiano” di molti giovani africani, gettando luce sul ruolo degli Istituti Italiani di Cultura in questi paesi: “L’Italia è una grande potenza culturale” raccontano a Dacia le centinaia di ragazzi africani che studiano con impegno l’italiano. Al teatro di Nairobi la scrittrice s’incontra con un gruppo di ragazzi per leggere poesie in swahili, inglese e italiano. Lei si sente fiera del proprio Paese, ma anche dispiaciuta per la situazione negli ultimi anni: Il fatto sta che le scuole di italiano crescono e gli studenti si infoltiscono. Sarebbe importantissimo investire in questo senso. Finora lo si è fatto in forme sporadiche. Il Ministero degli Esteri è sempre stato attento agli scambi. In più ci sono antiche università, come quelle di Siena o di Bologna, che offrono ogni anno decine di borse di studio a ragazzi che intendono approfondire la nostra lingua. Alla fine del primo decennio degli anni Duemila però le cose si mettono male: molte università sono costrette a tagliare le spese e addio scambi. (Maraini, 2012: 125).
Maraini si rende conto del soft power della lingua italiana. L’Italia risulta il settimo paese al mondo più rappresentato con ben 34 università, e il terzo dell’Unione Europea, dopo Regno Unito, con 84 università, e Germania, con 47 (Farnesina S.D.). È ancora forte l’influsso della lingua italiana in Somalia, Etiopia, Egitto e Libia. In alcuni di questi paesi l’italiano è una delle lingue ufficiali e sono presenti diverse scuole italiane. Tuttavia, il numero degli studenti della lingua e della letteratura italiana in Africa è minore rispetto agli altri continenti; le condizioni economiche e la mancanza di sicurezza sono tra i maggior motivi della scarsità dei numeri.
Negli ultimi anni, l’Italia sta mostrando la voglia di rafforzare i rapporti con diversi paesi africani; al dicembre 2013, con Emma Bonino alla Farnesina, viene presentata l’Iniziativa Italia-Africa per tenere insieme interessi economici, sviluppo, rispetto dei diritti umani e dimensione culturale (MAE 2013). E nel 2020 l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini ha parlato di una svolta africana, soprattutto nei Paesi dell’Africa orientale (MAE 2020). Questo ritorno all’Africa appare dettato da varie ragioni, alcune comuni ad altri paesi, europei e non solo: la ricerca di nuovi mercati e di nuove opportunità economiche, l’aspirazione a sperimentare alleanze diplomatiche in consessi internazionali in via di trasformazione, i flussi d’emigrazione che oggi sembrano esclusivamente unidirezionali, sud-nord (si veda Moroni e Rognoni, 2021: 62).
La condizione della donna africana
Nel suo libro Il coraggio delle donne, Maraini sottolinea la deplorevole condizione delle donne nell’Africa sub-sahariana che devono lottare contro i regimi totalitari e il fanatismo religioso: “non possono andare per strada da sole, non possono levarsi il velo, non possono ereditare” (Maraini e Valentini, 2020: 14). La scrittrice dà un carattere polifonico ai suoi racconti di viaggio, includendo citazioni e conversazioni, soprattutto con le donne le cui esperienze servono a chiarire la complessità della situazione. Qui le donne vivono situazioni catastrofiche; non solo si prendono cura dei figli, portano l’acqua e costruiscono piccole scuole ombreggiate solo dagli alberi, ma devono anche affrontare le conseguenze della mancanza di sicurezza. Si legge nel capitolo “Africa: donne e piccoli soldati”: Le donne spesso sono costrette ad assistere alla morte violenta dei mariti, dei figli, e vengono stuprate di fronte ai parenti, e alla gente del villaggio – racconta Amina Muddei – eppure, non chiedono vendetta. Vogliamo la pace, contro qualsiasi logica di ritorsione. Quello che ci preoccupa è la totale disgregazione dei nostri popoli e dei nostri villaggi. Siamo in piena anarchia, dove ognuno è contro tutti e vince sempre il più forte. Facciamo di tutto per creare delle zone di lavoro e di pace ma anche se ci riusciamo qualche volta, non sappiamo come rieducare i bambini abituati a torturare, uccidere e depredare. (Maraini, 2012: 25–26)
In Africa le donne devono lottare contro lo stupro, la violenza fisica e psicologica, i matrimoni forzati o precoci. Denis Mukwege, ginecologo congolese, fondatore di un ospedale per curare i danni fisici interni causati da stupro, e vincitore del Premio Nobel per la pace nel 2018, parla delle aggressioni sistematiche subite dalle donne nell’est del Congo e sottolinea il fatto che in alcuni casi “una volta consumata la violenza, lo stupratore trafigge la vagina con una baionetta o con un bastone rovente ricoperto di plastica sciolta. […] Le modalità sono diverse, l’obiettivo sempre lo stesso: non uccidere, ma distruggere” (Mukwege, 2019: 30). Questa violenza efferata lascia delle conseguenze disastrose; l’apparato riproduttivo talmente danneggiato di quelle vittime non gli permette di avere figli e poi i mariti di solito le rifiutano per il disonore di essere state toccate da un altro uomo e così il loro destino è l’esclusione sociale. Nel suo libro Figlie ferite dell’Africa, Mukwege non solo parla di centinaia di donne congolesi violentate che devono affrontare enormi difficoltà, ma cerca di dare loro ancora delle speranze. Riconoscere i problemi non è abbastanza, bisogna anche “capire che quando una donna è stata abusata deve ricevere riabilitazione e risarcimento […]. E il mio modo per diffondere l’amore è prendermi cura dei malati e dare loro speranza” (Mukwege, 2019: 106).
Alla maggior parte delle ragazze dell’Africa sub-sahariana è anche negato l’accesso alla scuola. Qui gran parte delle ragazze non completa la scuola primaria, spiega la scrittrice con un tono non privo di pathos: “I bambini possono andare a scuola, le bambine no, gli uomini possono riposare sotto un tetto di stuoie, le donne no. […] I ragazzi frequentano le lezioni, imparano l’inglese. Le ragazze no” (Maraini, 2012: 155–156). Infatti, l’Unesco ha sottolineato il fatto che le ragazze nell’Africa sub-sahariana hanno meno probabilità dei ragazzi di completare l’istruzione primaria, per questo ha dato una priorità assoluta all’istruzione delle ragazze al fine di colmare questo divario di genere, sviluppando dei servizi igienici separati per ragazze e ragazzi, e aumentando la presenza di insegnanti donne, che possono rappresentare dei modelli in grado di incoraggiare le ragazze a continuare la loro istruzione: Girls’ education is a major priority. Across the region, 9 million girls between the ages of about 6 and 11 will never go to school at all, compared to 6 million boys, according to UIS data. Their disadvantage starts early: 23% of girls are out of primary school compared to 19% of boys. By the time they become adolescents, the exclusion rate for girls is 36% compared to 32% for boys. (UNICEF, 2015)
L’istruzione femminile contribuisce alla salute e all’istruzione delle generazioni successive; in età adulta, le donne che hanno ricevuto un’istruzione hanno figli più sani e in numero minore e contribuiscono inoltre all’aumento della produttività e alla crescita del reddito familiare. Nel capitolo più esteso “Sul lago Turkana con Alberto Moravia” Maraini nota come l’istruzione scolastica non viene ancora universalmente considerata come un dato indispensabile soprattutto nella formazione delle ragazze. Della questione problematica dell’analfabetismo parlano le sue protagoniste, affermando di tornare all’analfabetismo perché le donne non sanno nemmeno scrivere il proprio nome. Si pensa che l’educazione “contaminerebbe” i valori tradizionali della propria cultura, così le dicono: “La curiosità è pericolosa per la docilità femminile” (Maraini, 2012: 156). Già negli scritti di Mary Wollstonecraft l’inaccessibilità delle donne all’istruzione è considerata l’origine della loro sottomissione: Le donne si trovano dunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate. (Wollstonecraft, 2013: 126)
In The Feminine Mystique (1963), che risiede alla base della seconda ondata femminista, la scrittrice americana Betty Friedan discute la problematica dell’istruzione scolastica e scopre che quel sentimento d’infelicità di molte donne è dovuto all’insoddisfazione che scaturisce dalla loro limitata libertà di scelta nella società patriarcale. Friedan sottolinea che bisogna introdurre altri modelli di identità femminile, basati sulle capacità intellettuali delle donne. In questo contesto l’accesso all’istruzione e al mondo lavorativo è di fondamentale importanza.
Nelle culture tribali in Africa molte donne sono vittime di matrimoni precoci, anche a undici o dodici anni, per portare in dote due o tre capre o mucche alle famiglie dei parenti. Lo scopo fondamentale è la procreazione, tanto è vero che se la moglie è sterile la dote viene restituita allo sposo. Nella tribù keniota degli Elmolo, Maraini nota attentamente le loro usanze. Qui la scrittrice mette in discussione una delle pratiche più atroci contro le donne, cioè l’infibulazione, una forma di mutilazione eseguita per motivi prevalentemente socioculturali e che provoca rischi gravi ed irreversibili per la salute delle ragazze. Durante un incontro con una delle donne che praticano l’infibulazione, Maraini sottolinea: “La donna anziana ci mostra fiera il coltello con cui operare il taglio dei genitali femminili. Per lei quel coltello rappresenta la legge, la tradizione, il dovere” (Maraini, 2012: 151). Maraini qui non basa la sua opinione sugli stereotipi, ma sulle sue esperienze e conversazioni con le ragazze stesse: la cosa assurda è che senza questa pratica nessuna ragazza si può sposare. Lei non risparmia severe critiche a questa violenza praticata in Kenya come in altri paesi africani: “A questo proposito sono assolutamente contraria al relativismo […] che per rispettare le culture altre, accetta la mutilazione sessuale […], tollera la lapidazione, lo stupro come arma di repressione” (Maraini e Valentini, 2020: 19). Secondo Maraini la crudeltà e l’abuso vanno chiamati col loro nome; spesso le donne si infettano, alcune muoiono, ma l’assurdo è che tale pratica non viene considerata un atto di violenza contro il soggetto femminile. È vero che viaggiare rende più facile capire ed accettare le diversità culturali, ma per Dacia Maraini rispettare la diversità non significa acconsentire alla violenza.
Queste donne africane sono perciò costrette alla migrazione; la maggior parte analfabete, sole, povere attratte dal miraggio di uno stipendio magro, come compenso di un mese di lavoro al ritmo di undici-quattordici ore al giorno. Maraini denuncia lo sfruttamento di queste ragazze in Italia, l’inerzia dei sindacati e delle associazioni culturali nei loro confronti e i continui “ricatti” ai quali sono sottoposte: “Se non ti comporti bene ti rimandiamo al tuo Paese, mezzo pomeriggio di libertà la settimana, proibito loro addirittura l’uso del telefono, nessuna possibilità di incontri,” così si legge nel suo articolo sulla Stampa sotto il titolo “Le tremila tuttofare dall’Africa” (1976: 6).
Infine, il mondo africano che ha sedotto Maraini viene paragonato a quell’immagine pacifica di una ragazza magrissima che stava sotto un albero a leggere un libricino dalla copertina sdrucita: Ricordo ancora una ragazza magrissima che […] se ne stava sotto un tetto di foglie a leggere un libricino. Era strano perché la maggioranza della popolazione era analfabeta. Ma la ragazza leggeva con tale concentrazione che non si è neanche accorta di noi che giravamo con appresso un codazzo di bambini vocianti vestiti di stracci. Mi è rimasta nella memoria quella immagine pacifica e gentile: due mani infantili, magrissime con i segni della fame addosso, che reggevano un libretto dalla copertina sdrucita. Un Corano? Un romanzo? Solo oggi so che quella immagine rappresentava il mondo orientale come avrebbe potuto essere senza il terrorismo, senza il fanatismo religioso. (Maraini, 2012: 143–144)
Dacia Maraini dimostra come l’emancipazione femminile sia un processo lungo, e spiega quanto è difficile liberarsi dalla misogina sociale. Tuttavia, non perde il coraggio di lottare per un destino femminile migliore.
Conclusione
L’opera di Dacia Maraini rappresenta un contributo significativo alla rappresentazione dell’Africa nella letteratura contemporanea italiana; adottando una forma diaristica, la scrittrice ha portato nelle sue opere situazioni, prospettive e problemi dei paesi africani che lei ha visitato durante gli ultimi anni del secolo scorso ed i primi anni del terzo millennio. In La seduzione dell’altrove Maraini utilizza uno stile espositivo, periodi in prevalenza paratattici e un linguaggio formale, in cui talvolta emergono opinioni personali ed emozioni del giornalista. La narrazione in prima persona è suddivisa in capitoli; ogni articolo riporta la data e il luogo di stesura. In Caro Pier Paolo il ritmo, nella descrizione degli avvenimenti, tende a rallentare quando la scrittrice si dedica a riflessioni sulla drammaticità del momento. Nel documentario di tono biografico Io sono nata viaggiando (Maraini, 2013), girato da Irish Braschi in Egitto, Maraini parla dell’importanza di questi viaggi che le hanno permesso di accorgersi dell’assenza di verità universali; la scrittrice tanto sedotta dall’Altrove si sofferma su particolari colti dal suo occhio poetico. È come guardare le foto di una vacanza senza la falsità del turista.
La forma autobiografica permette a Dacia Maraini di documentare i suoi viaggi e di condividere il suo percorso individuale, lontano da ogni tipo di pregiudizio, discriminazione o stereotipo. Dalla bellezza delle savane alla musica che accompagna la messa in Kenya, dalle lunghe camminate che mantengono snelli gli etiopi alla dignità del popolo somalo nonostante la sua povertà. Tuttavia, Maraini non risparmia critiche all’invadente distruzione degli animali e delle culture primitive che costituivano la straordinaria ricchezza del continente nero. L’articolo offre una riflessione sulle dinamiche del colonialismo e sulla suddivisione coloniale di alcuni Stati come il Sudan e la Somalia che continuano ancora oggi a subirne le conseguenze.
Un’altra piaga di cui soffre il continente africano è il fenomeno dei bambini-soldati che premono il grilletto di un fucile e la sera lo portano a casa come se fosse un giocattolo. Diversi studi mostrano che questi bambini sono una preda facile per i gruppi terroristici che comprano la fedeltà dei giovani poveri e dei bambini senza patria al prezzo di un motorino cinese o di un salario da operaio. Attraverso una serie di personaggi e situazioni, l’articolo esplora i motivi di questo fenomeno.
Maraini, nella sua opera, ha offerto al lettore una visione articolata e sfaccettata della condizione della donna africana che non poteva passare inosservata. Tante sono le sfide che la donna africana deve affrontare, dalla violenza all’analfabetismo, dalla negata istruzione all’infibulazione. Toccando quest’argomento, Maraini fa opera di sensibilizzazione, proprio come nel suo libro Passi affrettati che offre un panorama della violenza contro le donne che va ben oltre i confini italiani, così come in tante altre opere artistiche.
L’articolo getta luce sui danni alle strutture scolastiche che hanno fortemente ridotto la capacità del sistema scolastico in diversi paesi. In tanti paesi africani in guerra, molti genitori favoriscono l’espatrio dei propri figli per tentare di garantire loro l’accesso all’educazione e un futuro. Una volta arrivati altrove, questi devono affrontare altre difficoltà, dal cambiamento culturale alla precarietà abitativa e lavorativa.
Nel corso degli ultimi anni l’attenzione per l’Africa è stata legata a questioni che riguardano le migrazioni o la sicurezza, che vengono trattate prevalentemente in modo eurocentrico. Ma se vogliamo aiutare veramente gli africani, dobbiamo offrire una visione più autentica e consapevole della realtà, riflettere sulle dinamiche del potere, dell’identità e della differenza, e soprattutto a interrogarci sul ruolo e sulla responsabilità nel costruire un mondo più equo e solidale in Africa: [L’Unione europea] Parla di promuovere la cooperazione, ma si contraddice quando non riesce a redistribuire fra gli Stati qualche migliaio di migranti. Più che da casa comune, si comporta da gendarme. E ragiona in termini emergenziali: l’emergenza sbarchi, l’emergenza di un conflitto, di una guerra civile, di un’epidemia, di una carestia. […] L’ostilità, l’insofferenza, la paura verso l’Africa e la sua gente monta spesso in Rete, sui social. Molti sono incattiviti, se non furibondi, sul tema dell’accoglienza. Tutti sembrano avere soluzioni da proporre. (Carraro e Di Paolo, 2021: 60)
Abbiamo bisogno di una decolonizzazione dello sguardo, di considerare la parola Africa lontano dallo stereotipo coloniale della dipendenza (si veda Gualtieri, 2016: 25). Se vogliamo aiutare gli africani dobbiamo cercare di contribuire a un cammino di liberazione, investire con più forza e sinergia nel continente africano per costruire un futuro per loro, le loro famiglie e le loro nazioni. “Oggi il futuro dell’Europa è in Africa,” ha affermato Paolo Gentiloni all’Assemblea generale dell’ONU il 20 settembre del 2016. Il 70% della popolazione africana ha meno di trent’anni; l’esplosione di giovinezza significa avere più forza. Questo continente è al bivio tra dramma ed energia esplosiva; bisogna avere il coraggio di crederci, di prendere parte a questo impegnativo processo di sviluppo, per poter realizzare il sogno di un’Africa libera, capace di trasformarsi in una risorsa preziosa.
Attraverso una scrittura impegnata, Maraini ci offre uno sguardo profondo e articolato sulla complessità del continente africano, sfidando i cliché e le semplificazioni. La seduzione dell’altrove e Caro Pier Paolo aprono nuove prospettive di relazioni interculturali che sono venute un po’ meno negli ultimi anni. La storia italiana è anche una storia che riguarda diversi paesi africani, e la lingua italiana è uno strumento di avvicinamento e di mediazione grazie alla vasta diffusione degli studenti d’italiano in questi paesi. Dacia Maraini ci fa capire che l’Africa non va considerata solo come un continente problematico, ma va vista soprattutto come terra ricca di bellezza e valore, in possesso di tutte le potenzialità per trovare le soluzioni più adatte a superare gli ostacoli davanti ai quali si trova.
