Abstract
Italo Calvino first read Eugenio Montale's Ossi di seppia and Le occasioni during WWII, learning by heart many a poem from both. Later, he considered La bufera the best book inspired by that war. That said, Montale intertextualities in Calvino's works are not limited to spare words or images. Instead, they are deeply rooted in a common landscape, the two Ligurian Rivieras, and they involve the very structure of Calvino's stories, due to the disenchanted vision of life (civil life included) and of the universe that Calvino largely shared with Montale. The evolution of Montale's poetry as a model for Calvino's prose is charted here from the mid-Forties to the semi-autobiographical cycle Palomar from 1983.
Introduzione
Là sotto, contro i frastagli irregolari degli scogli del capo, l’acqua calma batteva senza spuma. Amedeo Oliva scese una rampa di ripidi gradini con la bicicletta in spalla, e la lasciò in un posto all’ombra, dopo aver fatto scattare la serratura antifurto. Continuò a scendere la scaletta tra frane di terra gialla e secca ed agavi sospese nel vuoto, e già cercava con lo sguardo la più comoda piega dello scoglio dove si sarebbe sdraiato. (Calvino, 1992: 1126)
L’avventura di un lettore è del 1958. Fa parte della sezione “Gli amori difficili” nel volume autoantologico I racconti che, pubblicato da Einaudi in quello stesso anno, segna la definitiva maturità e affermazione di Calvino. Dai frastagli (il sostantivo in sé, più l’assonanza con degli e con scogli) alla spuma, dal verbo scattare all’atto di percorrere in discesa una scalinata ripida, dalle frane alle agavi, senza trascurare nemmeno la piega, molto in questo brano – il lessico, il ritmo scandito, il colpo d’occhio sui luoghi, perfino la sottintesa situazione psicologica del personaggio Amedeo Oliva (un avatar non dichiarato dell’autore) – proviene dal Montale di Ossi di seppia (1925): da un Montale che Calvino da ragazzo aveva letto, come dichiarerà qualche anno più tardi, “quasi sempre in chiave di memoria locale, nelle immagini e nel lessico” (Calvino, 1964: 1188).
Si potrebbe obiettare che per due scrittori liguri segnati dai rispettivi paesaggi di origine – la Riviera di Levante per Montale, quella di Ponente per Calvino – una certa quantità di coincidenze verbali sia inevitabile. Ma c’è altro, e bisogna spingersi al di là dei fenomeni più vistosi; prima, però, sarà utile inventariarne ancora qualcuno.
Mi è già capitato di segnalare che un breve testo giovanile di Calvino, Il lampo, datato 25 aprile 1943 (Calvino, 1994: 777–778), è la riesecuzione in prosa dell’“osso di seppia” Forse un mattino andando in un’aria di vetro (Scarpa, 2023: 31; Montale, 1980: 40), e che una delle poche poesie composte da Calvino dopo il 1945 (Dall’U2, scritta fra l’estate 1963 e l’estate 1964; Calvino, 1994: 316) ha passaggi montaliani che lambiscono il pastiche (Scarpa, 2023: 337–339). Due esemplari unici del bestiario di Montale (Savoca, 1987: 285, 395) si ritrovano nel Barone rampante: “Solo un volo si levò di piccolissimi luì, gridando” (Calvino, 1991: 563), a fronte dei “luì nidaci, estenuanti a sera” in L’orto (1946, poi in La bufera e altro; Montale, 1980: 245); e si noti, in Calvino, l’iperbato “un volo si levò” con quadruplice allitterazione solo-volo-levò-luì imperniata sulla consonante liquida. Nel Barone sarà a un certo punto l’eroe in persona a trasformarsi in un volatile, quando nel capitolo VII si avvisterà “un Barone che salta sui rami come un francolino” (Calvino, 1991: 603) e che trova anch’esso riscontro nella Bufera: in Per album (1953), dove Montale scatena sulla donna amata un furor vocativo-metamorfico: “Ho continuato il mio giorno / sempre spiando te, larva girino / frangia di rampicante francolino / gazzella zebù ocàpi” (Montale, 1980: 262). Infine, e ancora nel Barone, una parola sdrucciola e polisillabica come codibugnolo, che ha due occorrenze, tutte e due memorabili (la seconda è nel finale del libro; Calvino, 1991: 735, 777), appartiene virtualmente a Montale malgrado non compaia in nessuna delle sue poesie.
Qui però bisogna intendersi. Non è che con la sua precoce ricchezza di parole e con la sua provenienza da una famiglia di scienziati (agronomi, botanici, chimici) Calvino debba a Montale il lessico naturalistico di cui dispone. Gli deve però, almeno in parte, la curvatura che imprime al discorso. L’impulso alla saturazione di nomi – di presenze animali – compare in Montale ben prima di Per album; ad esempio, nel finale di L’estate (1935, poi in Le occasioni; Montale, 1980: 169), un prestissimo fonico che secondo Calvino “dà il senso del distruggersi e rifarsi che informa di sé ogni continuità biologica e storica” (Calvino, 1981: 1192). E, in Calvino, un’invasione di bestioline di tutte le specie conclude un racconto fra i più belli di Ultimo viene il corvo (1949): Un pomeriggio, Adamo (Calvino, 1991: 151–161).
Fino all’ultimo Calvino incardinerà testi su parole-cardine di Montale; ad esempio, in Palomar (1983), il capitolo Il seno nudo (1977): il seno di una ragazza in topless che attira gli sguardi del signor Palomar, altro avatar dell’autore, prima con un barbaglio e poi con un guizzo (Calvino, 1992: 880, 881). In questo caso sarebbe superfluo riportare le occorrenze dei due termini in Montale, dato che compaiono in poesie tra le più conosciute. Credo però che alla lunga si rivelerebbe poco utile l’esercizio stesso di censire questi prelievi lessicali, a prescindere dal loro grado di evidenza. Meglio osservare i testi nella struttura complessiva o scandagliarli a livelli più profondi. Per esempio, il “tu” affabulatorio e ironico che Marco Polo rivolge a Kublai Kan nelle Città invisibili (1972) è imparentato con il “tu” seduttivo, sentimentalmente compromesso ma anche intellettualmente polemico, discettante, capzioso, che Montale proferisce a partire da I limoni (1922, in Ossi di seppia; Montale, 1980: 9–10). In Montale, si sa, I limoni è una dichiarazione di poetica, ma conta altrettanto il suo impatto allocutivo: è cosa nota che alla disciplina dei pronomi corrisponde un’organizzazione spaziale e psicologica del mondo. L’altro memorabile “tu” di Calvino, quello con cui l’autore (Calvino ipse) apostroferà e piloterà passo passo il Lettore in Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), conserva memoria di un “tu” montaliano coinvolto fino al deragliamento visionario ma anche asciuttamente registico per l’intera durata del piano-sequenza sviluppato nel testo: alludo ad Arsenio, 1927 (Montale, 1980: 81–82), che è forse la poesia-culmine degli Ossi di seppia, in cui entra a partire dalla seconda edizione Ribet del 1928.
Per staccarsi dalla lettera dei testi, pure essenziale, occorre prendere sul serio tre affermazioni di Calvino. La prima, che abbiamo già incontrato, riguarda la lettura giovanile degli Ossi in chiave paesaggistica: i luoghi della Riviera, la loro sedimentazione nel ricordo. Ecco subito la seconda: “(Montale è l’unico filosofo che io sia riuscito a seguire sistematicamente, in gioventù)” (Calvino, 2023: 376). Mettendo entro parentesi la dichiarazione, Calvino lo confida il 21 novembre 1958 all’amico germanista Cesare Cases per motivare l’accusa che gli sta muovendo: aver scritto un pamphlet politico dove fa quadrare a forza tutti i conti escludendo “la maglia rotta nella rete”; e questa volta Calvino ricorre al corsivo per rimarcare la citazione da In limine, la poesia che apre Ossi di seppia (Calvino, 2023: 375; Montale, 1980: 5). La terza affermazione proviene da una conferenza sui propri racconti che Calvino tiene il 23 marzo 1959 a Firenze, al Gabinetto Vieusseux, e che ci riporta agli elementi primi con cui uno scrittore lavora: le parole. Le note alle Occasioni di Montale, ricordate? Da ragazzo correvo dopo letta una poesia di scorza particolarmente dura a vedere se in quell’esigua paginetta di note in fondo al volume ci fosse un aiuto, un incoraggiamento. No, erano note delusivamente avare, laconiche, afasiche, che non dicevano nulla di quel che ci aspettavamo, ma che ci davano la lezione giusta, anche qui: sbrogliatela da te, forse la migliore lezione che abbiamo avuto. (Calvino, 1993: VI–VII)
Questo del doversela cavare da soli con le parole, insistendo finché non si apra uno spiraglio, è il fatto in assoluto più importante. C’è la difficoltà dei testi e c’è la loro forza di attrazione, in parte dovuta proprio alla difficoltà. Il rapporto Calvino-Montale ha una radice che è nello stesso tempo di natura e di cultura, corporea e psichica: essa consiste semplicemente nell’imparare le poesie a memoria, e tanto meglio se posseggono, come quelle di Montale, un misterioso mastice mnemonico a presa rapida.
I risultati di questa ostinazione di ragazzo, che Calvino ci racconta nella conferenza del Vieusseux, si vedranno nel suo necrologio di Montale. L’articolo, che esce in prima pagina su la Repubblica il 15 settembre 1981, è in sostanza un collage di citazioni rampollate una dopo l’altra dalla memoria e poi, certo, controllate sui testi. Più che sviluppare una linea argomentativa precostituita Calvino dà l’impressione di lasciarsi portare da quei nuclei di versi che ha custodito per anni e che sembrano disporsi per proprio conto in una figura compiuta man mano che lui li ricorda e li trascrive. Nell’articolo i temi portanti di Montale ci sono tutti, ma si direbbe che Calvino li afferri a mezz’aria in coda alle poesie che gli sovvengono. C’è poi ancora, al di fuori di questo articolo, un qualcosa di più intimo che per pudore l’ex partigiano Calvino non ha mai raccontato in pubblico, ma che sua moglie Chichita ha riferito una volta a Ernesto Ferrero: Non è chiara la scansione degli eventi che nell’autunno 1944 portano Italo e il più giovane fratello Floriano a raggiungere le formazioni della seconda divisione d’assalto “Garibaldi”, operante sulle Prealpi liguri e intitolata al giovane medico comunista Felice Cascione, caduto in combattimento. Pare che Italo sia stato arrestato il 15 novembre 1944 per attività cospirative, e associato al carcere sanremese di Santa Tecla. Convinto di essere fucilato il giorno dopo, per vincere l’angoscia passa la notte a recitare mentalmente dei versi di Montale; nella cella vicina canta un gruppo di addetti alla funivia che all’alba sarà passato per le armi. (Calvino, 2022: 68)
Qui per davvero si tocca una radice. Il frutto maturo consiste invece in una breve definizione che Pier Vincenzo Mengaldo ha coniato per Montale ma che si attaglia anche a Calvino: “lingua italiana in pronuncia europea” (Mengaldo, 2000: 55). Montale e Calvino sono due liguri che a vent’anni di distanza l’uno dall’altro abbandonano la provincia e si avventurano in una capitale culturale della loro epoca, Firenze per Montale, Torino per Calvino. Nella poesia del primo, nella prosa del secondo, quella che già abbiamo sentito definire (da Calvino) “memoria locale” è in realtà una filosofia del paesaggio per la quale sono entrambi indebitati con il loro conterraneo Giovanni Boine. Calvino, che lo ha intuito, ne ragiona in una lettera del 7 maggio 1975 a Giulio Ungarelli che sta curando Il peccato di Boine per la collana Einaudi “Centopagine”, ideata e diretta dallo stesso Calvino. Viene del tutto convincente la Sua proposta critica di considerare Boine in parallelo coi grandi “autoritrattisti intellettuali” del primo Novecento europeo. Il rovesciare il valore di Boine dal lirismo della prosa alla densità problematica che l’espressione stilistica implica, a una tensione intellettuale prima che esistenziale, vuol dire capovolgere i modi di lettura tradizionali della critica italiana del Novecento. È una operazione che solo pochi autori consentono (Gadda è uno di quei pochi e difatti con lui si è potuto farlo. Ancora Montale resta in quel senso molto da studiare). (Calvino, 2023: 833)
Qui Calvino sta raccogliendo e sviluppando una proposta di studio che non solo è innovativa, ma gli è congeniale: negli autori che al principio del secolo hanno rifondato la nostra percezione del mondo, proviamo a indagare – invece della biografia e della psicologia, come perlopiù si è fatto finora – i modi in cui usano le parole e le vie attraverso le quali l’uso delle parole si converte in categorizzazione degli spazi.
Di lì a poco – sul Corriere della Sera del 12 ottobre 1976, giorno in cui Montale compie ottant’anni – Calvino darà il suo contributo a questi nuovi studi (Calvino, 1995: 1179–1189) leggendo l’“osso di seppia” Forse un mattino andando in un’aria di vetro (Montale, 1980: 40). È proprio una delle poesie che, con molte altre di Montale (questo il punto di partenza del testo), Calvino aveva imparato a memoria al principio degli anni quaranta. La lettura di Forse un mattino si dirama così da un’indagine sulla propria memoria, limitata però al funzionamento e alle disfunzioni della memoria stessa, senza sconfinamenti nel vissuto; ed è una lettura esemplare per come l’intelligenza interpretativa si accoppia a una estrema economia di strumenti intellettuali (sono solo tre gli autori citati: Merleau-Ponty, Borges e D’Arco Silvio Avalle, e solo quest’ultimo è uno studioso di Montale).
Nel 1976, questa minuziosa esplorazione di un paesaggio tra i più astratti che Montale abbia mai disegnato è il terzo e ultimo elemento di una serie di testi che in superficie – o come dato di partenza – appaiono autobiografici, ma dove in verità Calvino sviluppa una sua filosofia degli spazi e della percezione (Merleau-Ponty non era comparso invano). Già ne fa fede l’incipit del primo testo della serie, La strada di San Giovanni, composto nel 1961: “Una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra” (Calvino, 1994: 7). Dieci anni più tardi, nel 1971, Calvino pubblica Dall’opaco (Calvino, 1994: 89–101), dove il garbuglio e il magma della psicologia si trovano di continuo imbrigliati e geometrizzati entro i confini che delimitano i piccoli appezzamenti di terra su per le “fasce” del territorio di Sanremo ed entro i piani sovrapposti e sfalsati, le rientranze, le “linee spezzate ed oblique, che tendono a sporgere fuori dagli angoli d’ogni giardino”, e infine entro la “linea orizzontale immaginaria che taglia la pendenza obliqua del mondo” (Calvino, 1994: 89, 92). Nei tre testi di questa serie si contempla non un paysage moralisé bensì un paysage épistémologisé.
Con La strada di San Giovanni e con Dall’opaco Calvino sembra aver eseguito, fra tante altre cose, anche una sua traduzione in prosa di Forse un mattino andando in un’aria di vetro. Proprio in termini di traduzione consecutiva si potrebbero leggere, in sequenza, una coppia di poesie degli Ossi come Fine dell’infanzia e Arsenio (Montale, 1980: 65–67, 81–82) e poi due prose di Calvino come l’appena citato Dall’opaco e come La spada del sole in Palomar (Calvino, 1992: 883–887).
È il momento di recuperare anche la storia, da quell’incipit della Strada di San Giovanni che magari sarà parso altisonante e la cui partitura cala invece subito nello smorzato. A offrire uno spunto sarà il saggio che Contini dedicò nel 1956 a Montale e “La bufera”. A oltre dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, argomenta Contini, si direbbe che la voce di Montale sia meno necessaria di quanto sia stata nel 1939, quando uscirono Le occasioni:
il suo secondo libro parve dare una complice voce (voce senza quasi soluzione) all’angoscia dominante proprio nell’anno che inaugurava la seconda guerra mondiale, mentre oggi, assestate le immaginazioni in un’amministrazione pressoché ordinaria, non si vuol negare che, almeno pro tempore, la sua udienza paia diminuita (Contini, 1974: 82).
Sarebbe in realtà, prosegue Contini, una valutazione ingenerosa. I coetanei di Montale si sentono in pace con la realtà, laddove lui “non ha certezza del reale. […] Il primum di Montale […] è in un minimo di tollerabilità del vivere” (Contini, 1974: 82). Montale ci parla d’un mondo vorticante, spinto da un vento di distruzione, senza un terreno solido dove poggiare i piedi, col solo soccorso d’una morale individuale sospesa sull’orlo dell’abisso. È il mondo della Prima e della Seconda guerra mondiale; forse anche della Terza. […] La bufera è il più bel libro che sia uscito dalla Seconda guerra mondiale, e anche quando parla d’altro, è di quello che parla. (Calvino, 1995: 1191)
Questo brano proviene dal necrologio 1981 di Calvino, il quale si spinge ben oltre il referto di Contini, preciso nel designare la situazione-base (incertezza della realtà e minima tollerabilità del vivere) ma dubitativo e alla fin fine limitativo. Essendo vero che “Ognuno riconosce i suoi” (Montale, 1980: 267) – è un verso del Piccolo testamento, 1953, nella Bufera –, Calvino ha riconosciuto in Montale l’uomo di pensiero che con La bufera lo ha aiutato a elaborare la sua crisi gnoseologica e politica in un tempo solo apparentemente pacificato. Il vocabolario di Montale e il suo occhio sul mondo, il suo dubbio ontologico che non comporta abdicazione morale (“l’orgoglio / non era fuga, l’umiltà non era / vile, il tenue bagliore strofinato / laggiù non era quello di un fiammifero”: è il finale del Piccolo testamento, sono le parole che seguono immediatamente a “Ognuno riconosce i suoi”) accompagnano Calvino fino all’ultimo, e qui si capisce in pieno perché nella Strada di San Giovanni si possano indagare le proprie radici solo dandosi l’obiettivo di arrivare nientemeno che a “una spiegazione generale del mondo e della storia”.
Il 1956 è un anno decisivo per Calvino, che tra novembre e dicembre pubblica da Einaudi la raccolta delle Fiabe italiane, avvia Il barone rampante e matura il proprio distacco dal Partito comunista italiano in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria. Il 1956 è inoltre l’anno in cui, qualche mese prima di questi fatti così importanti, Calvino ha appunto letto La bufera, apparsa in giugno presso Neri Pozza; in dicembre l’editore veneziano stamperà anche Farfalla di Dinard, prima raccolta di prose per Montale (Montale, 1995: 3–227); i venticinque brani della prima edizione erano usciti tra il 1946 e il 1953 sul Corriere della Sera e sul Corriere d’informazione, e anche questi Calvino, almeno in parte, li avrà letti via via sui due giornali. In Farfalla di Dinard la prima pagina del primo brano, Racconto d’uno sconosciuto, contiene l’espressione “destini incrociati”. Ora, rispetto al racconto Il castello dei destini incrociati che Calvino scriverà nel 1969 (Calvino, 1992: 501–546) si potrebbe trattare di una semplice coincidenza, ma il 1956 è anche l’anno in cui Calvino comincia a scrivere – ai primi di aprile – il lungo racconto La speculazione edilizia, che porterà avanti con stento e arriverà a chiudere solo nel luglio del 1957 (Calvino, 1991: 779–890). Questa Farfalla di Dinard deve aver scosso lungamente le ali sopra i luoghi della Speculazione (la Riviera di Ponente e Sanremo, anche se Calvino ne rimpiazza con tre asterischi il nome). La traccia di un suo passaggio è nitida nelle veloci sprezzature descrittive e nella morsura d’ironia spalmata sull’intera superficie del discorso indiretto libero dell’intellettuale Quinto Anfossi, ennesimo protagonista-avatar per Calvino. Bastino a campione, dalla prima pagina, le due-tre righe sulla “città di Quinto, un tempo circondata da giardini ombrosi d’eucalipti e magnolie dove tra siepe e siepe vecchi colonnelli inglesi e anziane miss si prestavano edizioni Tauchnitz e annaffiatoi” (Calvino, 1991: 781–782). Quella farfalla deve anche aver allungato di molto la sua traiettoria, se nel capitolo ottavo di Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) troviamo una farfalla bianca che nel suo volo frastagliato si sposta dal campo visivo di una lettrice – che così si distrae dal libro che stava leggendo – fino al foglio che lo scrittore Silas Flannery (un avatar? manco a dirlo) sta scrivendo o meglio sta provando a riempire di scrittura (Calvino, 1992: 780). Anche in questo frangente il rapporto Montale-Calvino va ben al di là di un eventuale imprestito zoologico. La congruenza profonda consiste nel fatto che Calvino ha imparato anche da Montale come si fa ad attivare, per via quasi medianica, la comunicazione con una donna altrimenti irraggiungibile.
Se anche le congruenze incontrate finora fossero reali, se Calvino avesse imparato anche e proprio da Montale tutto quello che finora si è avanzata l’ipotesi che abbia imparato, quali saranno fra loro le differenze non conciliabili? Il campo che si aprirebbe a una risposta sarebbe vasto quanto generico, ma alcuni punti è possibile fissarli. La Storia con la esse maiuscola, innanzitutto. All’inalterabile scetticismo di Montale, che arriva a dissolvere la struttura stessa del tempo, corrisponde in Calvino un’ostinazione da pensatore-attore progressivo che si mostra tanto più tenace quanto più è minacciata dagli eventi (e dalla riflessione sugli eventi). E laddove in Montale, come già si è visto, è “l’anello che non tiene” a metterci “nel mezzo di una verità” (Montale, 1980: 9), in Calvino la verità del racconto si appiglia – con una forza che è consigliabile non mettere troppo alla prova – all’unico anello che sembra tenere. Succede proprio così, a partire dai primi anni cinquanta, nei singoli racconti e negli interi libri che Calvino chiude affidandosi a un’immagine visuale di perfezione provvisoria, da La formica argentina (1952) a La nuvola di smog (1958), da La giornata d’uno scrutatore (1963) a Le città invisibili (1972). Fatto sta che proprio in quel momento il libro o il racconto finiscono, e che quella perfezione momentanea la si può intendere come un traguardo raggiunto ma anche come un punto di stallo.
La verità è che quelle armonie a fotogramma unico denunciano precocemente la crisi di uno degli utensili intellettuali – la dialettica – in cui Calvino ha creduto più a lungo, laddove Montale non ci ha creduto mai; basti leggere, in Satura (1971), i versi di Dialogo, nel cui finale la dialettica è né più né meno che Satana (Montale, 1980: 327), o il breve soliloquio sarcastico Il 3 (1968, dalle Poesie disperse; Montale, 1980: 791) dove ugualmente la sua coda s’intravede: “La fortuna del 3 / non è opera del diavolo. / L’uno è la solitudine / il due la guerra / e il 3 / salva la capra / e i cavoli”. Benché nel 1976 Calvino avesse abbandonato ogni illusione verso la dialettica, forse non è casuale che la sua analisi di Forse un mattino, che pure illumina questa poesia dalle angolazioni più diverse, passi sotto silenzio la premessa filosofica anti-dialettica che è alla sua origine (quell’“osso” di Montale è un testo che si potrebbe definire gnostico).
Torniamo alle somiglianze profonde. Così come Montale nella sezione conclusiva della Bufera, Calvino scrive sempre “Conclusioni provvisorie” (Montale, 1980: 265–269): scrive, lo ha dichiarato più volte, per integrare o per correggere ciò che ha scritto in precedenza. E per quanto non amasse la cosiddetta “seconda maniera” di Montale, da Satura e soprattutto dai Diari in poi, un libro come Palomar si può considerare, entro l’insieme dell’opera di Calvino, proprio come un equipollente funzionale e tonale di Satura. È il libro dove Calvino declina la sua etica (La pancia del geco; Calvino, 1992: 921–924), la sua politica (Il modello dei modelli; Calvino, 1992: 964–967) e la sua estetica (tutti i testi di descrizione, e anzi il libro nel suo complesso). Dove però Montale emerge a figura intera è in un altro brano ancora, Il mondo guarda il mondo; eccone il finale: Dalla muta distesa delle cose deve partire un segno, un richiamo, un ammicco: una cosa si stacca dalle altre con l’intenzione di significare qualcosa… che cosa? se stessa, una cosa è contenta d’essere guardata dalle altre cose solo quando è convinta di significare se stessa e nient’altro, in mezzo alle cose che significano se stesse e nient’altro. Le occasioni di questo genere non sono certo frequenti, ma prima o poi dovranno pur presentarsi: basta aspettare che si verifichi una di quelle fortunate coincidenze in cui il mondo vuole guardare ed essere guardato nel medesimo istante e il signor Palomar si trovi a passare lì in mezzo. Ossia, il signor Palomar non deve nemmeno aspettare, perché queste cose accadono solo quando meno ci s’aspetta. (Calvino, 1992: 969–970)
“Le occasioni” di cui parla Calvino non sono solo quelle del signor Palomar. In un certo senso si potrebbe dire che da Le città invisibili fino a Collezione di sabbia (1984), transitando dal Viaggiatore e, appunto, da Palomar, Calvino non abbia fatto che riscrivere nella sua propria chiave Le occasioni di Montale.
Ma bisogna tornare a battere sulle differenze. Nell’opera di Calvino Palomar è il libro, alla Descartes, della morale provvisoria, soprattutto nella sezione “Palomar in società” (Calvino, 1992: 960–967), titolo autoironico in quanto negli anni settanta-ottanta le espressioni “stare in società”, “frequentare la società” già cominciavano a suonare obsolete. A uno sguardo frettoloso potrebbe sembrare che il laconismo del signor Palomar, ai limiti della misantropia, somigli a quello che Montale esibisce in alcuni testi di Satura e dei Diari come poeta e più ancora in Auto da fé (1966) come prosatore “civile”. Non è così. Il signor Palomar può essere pessimista e deprecante ma, a differenza di Montale, non sale mai al tono gnomico o sommario-liquidatorio. Non è un caso che nel maggio 1977, quando da circa due anni gli episodi del signor Palomar hanno cominciato a comparire sul Corriere della Sera, lo stesso giornale ospiti uno scontro, cortese ma aperto, tra Calvino e Montale. Le Brigate rosse stanno facendo molte vittime, e nei processi contro i terroristi si fatica a formare le giurie popolari perché molti cittadini estratti a sorte si sottraggono presentando certificati medici che attestano sindromi depressive. In un’intervista che esce in prima pagina sul Corriere del 5 maggio Montale giustifica la loro paura fisica (Montale, 2019: 862–863). Sei giorni più tardi, nella stessa sede, Calvino firma un editoriale dove – anche in nome della “linea” che Montale “ha sempre tenuto nella vita civile” – obietta che questi sono momenti in cui “la sola paura salutare è la paura di aver paura, e riesce a ridare coraggio anche a chi l’ha perduto” (Calvino, 1995: 2309). Laddove Montale segnalava la sconfitta dello Stato dinanzi all’offensiva terroristica, Calvino gli oppone che a impersonare lo Stato devono essere i suoi cittadini (gente normale, non eroi) “proprio perché lo Stato come organizzazione sociale dà sempre più di frequente prova di non esistere” (Calvino, 1995: 2309).
Vale però la pena di chiudere con un’ultima corrispondenza in profondità fra Calvino e Montale: la luce di congedo che nelle rispettive opere s’irradia da oggetti amati e perduti facendoli risplendere più intensi, più seducenti, nell’attimo in cui scompaiono per sempre. Ad esempio, leggere, nella Bufera, A mia madre (Montale, 1980: 203), e più ancora Proda di Versilia (Montale, 1980: 245–246), vuol dire assistere al congiungersi di una memoria famigliare e di una reminiscenza metafisica che, affioranti da chissà che fondali, saldano entro un circolo lunghissimo di tempo alcune forme animali, numinose fin dai nomi, con le più care presenze defunte: Anni di scogli e di orizzonti stretti a custodire vite ancora umane e gesti conoscibili, respiro anelito finale di sommersi simili all’uomo o a lui vicini pure nel nome: il pesce-prete, il pesce-rondine, l’astice – il lupo nella nassa – che dimentica le pinze quando Alice gli si avvicina… e il volo da trapezio dei topi familiari da una palma all’altra; tempo che fu misurabile fino a che non s’aperse questo mare infinito, di creta e di mondiglia. (Montale, 1980: 246)
Questa, che in Proda di Versilia è l’ultima strofa, si direbbe, in forma concentrata, una delle cosmicomiche di Calvino: racconti che ebbero, nel 1965, il pieno elogio di Montale (Montale, 1996: 2760–2762).
Al principio di questo intervento mi permettevo di mettere in guardia (e parlavo innanzitutto a me stesso) dal puro e semplice censimento dei prestiti e calchi di un autore da un altro autore. In tutta l’opera di Calvino il più vistoso di questi fenomeni si registra in La poubelle agréée, scritta tra il 1974 e il 1976, pubblicata nel 1977: un memoir antropologico e politico il cui spunto è il modello di pattumiera che la città di Parigi prescriveva ai suoi residenti. In questo discorso sul gettare via e sul conservare, che presto assume dimensione universale, Calvino evoca a un certo punto “la spoglia o crisalide o limone spremuto del vivere” (Calvino, 1994: 65): tre parole, spoglia crisalide limone, tre oggetti di Montale e tutti e tre da Ossi di seppia. È un’immagine antifrastica: Calvino vuole che si veda ben chiaro ciò che la sua memoria ha deciso – molti anni prima, nella prima giovinezza, in piena Seconda guerra mondiale – di conservare per sempre. E infatti Montale è sempre lì a portata di mano per indicare, con le sue parole diventate parole di Calvino, la essenzialità e insostituibilità del poco che resta, una volta che quasi tutto è finito nella pattumiera di casa o in quella della Storia.
