Abstract
Nel descrivere la personale vicenda esistenziale e politica, Rocco Scotellaro, in modo non diverso da un ventriloquo, dà anche voce al popolo muto da cui proviene, immerso fino allora “nel buio dell’inespressione”. Da una parte, per la sua trovata capacità di parola, se ne distacca, dall’altra, in equilibrio tra le pulsioni individuali e l’essere portavoce della comunità cui appartiene, assurge vichianamente a “universale fantastico” dei contadini del Sud e, in senso lato, l’interprete di tutte le genti di ogni Sud di ogni continente, di ogni mondo subalterno che vive la stessa condizione antropologica. “Distacco partecipe” potrebbe essere l’ossimoro che meglio riassume questa forza rappresentativa, che fa trasparire una dimensione corale e insieme qualcosa che la trascende. In ogni caso, dando voce alla “buia Lucania”, Scotellaro è riuscito a sottrarla all’isolamento, facendole trovare nella parola il senso profondo della sua esistenza.
Nel 1964 Carlo Levi, raccogliendo in un unico volume L’uva puttanella e Contadini del Sud, sottolineò la coerente complementarità delle due opere in quanto, se propriamente la prima rappresentava autobiograficamente “il momento decisivo” della vita di Rocco Scotellaro, con “l’esperienza della prigione, la partenza dal paese”, e la seconda “un’inchiesta fatta con metodo nuovo: cinque storie di nuovi ignoti protagonisti”, in realtà il loro valore e significato più profondo erano comuni e unici: “una storia generale e una sociologia poetica del Mezzogiorno” (Levi, 1964: VIII). Ecco dunque che L’uva puttanella, designata dall’autore come “romanzo” per non dovere troppo esporsi in prima persona e come autobiografia da una critica esitante e quasi a disagio nell’etichettarla, può con più pertinenza essere inserita tra i libri di memorie, di quelle magari più propense al saggio e all’inchiesta. Mentre le autobiografie propriamente dette sono il racconto retrospettivo di un’intera vita e la storia di una personalità, le memorie si concentrano in genere su un segmento più o meno lungo di un’esistenza, coincidente con un periodo in cui il protagonista ha assolto un ruolo pubblico o comunque rilevante. Ne deriva un’ottica per così dire più estroversa, attenta agli eventi sociali nei quali si è stati anche attori.
Non c’è dubbio che nel caso di Scotellaro, di là dalla crisi personale e dalle inquietudini comuni a chi, uscito da poco dall’adolescenza, si interroga sul proprio destino, mettendo in scena quel malessere esistenziale già espresso nel dramma Giovani soli (Scotellaro, 1984), l’impulso irresistibile a scrivere di sé nasca in primo luogo dall’esperienza politica e in senso lato dal suo interesse per le vicende storiche che, dal 1942 in avanti, sembravano segnare i prodromi di mutamenti epocali anche nella pur statica società del Mezzogiorno. La riprova è che fin dal dicembre del 1949, ripensando alla sconfitta elettorale delle sinistre alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, Scotellaro, scrivendo a Carlo Muscetta, si dichiarava convinto che “varrebbe la pena di scrivere un libro su questo argomento mettendo il punto ai fatti di questi giorni” (Muscetta, 1974: 190).
La carcerazione di qualche mese dopo avrebbe conferito al proposito una curvatura più soggettiva, ma ciò non toglie che la definizione più confacente all’Uva rimane ancora la stessa con cui Scotellaro parla del Cristo si è fermato a Eboli (Levi, 1945), da lui considerato un “memoriale”, “il più appassionato e crudo dei nostri paesi” (Scotellaro, 1986: 73), trovando poi il consenso dello stesso Levi. 1 Da questo punto di vista l’opera di Scotellaro si colloca nel clima di fervore memorialistico seguìto alla fine della seconda guerra mondiale, allorché uomini e anche donne di un’intera generazione furono investiti dall’urgenza di improvvisarsi scrittori per narrare le vicende loro occorse in quei tempi calamitosi, certo straordinarie a livello individuale, per quanto comuni a tutti coloro che si erano trovati in mezzo a episodi contrassegnati da violenze, ferite, morti, saccheggi, distruzioni, bombardamenti, atti di crudeltà ma anche di umanità e di solidarietà.
Propriamente Scotellaro non affronta le vicende della guerra, ma le condizioni di vita dei contadini del Sud, tuttavia la dimensione narrativa, per appartenere al genere partecipativo della memorialistica, è allo stesso modo corale, collettiva. Attraverso gli altri Scotellaro conosce se stesso e al tempo stesso attraverso se stesso fa conoscere le condizioni della classe sociale da cui proviene. Il genere della memorialistica lo aiuta a muoversi lungo un doppio binario, che porta alla ribalta la sua personalità ma è contemporaneamente partecipe di quanto avviene nella comunità cui appartiene, in equilibrio tra le pulsioni individuali e l’udienza delle voci corali di un popolo, 2 responsabili di un registro stilistico molto originale, in bilico tra linguaggio ricco di suggestioni evocative e linguaggio tutto concretezza. “In mezzo a loro”, si legge nell’Uva a proposito dei monti Alburni, “ero sempre a casa mia” (Scotellaro, 1986: 19), ma ciò vale a maggior ragione anche per gli uomini. E nel carcere Scotellaro avverte più d’una volta la sensazione di essersi integrato con gli altri: “Io finalmente sapevo un mestiere che serviva, leggere e scrivere, e mi sentivo utile quanto il calzolaio, il barbiere, il sarto, più dello scopino, dello spaccalegna e del portapranzo” (Scotellaro, 1986: 72). Già nei frammenti si registra la solidarietà degli altri contadini che gli “offrirono la loro compagnia”, gli “fecero coraggio”, avendo in comune la stessa provenienza che li rendeva “amici”, anzi “fratelli maggiori” (Scotellaro, 1982: 145).
Certo non mancano reminiscenze letterarie, 3 quando nelle feste di paese la banda e la musica del clarino fanno sovvenire di Nuto nella Luna e i falò (Pavese, 1950), o quando Rocco, “Pulce rossa”, porta l’acqua da bere ai braccianti in un ruolo che in termini romanzeschi è lo stesso di Gisella in Paesi tuoi (Pavese, 1941). Ma a parte che questi sono comunque episodi comuni a ogni civiltà contadina, la loro funzione trascende la mera componente letteraria, tanto che, per rifarsi alle teorie antropologiche di Giambattista Vico, un filosofo tra i più influenti su Carlo Levi, si potrebbe azzardare a considerare Scotellaro l’“universale fantastico” dei contadini del Sud, perché al pari dell’Omero vichiano interpreta e dà voce al popolo muto, facendosene cantore, a riprova del nesso etimologico fissato da Vico tra “muto” e “mito”. In questo senso, non fa che continuare l’opera di mediazione della madre Francesca Armento, che scriveva per i compaesani analfabeti. Con il genere della memorialistica Scotellaro assume il ruolo del ventriloquo, delineando la storia dei proletari lucani in un’opera che diventa così, come è stato detto, il “manuale dell’autocoscienza contadina” (Carducci, 1974: 505), accomunati tutti dallo stesso destino di finire, più o meno maturi, nello stesso tino in cui finisce l’uva puttanella. È forse questo il senso da dare al frammento sibillino fatto di domande e di risposte in cui l’“io” sembra alla fine coincidere con il “noi”: “Il tema? Io; sempre io? non può / essere diversamente. E noi? / È equivalente come tutto” (Scotellaro, 1982: 132).
Acuto come sempre, Carlo Levi ha messo a fuoco il ruolo ventriloquo di Scotellaro, nel senso che parla a nome degli altri, essendo “la parola significante e fraterna che lega gli uomini fra di loro e li rivela a se stessi”. Quella dell’Uva e di Contadini del Sud è dunque “la parola suscitata in chi non ha mai parlato: mezzo immediato di esistenza e di libertà”. Prima di lui, la vita di quei poveri braccianti, i loro sentimenti, le loro fatiche, i gesti quotidiani, non avendo voce, erano di fatto inesistenti, privi “di valore e realtà” perché immersi “fino a ieri nel buio dell’inespressione”. Dando voce al loro silenzio, quella di Scotellaro è “la parola suscitata in chi non ha mai parlato” (Levi, 1964: XIII). Questa procedura, che in retorica si chiama sermocinatio o, in italiano, “dialogismo”, consiste, come recita la Rhetorica ad C. Herennium, nell’attribuire “a una persona un discorso”, da esporre “avendo riguardo della sua importanza” (Cornifici, 1969: 114). Secondo la terminologia tutt’altro che univoca della retorica, altri sinonimi della sermocinatio sono diàlogoi, mìmesis, o ancora ethopoiía e dialoghismòs, tutti termini che per un verso ascrivono a questa figura una natura dialogica e per un altro verso ne sottintendono un impiego mimetico, rispettoso del principio dell’aptum e del decus, cioè del conveniente e della necessità. Questo processo identificativo è pressoché normale in un biografo, paragonato da qualcuno a un vampiro che, succhiando sangue dall’altro, lo assimila al proprio organismo alterandone con la sopraggiunta simbiosi emotiva e intellettuale la fisionomia originaria (Romano, 1984), magari compensando questo processo di impossessamento con la proiezione di qualcosa di sé sul biografato. Ecco allora che Michele Mulieri condivide con Scotellaro la stessa ansia di lasciare il paese natale, conserva con puntiglio i documenti concernenti la sua vita, è assetato di giustizia.
Quando Scotellaro, attraverso la parola, “stabilisce una comunità, e assicura la coscienza raggiunta, e garantisce i valori intravvisti” nei contadini lucani (Levi, 1964: XIII), assume su di sè, per riprendere di nuovo il pensiero di Vico, il ruolo di “poeta ciclico”, inteso nella Scienza nuova non tanto in riferimento all’ordine temporale dei testi recitati, quanto alla dislocazione spaziale degli ascoltatori, costituiti da “gente volgare raccolta in cerchio” (Vico, 1999: I, 836), disposti cioè in modo da tracciare, come si legge in un emistichio dell’Ars poetica di Orazio (Orazio, 1926: 460, v. 132) citato espressamente da Vico, un “vilem patulumque orbem”, “un cerchio aperto a tutti e di gente di bassa estrazione”. Non è un caso che quando Scotellaro dialoga con gli altri carcerati, costoro, per sentire parlare della libertà, fanno, come è detto, “il cerchio” (Scotellaro, 1982: 145; 1986: 313) o, che è lo stesso, “la ruota” (Scotellaro, 1982: 137). La disposizione circolare, tipica dei contadini che di sera si riunivano nelle stalle per raccontarsi favole e storie, forma una figura geometrica legata alla natura del favellare e tipica di un comportamento comunicativo in cui ciascuno, nel formare un’orbita priva di gerarchie, può avere una visione sinottica dell’interazione cui partecipa. Da questa osmosi solidale ed egualitaria si capisce come mai in Scotellaro il soggetto che parla non si possa distinguere con chiarezza dai compaesani con cui discorre, perché mentre parla per sé fa anche parlare loro. Se ne era già reso conto, accusando gli “errori di metodo”, Ernesto De Martino, per il quale nei Contadini del Sud “il lettore non riesce mai a decidere fin dove parla il contadino e fin dove è Rocco che parla” (De Martino, 1975: 101).
Nondimeno, i tanti tratti simpatetici non fanno velo sulla compresenza di aspetti dai quali la voce giudicante di Scotellaro prende le distanze, a impedire una piena identificazione. Basterebbe solo ricordare, antitetico all’impegno politico del biografo, il qualunquismo e il gretto egoismo di Mulieri, per non dire del suo linguaggio esagitato e torbido, che si dispone all’afelio di quello tanto più semplice dell’Uva. La verità è che in quella disposizione in tondo o a ruota di cui si diceva sopra Scotellaro ambisce a porsi sia nel cerchio, sia nel centro, due contrastanti collocazioni alle quali corrispondono due varianti del genere autobiografico. Se infatti con le memorie e la biografia il soggetto presta ascolto al mondo circostante fino a farsene mimeticamente l’“ambasciatore”, 4 nel diario lo sguardo indagatore trova un mezzo più favorevole a ripiegarsi su se stesso, a ricercare un’identità personale che si è smarrita. L’intellettuale che per nascita è organico alla classe contadina, per preparazione per studio e per doti interpretative se ne distanzia, anche se forse questo stacco causato dalla cultura genera in lui una sorta di rimorso. “Di 170 collegianti”, commenta Scotellaro, “io ero il solo che avevo studiato” (Scotellaro, 1986: 89). Lo stesso reato per cui è stato condannato è indicativo del godimento di un’autorità che agli altri contadini è preclusa, e che gli fa dire “non sono come voi, mi hanno imputato di concussione” (Scotellaro, 1986: 64). La sua carica civica lo dispone al centro, come si legge in un appunto: “passa il Sindaco, fanno come lo sciame, lo mettono in mezzo” (Scotellaro, 1982: 139). Anche semioticamente la sua figura è in posizione rilevata, obbligando i compagni a guardarlo “stupiti con gli occhi quasi in alto, o forse perché aspettavano anche gli altri o forse perché io scendevo dall’alto dei tre gradini dalla porta di ferro”. 5 Carlo Levi ha colto bene visivamente questa situazione in Lucania ’61, il dipinto nel quale Rocco è attorniato dalla sua gente, che è appunto in cerchio, ma al tempo stesso se ne differenza per la luminosità del suo volto che si distacca dalla penombra circostante.
Si tratta di una complementarità riscontrabile anche nella scrittura di Scotellaro. Dopo un lungo frammento pieno di frasi apodittiche sulla natura degli uomini, sulla vita dei contadini, sulla morte, e sul lavoro, nelle quali evidentemente si riconosce e si identifica, egli fa compiere ai suoi pensieri una brusca virata, introdotta da una scontrosa e drastica avversativa: “Ma gli uomini, tutti gli uomini e le donne sono diversi da me in tutto. Siamo uguali nel disamore e nella morte” (Scotellaro, 1982: 108). Segno che la volontà di non distinguersi dagli altri contadini crea una tensione dialettica, al limite dell’aporia, con la ricerca della propria individualità, scaturita non dall’atto di orgoglio o di superbia che di solito è sotteso a un’operazione autobiografica, ma da un’oggettiva condizione derivata da una storia personale resa anomala dalle sue doti. Sicché ci si deve mettere d’accordo con Calvino quando, nel commemorarne la morte, argomentava che Scotellaro era sì “un paesano, meridionale fino al midollo, era una zolla di terra di Tricarico, eppure ogni cosa di cui parlasse, specie se riguardava i suoi paesi, fosse giudizio sociale o economico, osservazione di costume o intuizione poetica, sentivi in lui la sicurezza, la maturità, la quadratura del dirigente popolare, dell’uomo d’esperienza vasta e varia, e la limpidezza, la sensibilità, il distacco pur partecipe dell’uomo di cultura aperta”. 6
“Distacco partecipe” è l’ossimoro che meglio riassume questa forza rappresentativa, che fa trasparire una dimensione corale e insieme qualcosa che la trascende. Carlo Levi non si espresse diversamente da Calvino nell’affermare che il rapporto di Rocco “con gli uomini e col mondo … è un rapporto di amore che non si esaurisce con l’identificazione, ma comporta come momento necessario la coscienza del rapporto, la differenziazione e il distacco”. Se ciò avviene, è perché egli “è del tutto nel mondo contadino, parte di esso per nascita, per costume, per lingua, per solidarietà di natura, e insieme ne è necessariamente fuori per la sua qualità espressiva” (Levi, 1964: IX). Il fatto è che la parola di cui Scotellaro dota chi mai aveva potuto avere la voce è di natura particolare, avendo “il suo valore essenziale di rilevazione non sociologica ma poetica” (Levi, 1964: XIII). In altri termini la sua antropologia si è trasferita dal piano delle inchieste dei grandi meridionalisti alla letteratura. Ecco perché attraverso il racconto dei suoi contadini “dà forma poetica e vera a una condizione umana permanente”. A prendere cognizione di sè e a esprimersi per la prima volta non è soltanto Rocco o la sua famiglia, o il contadino di Tricarico, ma la Lucania tutta, e con essa tutte le Lucanie del mondo, ogni Sud di ogni continente, ogni mondo subalterno che vive la stessa condizione antropologica.
Si capisce allora perché, nell’assumere su di sè questa valenza universale, Scotellaro relega nel limbo dell’indistinzione le date degli avvenimenti storici voluti dai potenti. La storia d’Italia è accennata di lontano, senza mai essere precisata nelle sue coordinate temporali. In modo del tutto incidentale si dà notizia dello scoppio della guerra (Scotellaro, 1986: 25) e con altrettanto laconismo si impara che la guerra è finita (Scotellaro, 1986: 47). Oltre a questi, gli unici altri cenni storici sono quelli offerti dal padre di Rocco, che rievoca nel corso di un soggiorno a Roma la visita al “punto di Matteotti” (Scotellaro, 1986: 16), e da un frammento che, oltre al nome di De Gasperi, fa quello del generale Alexander, per constatare però che nessuno leggeva il suo proclama, vittima di un’indifferenza opposta all’autorità e al rispetto con cui è ascoltato il sindaco Scotellaro (Scotellaro, 1982: 136). Se i problemi del “Mezzogiorno contadino italiano” non sono “soltanto quelli di un suo particolare momento, oggi”, ma gli stessi, “nel loro fondo …, di centinaia di milioni di uomini di ogni paese, che, con colori e tradizioni e vicende diverse, si pongono dappertutto di fronte allo stesso salto di tempi e di civiltà” (Levi, 1964: XIV), vuol dire che il trattamento del tempo non può solo seguire un percorso cronologico, lineare e progressivo, ma una visione ciclica. A che cosa può servire la determinazione di una data piuttosto che un’altra, quando a contare nei cicli lavorativi del mondo contadino sono i tempi molto più dilatati delle stagioni, identici a ogni latitudine del mondo? Le stagioni dell’anno, in ogni luogo, sono un eterno ritorno. Non per caso del Cristo si è fermato a Eboli (Levi, 1945) Scotellaro cita nell’Uva proprio quel passo che denuncia una condizione “eternamente paziente”, nella quale “il contadino vive … la sua immobile civiltà”. E per confermare questa asserita fissità Scotellaro descrive di séguito la postura di Giappone, paragonato a “un antico romano al triclinio”, come se da allora nulla fosse cambiato (Scotellaro, 1986: 74).
La traduzione metaforica del tempo è pertanto di tipo organicistico, parallelo al ciclo dell’uva puttanella che tutti gli anni nasce nella vigna e finisce nel tino. Nulla di più distante da una concezione del tempo di ascendenza meccanicistica, come quella suggerita dal movimento delle lancette dell’orologio, pertinente semmai a una “civiltà urbana, evoluta e complessa, per i bisogni precisi della sua vita pubblica e religiosa”, per la quale “può provare la necessità di sapere l’ora, di misurare un intervallo di tempo” con una precisione molto maggiore (Koyré, 1967: 103). Per Rocco invece il tempo dell’orologio è qualche cosa di contingente, di estraneo, di remoto, spesso legato ai luoghi del potere. A Matera “l’orologio lontano della città” è posto “in capo al giallo palazzo del tribunale”, e a Rocco piace cancellarlo nella natura, facendolo diventare “un pezzo del cielo azzurro”, che si intravede tra il fogliame degli alberi (Scotellaro, 1986: 89). 7 A loro volta i giudici, che determinano la durata delle pene, “erano dei pentoloni carichi, le cui lancie segnavano il tempo, le ore e i minuti e scoppiavano all’ora voluta dal potere esecutivo” (Scotellaro, 1986: 83). 8 Nell’Uva il tempo gestito dall’autorità, sia quello dei giudici, che ai prigionieri da loro condannati impongono attese “lunghe e indifferibili” (Scotellaro, 1986: 71), sia quello della liturgia stabilita nel collegio dei Cappuccini, implica sempre un rituale monotono e rigido, alla cui noia viene opposto l’“estremo entusiasmo” dei collegiali (Scotellaro, 1986: 22), che per un istante sovvertono con la loro anarchica libertà i meccanici e imperativi rintocchi che prescrivono la disciplina e gli obblighi.
Coerentemente a questo assunto, l’Uva è priva di date, di giorni e di ore e questa sua acronia fa dell’autore “un figlio che ama la somiglianza con gli altri figli” (Levi, 1964: XV), che proietta sulla propria esistenza quella di un’umanità come lui vissuta in tutt’altri tempi. Per misurare il divenire, Rocco si regola con l’ombra lasciata per terra dal suo corpo (Scotellaro, 1986: 30), dalla quale deduce, quando “torna più presto sui piedi”, che la stagione è ormai quella autunnale (Scotellaro, 1986: 45). Le ore del giorno sono molto approssimate, dedotte da stati d’animo, come quando identifica le dieci del mattino con l’“ora della contentezza del mondo”, quando tutti sono ormai istradati nei luoghi delle loro occupazioni (Scotellaro, 1986: 53). “L’orologio di Basilicata”, si legge in un suo epigramma, è quello che misura il tempo “da sole a sole” (Scotellaro, 2004: 309). I cicli stagionali e quindi i mesi dell’anno sono ricavati dalle fasi della natura e dei lavori nei campi: si capisce che è luglio sentendo che la vigna bolle di cicale (Scotellaro, 1986: 30), ottobre reca la vendemmia e il vino, che, quando “sarà buono”, vorrà dire che è arrivato febbraio (Scotellaro, 1986: 45). Valgono insomma anche per l’Uva le conclusioni cui è giunto per la poesia Donato Valli, per il quale “il tempo indicato dai cicli naturali del paesaggio lucano è in pratica fuori del tempo perché rapportabile al ritorno di tutte le stagioni di tutti gli anni, e a nessuna di esse in particolare” (Valli, 1991: 307).
Alle scansioni temporali dovute alle azioni degli uomini Scotellaro sostituisce quelle della natura, il cui divenire è inteso con percezioni sensoriali. Del trascorrere dei mesi Scotellaro si rende conto non guardando al calendario o all’orologio, ma ai mutamenti cromatici della natura dettati dal ciclo stagionale. Parrebbe un reclinare “nell’elegia della memoria”, la quale però, per continuare la citazione di Calvino, “serba intatto il fuoco della sua passione morale”, “come cenere incandescente” (Calvino, 1995: I, 70). È significativo che l’aspetto dell’Uva che più piacque subito a Calvino e lo indusse a giudicarlo un “bellissimo libro” non furono “le parti di memoria lirica”, 9 considerate “meno nuove” delle altre, essendo egli notoriamente insofferente verso ogni abbandono sentimentale di introspezione psicologica, di approfondimento intimistico, ma le pagine “dove conoscenza poetica e attitudine interpretativa si congiungono” (Calvino, 2000: 413). 10 Calvino sapeva bene che questa voce che ambiva a rappresentare e al tempo stesso a giudicare il mondo subalterno era, in una stagione neorealistica gravida di tensioni morali, un principio di poetica unanimemente condiviso. Non gli sfuggiva però una contraddizione tra gli enunciati di principio e la loro concreta attuazione, nella quale ancora persisteva, nonostante tutto, l’“uomo ermetico”, incapace di lasciarsi “sopraffare da altre ragioni che non siano quelle dei suoi minimi trasalimenti scontati fino all’osso”, animato dall’“astratto furore” di chi “sente la tragedia della storia ma può muoversi solo al margine di essa, parteciparvi solo liricamente” (Calvino, 1995: I, 10–11).
La presenza di “quest’uomo avaro di sentimenti e sensazioni ma senz’altra concretezza al di fuori d’essi, quest’uomo senza appigli, protetto da uno scabro guscio siliceo o sfuggente come un’anguilla” è notata nella Conversazione in Sicilia di Vittorini (Vittorini, 1942), o in Moravia, che ha caro il tema “della non-adesione, del rapporto negativo col mondo”. Esemplare di questa mancata organicità tra l’io e gli altri è una scena di Prima che il gallo canti (Pavese, 1949), che per Calvino assume un vivido valore simbolico. È quella in cui un intellettuale antifascista mandato al confino “sa di dover stare in margine a leggere la storia che gli altri scrivono” e si limita a guardare “in tralice dal lato opposto dell’osteria” “operai e barcaioli e bevitori”, e “vorrebbe esser come loro e non sa” (Calvino, 1995: 11). Niente di più lontano da questa situazione in cui si segna una distanza incolmabile è la prospettiva dell’Uva puttanella che, quantunque sia la storia personale di Scotellaro, “delle sue dimissioni da sindaco, e il ritiro nella vigna del padre e il ripensamento della sua vita”, mostra anche che il suo autore possiede l’“agilità … di realizzarsi concretamente e non decorativamente nella vita politica”, senza particolari “problemi di comunicazione col popolo”, “perché in mezzo alla sua gente si trovava a perfetto agio, anzi realizzava se stesso parlando coi suoi paesani e facendoli parlare” (Calvino, 1995: 13). Calvino condivide dunque con Levi l’idea che Scotellaro, dando voce alla “buia Lucania”, l’abbia sottratta all’isolamento, facendole trovare nella parola il senso della sua esistenza.
