Abstract
Dai materiali narrativi inediti e rari di Rocco Scotellaro vengono qui recuperati e pubblicati in forma filologicamente corretta dieci testi; si tratta di racconti, novelle e prose, composti tra il 1942 e il 1951.
Molti dei temi presenti nella produzione già nota, quella raccolta nel volume Uno si distrae al bivio e quella dispersa in riviste e quotidiani, tornano con modalità di scrittura che confermano la varietà di opzioni e una vocazione al racconto non meno convincente di quella poetica.
Dell’esistenza di molte “cose cominciate, poesiole, articoletti, drammi in tre atti e tanti quadri” (Scotellaro, 1974: 37) ci avverte lo stesso Scotellaro nella terza e ultima parte del suo racconto autobiografico Uno si distrae al bivio, scritto a soli vent’anni, tra il ’42 e il ’43, e perciò divenuto nell’immaginario critico collettivo la prima attestazione della sua sofferta bildung, fedelmente resa in una scrittura ellittica e sfuggente.
Nelle vesti di Ramorra, Scotellaro affronta l’impegnativa questione di come “costruire una vita” (Scotellaro, 1974: 31), tra “ambizione di attività gloriosa” e “ansie di autenticità morale” (Spinazzola, 1974: 8). Sono anni “di crisi a tutti i livelli” (Sacco, 1984: V): Ramorra ha “molte aspirazioni”, “molte lenti” con cui leggere “l’avvenire” (Scotellaro, 1974: 37) ed è perciò più in difficoltà rispetto ai tanti amici dagli orizzonti ristretti e dai traguardi vicini. Messosi testardamente in testa “di vedere il suo nome o gridato come quello d’un calciatore o scritto grande sui libri” (Scotellaro, 1974: 37), subisce, in un ostile autunno, “lo scherzo più crudele” (Scotellaro, 1974: 37): gli vengono rubate in una stazione le valigie e alcune carte in esse contenute, su cui sono scritti “i momenti più belli della vita” (Scotellaro, 1974: 37). Da lì, dall’ipotesi svanita di comporre un libro con quelle pagine, il passo è breve verso la prospettiva di “un avvenire disastroso”, fino al “pensiero di morire, da imbecille così com’era, e da eroe, suicidandosi” (Scotellaro, 1974: 38). Il furto delle pagine destinate forse a un volume colloca l’esordio letterario scotellariano, già nella finzione narrativa, in una dimensione di incompiutezza che la sorte toccata allo scrittore ha poi reso reale. Una dimensione in cui sembra collocarsi anche quel breve elenco di “cose cominciate” tra le quali è da notare la mancanza di ogni riferimento a materiali propriamente narrativi, accumulati invece a quell’altezza cronologica (siamo tra il ’42 e il ’43), come l’esame delle carte scotellariane rivela.
Inderogabili necessità di contenimento entro i margini di una iniziativa editoriale collettanea, che pure risulta ampia e aperta a insolite prospezioni, giustificano una pubblicazione ancora parziale dei racconti e novelle di Scotellaro. Valga, a risarcimento del torto, l’impegno di realizzare l’edizione di quell’intera produzione narrativa in pendant con l’avvenuta pubblicazione di tutte le poesie (Scotellaro, 2004), a che si allontani per sempre la “minaccia dell’oblio di parola” che qualcuno vedeva incombere “in favore del gesto e della persona” a pochi anni dalla morte dello scrittore lucano (Portinari, 1974: 253). Assai opportunamente Manlio Rossi-Doria, in apertura di un convegno dedicato a Scotellaro nel 1984, ricordava che, come per tutti gli autori amati, il miglior modo per onorarli è “continuare a leggerli, a tenerseli accanto”, provvedendo a che i loro scritti “restino in libreria e in circolazione” (Rossi-Doria, 1987: 5).
La mancata ricostruzione ad oggi del corpus completo delle prose narrative scotellariane ha di fatto impedito la diffusione di buona parte delle stesse, rimaste per lo più inedite o confinate in sporadiche apparizioni nelle pagine di periodici e giornali di assai difficile reperibilità. Una latitanza grave, considerato l’interesse suscitato presso la critica più avveduta dai racconti inclusi nel volume Uno si distrae al bivio. 1
Tanto più che altre pagine, quando immesse nei circuiti editoriali, hanno confermato la spiccata vocazione di Scotellaro al racconto, pur nella loro brevità e nel carattere per alcuni versi incerto se non acerbo: il riferimento è alla novella Ed anche i ricchi … , pubblicata da Franco Vitelli in appendice al suo studio Postille a Scotellaro narratore (Vitelli 1989a: 153–167) . Un piccolo assaggio con cui già al principio degli anni Ottanta (quello studio risale al 1981) veniva segnalata l’opportunità di procedere ad una “sistemazione organica e filologicamente corretta […] di tutta la produzione in prosa” (Vitelli, 1989a: 164) con allargamento a L’uva puttanella e a Contadini del Sud (Scotellaro, 1986 e Scotellaro, 2002), pur con le complicazioni che la morte prematura di uno scrittore determina nel recupero delle sue ultime volontà testuali.
Collocabili tra i primi anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, in una evidente varietà di forme e toni, i materiali scotellariani ad oggi acquisiti (racconti, novelle, appunti, prosette incompiute) rivelano una disposizione narrativa che lo scrittore esordiente asseconda in uno con quella poetica, sobbarcandosi a tutte le trafile e difficoltà che un giovane intellettuale talentuoso − ma solo e per di più meridionale − incontra nel farsi strada negli ambienti editoriali di quegli anni di guerra. Non a caso, solo con l’acquisita notorietà, i primi racconti iniziano a essere pubblicati, soprattutto grazie “all’interessamento di amici” (Vitelli, 1989a: 155). Annotazioni, prove di scrittura narrativa, brevi filamenti di racconto; ma pure vicende compiute con personaggi definiti: il tutto accumulato probabilmente con l’intenzione di rifondere quelle pagine in altro più vasto e organico progetto editoriale e con la libertà e varietà di espressione che sempre ci si concede quando si è certi di avere il tempo di riprendere in mano le carte. Né è da dimenticare che, nella fulminea esistenza di Scotellaro, tra i venti e i trent’anni si condensano moltissime esperienze impegnative e centrifughe rispetto al pur fermo proposito di essere scrittore.
La “satura di generi”, individuata da Giuseppe Langella nel tessuto narrativo ed espressivo di Uno si distrae al bivio (Langella, 2006: 650), risulta allestita in molta della produzione narrativa scotellariana, funzionalmente alla rappresentazione dello stato di “krisis di un giovane alle soglie della vita” (Langella, 2006: 653). Scotellaro è del resto “esponente esemplare della generazione nata intorno al 1920” (De Blasi, 2013: 11), cioè di quanti hanno spesso dimostrato “la volontà di migliorare la propria personale condizione e il mondo in cui si trovavano a vivere e a operare” (De Blasi, 2013: 11). E se, come è stato notato, “ogni genere letterario dà forma a una particolare visione del mondo” (Langella, 2006: 653), la varietà dei modelli sperimentati da Scotellaro, specie come scrittore esordiente, è chiara espressione della sua volontà di “sottoporre a verifica tutti gli orizzonti possibili” (Langella, 2006: 653), lasciandosi quella libertà di movimento che è forse per lui l’unico modo “di restare fedele insieme a se stesso ed al proprio paese” (Salina Borello, 1974: 19).
Di certo la scomparsa dello scrittore a soli trent’anni getta una luce di provvisorietà su ogni sua pagina: quanto è già stato pubblicato − le poesie, i racconti, il romanzo autobiografico, l’inchiesta sociologica, i testi per il teatro – ha ricevuto la supervisione degli amici e degli studiosi ma non direttamente quella dell’autore. Per quel che attiene all’ambito propriamente narrativo qui considerato, può accadere di imbattersi in redazioni che differiscono non semplicemente per qualche variante espressiva o lessicale ma che, più sostanzialmente, si diversificano per porzioni di testo anche piuttosto ampie e perciò significative. E ciò può attestare una dimensione ancora in fieri di quelle scritture, sulle quali Scotellaro ritorna talvolta anche a distanza di anni.
Vale per i dieci racconti qui pubblicati in appendice molto di ciò che si è detto riguardo a quelli di Uno si distrae al bivio: in questi come in quelli “c’è già tutto Scotellaro, […] proprio nel momento delicato in cui […] diventa se stesso” (Bianucci, 1974: 12). Vanno letti perciò come opportunità, sfuggita nelle discussioni degli anni Cinquanta, per conoscere meglio gli “ispirati e sapidi umori creativi” dell’autore, per seguire la “spirale di un realismo” che tuttavia “si fonde con la pienezza dei mezzi espressivi” (Bruno, 1974: 3). Un’occasione per riavvicinarsi all’autore, passati ormai i tempi del dogmatismo critico che, arenatosi nella disquisizione dei tratti popolari e/o aristocratici di quella esperienza, aveva contestato l’interpretazione leviana fino a teorizzare la “crepuscolarità” del poeta. Nozione invero debole se richiamata ai fini di una perimetrazione letteraria, ma proficua se intesa come sensibilità per un “mondo e modo di essere avviati al crepuscolo nel segno del mutamento” e della “fine dell’immobilità” (Vitelli, 1982: 6–7). Del resto, sono in molti a ritenere che Scotellaro non sia stato “un primitivo, un naïf e neppure una figura riconducibile tout court a quella di un contadino combattivo” (Abbate, 1974: 3): egli, è stato detto con forza, “non espresse una sottocultura, ma fu poeta e scrittore nazionale” e in questo senso la sua esperienza è da paragonare a quella di Alvaro, Sinisgalli, Jovine e Strati (Abbate, 1974: 3).
Alcuni dei motivi che Fortini ha individuato nella poesia di Scotellaro si riconoscono anche nella sua produzione narrativa ancora inedita e in particolare nei dieci racconti qui pubblicati. Infanzia e maturità, figli e genitori, rassegnazione e insofferenza, paese e città, paese e nazione, mondo contadino e mondo moderno: “coppie antitetiche” che “non sono soltanto la contraddizione sentimentale dell’autore” ma sono “la contraddizione reale della sua società” (Fortini, 1974: 55). Affiora nitida dai dieci testi in appendice − come dagli altri, in attesa di essere pubblicati – ciò che emerge dai racconti inclusi nel volume Uno si distrae al bivio: l’immagine di un giovanissimo scrittore “intento allo studio dei sentimenti e delle angosce dell’uomo” (Oricchio, 1977: 10), in special modo quelle dei più giovani che si perdono tra le molte alternative.
Difficile spiegare la ratio delle scelte nell’allestimento di questa piccola antologia.
A far valere un criterio oggettivo, si può dire che i testi inclusi rappresentino, a campione, le varietà tematiche e formali praticate da Scotellaro tra il ’42 e il ’51. Ma forse è bene chiamare in causa anche il piacere della lettura e ragioni di natura estetica che hanno aggregato d’emblée la decina, pur con qualche indecisione.
L’appendice è stata organizzata secondo un ordine cronologico, ricostruito quasi sempre per dati certi, in alcuni casi invece congetturato. I racconti, nell’ordine di disposizione, sono: Il pellegrino della neve, Ed anche i ricchi…, Infanzia, La morte in vacanza, Il coprifuoco, Un cigno canta in ottobre?…, L’affacciata alla finestra, La postulante, La testuggine e Nicola daziere va alla festa.
Materiale eterogeneo, pur nella indubbia compattezza di ispirazione. Se in alcuni testi si riscontra un livello alto di finitezza, sia formale sia tematico, in altri si rilevano un ductus narrativo più sospeso e un’incompiutezza di tema, vicenda e personaggi. Non a caso, lo stesso autore talvolta ricorre alla definizione narrativamente meno impegnativa di ‘prosa’.
Come per la produzione narrativa già edita, si coglie spesso anche nei personaggi di questi dieci testi “un’amarezza che è quasi il preludio di un dramma” (Lamba, 1978: 11). Anche laddove le situazioni che fanno da sfondo appaiono più spensierate (si veda il racconto Infanzia) non viene meno un senso di solitudine universale – non senza qualche scatto reattivo − anche nel circoscritto raggio del paese e del vicinato, solo apparentemente preservati dalla spirale dell’horror vacui con l’assiduità di figure, voci e usanze che li animano.
Del racconto Il pellegrino della neve, che a oggi risulta inedito, esistono due redazioni dattiloscritte: quella che qui si è scelto di trascrivere è composta da due fogli dattiloscritti solo su recto e reca a penna la data “(1942)”, tra parentesi e in calce al secondo e ultimo foglio, di fianco alla firma “Rocco Scotellaro” che è dattiloscritta. L’altra redazione, che in prima pagina riporta a penna la data “1942 Dicembre/Trento”, è costituita da due fogli dattiloscritti solo su recto e probabilmente è anteriore rispetto a quella qui trascritta: lo attesta un sottotitolo, poi scomparso: “Il pellegrino della neve. Una quasi leggenda di Rocco Enzo Scotellaro”. La data del ’42 riconduce agli anni degli studi compiuti lontano da casa, in una città, Trento per l’appunto, che si rivela molto importante nella formazione intellettuale scotellariana. È lì che il giovane studente consegue la maturità classica − sotto la guida di Giovanni Gozzer, antifascista di formazione cattolica − e ha i primi contatti con il socialismo.
Sebbene le due redazioni risultino di fatto appartenere allo stesso anno, è certamente da acquisire il ritorno al racconto da parte dell’autore in epoca successiva al ’42: alcuni appunti di revisione, tracciati su carta intestata “Comune di…”, sono integralmente riportati nella redazione qui trascritta che, evidentemente, è stata rimessa in bella copia e alla quale è stata aggiunta a mano la data “(1942)”, in riferimento al tempo di concepimento e non di revisione. Cruciale in tale ipotesi di datazione è la scrittura dei suddetti appunti su due fogli di piccolo formato, in uno dei quali si leggono anche appunti di un comizio, probabilmente tenuto da Scotellaro sindaco. Tenendo conto del fatto che l’elezione risale al ’46, tale data è da ritenersi il terminus post quem della revisione e perciò del testo secondo l’ultima volontà dell’autore.
Il racconto, tra i dieci qui proposti, è quello che stilisticamente mostra più punti di contatto con Uno si distrae al bivio, per la fascinosa sfuggevolezza che lo connota, da ricondurre alla natura leggendaria del testo inizialmente evocata dall’autore.
Ne è protagonista un vecchio pellegrino che, da sempre, ricompare a percorrere i vicoli del paese nei giorni più imbiancati dell’anno, elemosinando pane dai residenti. L’insolita mitezza di un inverno, tuttavia, disorienta viandante e paesani, che vedono a rischio la rassicurante ciclicità dei ritmi: “un evento nuovo e terribile insieme”, come “una notte d’incubo troppo lunga”. Il testo mette dunque in scena l’attesa della neve, spasmodica per il vecchio e per gli abitanti dei vicoli, nel solco di una tradizione letteraria che fissa nella neve una figura metereologica di morte (Bachelard, 1975: 67). Emerge chiara una diversità di condizione tra pellegrino e paesani, che si realizza nella malinconica solitudine del primo e nella affiatata comunanza tra gli altri. Di giorno seduto col capo basso sui gradini delle botteghe, di notte riparato in una caverna nel bosco a “qualche ora di passi” dall’abitato, il vecchio è perciò immagine di emarginazione, evanescente e per certi aspetti misteriosa, atta a scoprire tutta la consistenza simbolica del dettato. Quando il paese è finalmente sotto una coltre di neve, quando cioè cresce il senso d’intimità nelle case (Bachelard, 1975: 65), il viandante desidera “la vita degli altri”, sentendosene irrimediabilmente escluso.
Solo due redazioni dattiloscritte pure per la novella Ed anche i ricchi…, composta negli anni giovanili, come sta a dimostrare la firma finale dattiloscritta “Rocco Enzo Scotellaro” in uso fino al ’44. Entrambe le redazioni sono senza data: l’una, composta da un foglio scritto su recto e verso, è intitolata “Ed anche i ricchi… /novella di Rocco Enzo Scotellaro”; l’altra, ugualmente composta da un solo foglio scritto su recto e verso, è intitolata “Ed anche i ricchi… /(Appunti)” ed è firmata a penna “R. Scotellaro” in basso a destra su verso. Si riporta qui la prima delle due, rispetto alla quale quella sottotitolata “Appunti” mostra alcune varianti in certi casi significative. A titolo di esempio, si veda in apertura degli “Appunti” il passo “Un misero pezzo di cielo chiudeva l’orizzonte e per le montagne si scorgevano le macchie bianche delle camicie dei contadini, curvi ad arare”, ridimensionato nella “novella” in “Un misero pezzo di cielo chiudeva l’orizzonte e per le montagne qualche contadino arava col mulo”, con chiara volontà di riduzione del tono oleografico a favore di un indirizzo più marcatamente realistico.
A Scotellaro, che invia la novella affinché venga pubblicata nelle pagine della “Domenica del Corriere”, Eligio Possenti, direttore della testata, sbrigativamente risponde così il 16 luglio 1943, terminus ante quem per la datazione del testo:
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Preg. Sig. siamo spiacenti di non poter accogliere la Vostra offerta, perché i numerosissimi impegni presi per la pubblicazione di scritti di ogni genere non ci consentono di contrarne di nuovi, almeno per il momento. RingraziandoVi ad ogni modo di aver pensato a noi, vi salutiamo distintamente Eligio Possenti
Un rifiuto motivato probabilmente dalle necessarie cautele rispetto a un testo che mette in scena il rapporto tra città e campagna in una dimensione di emergenza determinata dalla guerra. Attraverso l’ospitalità che una famiglia di contadini offre ai Lorenzi, giunti dalla città ormai in assedio, la novella avvicina realtà lontanissime, il paese e la città, con riuscito effetto di riscontro, come attesta un diffuso atteggiamento di vaghezza e stupore che aleggia sulla vicenda. La famiglia ospitante (di cui significativamente non si legge il cognome) esibisce un’accoglienza che è tutta nelle forme di una genuina quanto deferente spontaneità, in ossequio a un valore antropologico forte nella civiltà contadina; la famiglia Lorenzi, pur collocata socialmente in una condizione di maggiore benessere, si fa ambasciatrice delle “disgrazie” e della “fame” imperversanti sulla città. La contrapposizione tra città e campagna − che di lì a qualche anno Scotellaro tratterà nel testo Passaggio alla città (Scotellaro, 2004: 112) con netto vantaggio della libertà della vita contadina e paesana sulla tirannide delle corse dei tram e del tempo che fugge rapido – si realizza nella morale esplicitata in chiusa di testo: “Ed anche i ricchi sono poverelli”. Quanto a dire: anche chi apparentemente si trova in una condizione di prosperità conosce le angustie della vita. Morale di non poco conto considerando quanto, in quegli anni, nell’immaginario dei giovani il paese fosse percepito come condanna agli stenti e la città come promessa di successi.
Allogato presso la famiglia contadina è però anche un altro “gran signore”, tale commendatore Franceschi, cui Scotellaro assegna in questa redazione un messaggio importante: solo la guerra e l’abbandono della città per il paese lo avrebbero reso “umano” e finalmente “molto buono” poiché la vita contadina è intrisa di fratellanza e cordialità ed è perciò migliore di quella cittadina. Franceschi, con tono serioso e pretesa di attenzione, parla del “mistero dell’umanità tutta buona” che si realizza solo tra la cosiddetta “povera gente, che si lavora il pane con le proprie mani dalla mattina alla sera”: una dichiarazione enigmatica, pronunciata da un personaggio altrettanto ambiguo, come attestano anche gli sguardi accigliati che rivolge a chi generosamente lo ospita. Non a caso negli “Appunti” a pronunciarsi in questi termini è il capofamiglia contadino e non il commendatore (Vitelli, 1989a: 156), a riprova di una incertezza di intenti nello stesso autore.
In una sola redazione manoscritta ci perviene il racconto Infanzia, che si estende sulle quattro facciate di un foglio protocollo a righe e su recto e verso di un foglio di taccuino di formato grande a quadretti. Il verso del foglio a quadretti è stato dall’autore utilizzato per alcune integrazioni da inserire nel corpo del racconto: un pezzo più consistente, privo di specifico rinvio, è stato collocato in base a una congruenza tematica che si manifesta anche attraverso il richiamo tra i termini “rumoreggiare” e “rumore”; viceversa, un’aggiunta con indicazione numerica e compresa tra parentesi tonde è stata regolarmente collocata laddove indicato dall’autore. È rimasta esclusa una breve porzione che Scotellaro ha intenzionalmente trascurato ponendola al di fuori delle suddette parentesi. Il testo è datato “Tricarico/Agosto ’43” al margine alto sinistro della prima facciata del foglio protocollo e “12 agosto” nel margine basso a destra dell’ultima facciata dello stesso foglio; l’autore si firma a penna “Rocchenzo Scotellaro” subito dopo il titolo, in prima pagina, e sempre a penna “R. Scotellaro” in ultima pagina.
In assoluta contemporaneità rispetto alla dilemmatica stesura di Uno si distrae al bivio, torna in queste pagine il problema dell’avvenire, immaginato, temuto o sperato. Ma torna qui in una versione edulcorata rispetto ai succhi aspri di quel racconto (“Tutti abbiamo un’idea fissa. […] L’idea fissa di diventare un giorno proprio quello che non potremo mai essere”(Scotellaro, 1974: 6)), trattato com’è sub specie ludi (“Bastava solo pensare ad un qualsiasi modo di vita che questo subito entrava nell’animo. Essere tante cose!”). Il testo, che si regge sull’assemblaggio di ricordi lontani quanto vividi, rivendica già in apertura la libertà di girovagare nei molti percorsi della memoria e di attingere al condiviso repertorio di affabulazioni che il paese sempre custodisce: “[o]gni angolo è una storia, ogni porta è una casa, una famiglia, la vita”, con sequenza giustapposta di elementi ad anticipazione delle molte sfrangiature narrative. Protagonisti sono infatti due ragazzi, uno “studente che legge le dispense”, alias Scotellaro, e suo cugino Nicola, sarto: entrambi, ormai adulti, rivivono in poche ore l’incanto e la spensieratezza dei giochi dell’infanzia e delle passeggiate in campagna in una dilatazione dei tempi che la vita adulta non consente più. Uno tra i tanti divertimenti interessa qui segnalare: la finzione della messa in moto di un veicolo (che è poi una canna), “facendo rumori a scoppi con la bocca”, a dimostrazione del graduale processo di avanzamento della civiltà delle macchine che giunge a contagiare l’immaginario anche di chi da quella civiltà è ancora lontano. Nel ricordo dei tanti mestieri imitati per giocare a sentirsi grandi (calzolaio, barbiere, il falegname e l’elettricista), i due giovani si rivedono bambini “scamiciati, con la zappetta sulle spalle” a preferire “la vita del contadino, tranquilla e che dà poesia”.
Da due redazioni dattiloscritte è invece attestato il racconto La morte in vacanza, entrambe senza data. Su una di esse, composta da tre fogli scritti solo su recto, Scotellaro firma a mano con matita blu “Rocco Enzo Scotellaro” e riporta a mano delle correzioni poi assorbite nel testo dell’altro dattiloscritto (che si è pertanto scelto di riprodurre), composto da soli due fogli, con interlinea più stretto, scritti solo su recto, con firma dattiloscritta “ROCCO SCOTELLARO”.
Il racconto è tutto costruito sul tema delle cosiddette “madrine di guerra”, giovani donne che rinfrancavano il morale dei soldati intrecciando fitte corrispondenze epistolari frequentemente sfociate nel matrimonio o comunque in durature e profonde amicizie. Nato durante il primo conflitto mondiale, il “madrinaggio” si diffonde massicciamente durante gli anni del regime fascista che lo favorisce tramite istituzioni ed esercito, per poi scoprirne la pericolosità dovuta alla circolazione di notizie taciute dagli organi di informazione ufficiali.
Il titolo, che corrisponde a un modo di dire figurato e scherzoso (‘parere la morte in vacanza’ sta per ‘avere un aspetto emaciato’), è chiara allusione alla protagonista femminile.
Giuliana, “le occhiaie profonde, gli zigomi sporgenti, con più rughe sulla fronte, con le spalle stecchite, i seni flosci, sfiancata”, vive sola in una camera “dall’aspetto desolante della dimora d’una morente”. Figura per certi versi crepuscolare, nonostante le tante delusioni non ha perso la voglia di “imbellettarsi e uscire” la domenica mattina, ultimo baluardo di civetteria femminile. Mario, il suo figlioccio in guerra, è “solo come lei” ma almeno dalla foto che le manda appare bello e vitale: “una barbetta affascinante, il volto mesto e gioviale, le labbra gonfie, i capelli a ruffelli”. Anche qui, nuovamente nell’incontro di realtà diverse generato dalla guerra e nella fine indagine psicologica della donna, si rimane nel campo della riflessione profonda sul senso dell’esistenza, sulle legittime aspirazioni della giovinezza e sulle amare delusioni della maturità.
Quanto mai opportuno è richiamare per Il coprifuoco la cronologia scotellariana condivisa dagli studiosi, in base alla quale gli anni tra il ’42 e il ’44 sono quelli in cui lo scrittore riflette intensamente sulla condizione dei giovani, per poi orientarsi tra la seconda metà del decennio e fino alla morte verso temi di più marcato realismo, pur nel persistente “timbro esistenziale” (Vitelli, 2004: 339). Il racconto è attestato da un’unica redazione dattiloscritta, composta da due fogli di cui uno scritto su recto e verso, per un totale di tre con numerazione; la data è dattiloscritta in calce al testo, alla fine della terza facciata: “(1944)”. Il testo, che è suddiviso in tre paragrafi attraverso sequenze di segni grafici, ha il sottotitolo “prosa di ROCCO SCOTELLARO”, dattiloscritto sul recto della prima pagina subito di sotto al titolo; l’autore appone la firma dattiloscritta “Rocco Scotellaro” a fine testo, di sotto alla data.
Nella sua consistenza di prosa meditativa piuttosto che di racconto vero e proprio, Il coprifuoco è chiara testimonianza dei tentativi dello scrittore di raggiungere una dimensione di realismo, tuttavia con ritorni e deviazioni verso il simbolismo.
Lo stesso incipit (“Non mi rassegno più”) introduce subito il lettore in una dimensione militante della coscienza che fa osservare al giovane autore la fissità della vita del paese – i suoi ritmi lenti e le sue invariate usanze – con una rinnovata speranza nel possibile cambiamento, nell’abbandono da parte degli “uomini estatici” del loro atteggiamento meramente contemplativo. L’andamento sintattico del primo paragrafo, nel quale il discorso principia germinando dall’ultima parola della frase precedente, sembra alludere a un rigido meccanismo determinista e ordinatore, che tuttavia nella chiusa del testo cede a una più positiva intonazione di fiducia (“E poi ecco: sulla soglia del mio balcone, in un vaso frantumato c’è un pugno di terreno grasso. Nel terreno grasso c’è una tenera radice. E io ho fede che domani il fiore dell’edera, fatigato dal sole, crescerà per un’altra sera”). Una condizione di solitudine estrema accomuna ogni forma vivente e oggettuale: “donne”, “mariti”, “sedie”, “bimbi”, “rondini” e “pipistrelli”, in un paesaggio che, descritto inizialmente in termini realistici, si presta pur nella sua vitalità ad essere trasfigurato in icone di morte. Tornano i simboli di quella poetica degli ‘ossi’ già così impressa nelle pagine di Uno si distrae al bivio (Paternostro, 2013: 15–16), “in cui gli interrogativi su di sé e sul mondo” si tramutano “in ossi, in cavalli, in simboli onirici strani, in morbose curiosità infantili” (Lamba, 1978: 10).
Un paysage de souffrance in cui la natura fa mostra delle sue insegne di ostilità e che si risolve in una sinistra teoria di emblemi apocalittici: “Dunque gli uomini? Saranno morti tutti”, e poi case “distrutte dal fuoco”, “mucchi di paglia dopo la trebbia”, “ceneri dei fuochi votivi”, “girandole nude dopo l’efflorescenza di pochi minuti”, “le ossa robuste e le mascelle delle carogne”, “l’albero lacerato dalla tempesta”, “le viti spampanate”, “le rose affrante”, “la brulla montagna e il carro delle immondizie”, “i rottami del mondo in questo scuro”.
Se la vista compila questo tetro regesto, l’udito analogamente acquisisce “il frastuono e la quiete della materia”, secondo lo stesso modulo anaforico (“ho visto…”, “ho visto…”, “ho visto…”, ecc.; “ho sentito…”, “ho sentito…”, “ho sentito…”, ecc.) che è invero quello che determina il ritmo dell’intera prosa, cadenzata su riprese continue a significazione della martellante riflessione dell’autore. È un giovane in conflitto con il suo mondo, quello che scrive; lo stesso che a Tricarico, sempre nel ’44, scrive la poesia Vento fila, con analogia di accenti: A me questa notte non darà pace: sono stato scontroso con gli uomini, sono giù di morale, il cuore mulinato da rimorsi. La lampada spesso si smorza. Fiocca nei vicoli sugli stracci, la campagna sola. Vento fila nei baratri delle lunghe stradette. Giù nella Rabata, chiuse le stentate porte dei sottani, e non verranno. Non verranno i compagni sotto alla finestra a suonarmi la canzone di rampogna questa notte/violenta di Carnevale (Scotellaro, 2004: 193).
Ma soprattutto è da rinvenire una straordinaria coincidenza tra il paesaggio del Coprifuoco e la poesia Approdo, datata “Tivoli, 3 giugno 1942”. Qui, la fragilità dell’esistenza umana è scossa da un vento che è l’unica sicurezza in un orizzonte mobile di morte: Certo è il vento: non ti fa dormire percotendo le vetrate che ti fa spaurire. Misero fuscello nella bufera dei soffi ventosi la casa sradicata e in una corsa folle verso là dove si placano i venti, e dune di cenere umana con rottami di ossa sconvolti verso là dove placano i venti su boscaglie di quercie cadute. È il vento (Scotellaro, 2004: 160).
Probabilmente scritto tra il ’46 e il ’48 e pubblicato nella rivista “Il Sud letterario” nel 1948, Un cigno canta in ottobre?… ci perviene tuttavia anche attraverso altre due più ampie redazioni dattiloscritte (intitolate Un cigno canta di ottobre?…; in entrambe si legge, barrato, un altro titolo: “IL CIGNO DI OTTOBRE”). Senza data, assai simili ma non identiche (lo si evince da alcuni segni grafici), entrambe sono composte da quattro fogli scritti solo su recto e riportano la firma dattiloscritta “ROCCO SCOTELLARO” nel margine destro dell’ultima pagina. Il testo in rivista è suddiviso in due paragrafi intervallati da segni grafici, le due redazioni dattiloscritte risultano divise in tre paragrafi ugualmente attraverso segni grafici.
Si sceglie qui di riportare la versione pubblicata in rivista poiché presumibilmente più vicina all’ultima volontà dell’autore. Oltre ad alcune varianti di minore importanza non presenti nel testo destinato a “Il Sud letterario”, ciò che differenzia le due redazioni più ampie da quella pubblicata è un pezzo collocato al termine del secondo paragrafo, espunto probabilmente per la sua natura saggistico-riflessiva piuttosto che narrativa: È una necessità vedersi col compare e discutere la bevuta al cannello a forza di punti alla morra, perché l’aratro stanca e lo scasso fa scoppiare in corpo, perché la tina da rivoltare dà alla testa e l’afa – il profumo di tutti i grappoli ribollenti – procura lo svenimento e la morte. Bisogna dimenticarsi qualche momento, se per tutti i momenti della vita si è soli e dimenticati dai propri simili. Soltanto la morte ci svela agli altri. La morte fermenta giorno per giorno, dalla mattina alla sera: il suono a martello delle campane può rintoccare all’alba d’un giorno con la neve o coi fiori bianchi del mandorlo o con lo stridore delle rondini nel pieno della calura.
A meno che non si voglia pensare che Scotellaro abbia prima pubblicato il racconto come risulta da rivista (mancherebbe in questo caso un dattiloscritto o manoscritto) e lo abbia poi rivisto e ampliato: in questo caso i dattiloscritti più ampi sarebbero da intendere come materiale di lavoro per un testo da includere eventualmente in un volume di racconti cui forse Scotellaro ha pensato. Ma ad oggi non c’è conferma. Non va dimenticato, del resto, che lo stesso Scotellaro è sempre stato consapevole della limitatezza del raggio di circolazione delle riviste e della opportunità di raccogliere i suoi racconti in volume.
Per qualcuno “vero e proprio elzeviro” (Vitelli, 1989a: 161), dall’”impianto lirico-evocativo” che lo situerebbe “grosso modo all’incrocio tra il Cardarelli delle Memorie della mia infanzia e l’Alvaro di Gente in Aspromonte” (Langella, 2006: 656), Un cigno canta in ottobre?… è da considerare scrittura ‘d’ambiente’, in cui l’esistenza contadina, nel suo serrato intreccio di vita e morte, viene a svolgersi con l’ineluttabilità dei riti stagionali, concedendo “rarissime occasioni nel suo giro forsennato” (Scotellaro, 1948). Un piccolo pezzo di terreno è lo spazio da abitare sulla terra, con le zolle dissodate che ingolfano il petto: il contadino, “dalle brache di velluto unte di sudore, dalla coppola foracchiata e grassa”, “può anche un giorno morire senza rimpianto” (Scotellaro, 1948: 16) . Il testo, proprio a questo punto delle redazioni non pubblicate, nel punto cioè in cui l’”estatica amarezza” dei contadini si riversa sulle pagine (Scotellaro, 1948: 16), celebra il conforto del vino diviso con gli amici, in un ennesimo rito che si consuma ogni sera nelle cantine del paese.
La prosa, che propriamente narrativa non è per la mancanza di un preciso asse di racconto (una vicenda definita, un protagonista ben individuabile, personaggi collaterali che partecipano alla storia), affronta − quasi nei toni di un reportage dal mondo contadino − il tema cruciale delle morti ‘bianche’, di cui Scotellaro sa bene circostanze e tragicità di risvolti. Non casualmente lo scrittore – che già col titolo allude a una prossimità di fine − riferisce indeterminatamente di “un” contadino, morto “asfissiato nella tina dove rivoltava la vinaccia impregnata di mosto” (Scotellaro, 1948: 16), tirato su con le corde legate alle caviglie, portato in spalla da parenti e amici superstiti che compiangono più se stessi che il defunto. Un così marcato realismo non può che autorizzare lo slargo in territori nutriti col sempre fertile humus dei miti ancestrali: dalla tina, lo spirito del morto è volato sulla collina dei cipressi “dove si nascondono le anime dei padri, delle madri, dei figli, dei fratelli, delle sorelle e dei compari” (Scotellaro, 1948: 16). Ma pure, la morte del contadino assurge a simbolo di una condizione umana universalmente disperante e illusoria come sta a suggerire un appunto manoscritto sul verso dell’ultima pagina di una delle due redazioni, una citazione tratta dal Libro dell’Ecclesiaste: “Osservai quel che si fa sotto il sole e vidi che tutto è vanità e afflizione di spirito. Ecclesiaste, I: 14”.
Anche qui, con raggiunto esito di straniamento, si realizza il consueto cozzo di ricercatezza e popolarità: si pensi a “orciuolo” e a qualche espressione proveniente dal lessico contadino, sempre in virgolettato, con effetto di “impreziosimento” (Vitelli 1989a: 161–162): ad esempio, “ferrarie” e “galette”.
Dalla maturità della scrittura si deduce che il racconto L’affacciata alla finestra è opera degli ultimi anni di Scotellaro: scritto probabilmente tra il ’49 e il ’52, esso è conservato solo attraverso una redazione interamente manoscritta su carta velina, non firmata, composta da tre fogli numerati e vergati su una sola facciata. In prima pagina, in alto di fianco al titolo, compare la dicitura “Appunti”. Sebbene questa definizione collochi il testo in una dimensione preparatoria, è da registrare una certa compiutezza, soprattutto tematica: il racconto è infatti tutto costruito sul tema del vicinato, di grande rilevanza nella geografia relazionale del paese, come attesta altra produzione scotellariana anche in versi (si pensi alla coeva poesia Il vicinato, del 1951) e come ampiamente testimoniano altre voci provenienti dalla stessa realtà culturale e antropologica. 3 Al vicinato come a un vero e proprio ‘gruppo’ − le cui caratteristiche possono essere analizzate sul piano psico-sociale in relazione a variabili quali il territorio, il clima, il livello socio-economico, il sistema di vita − si è guardato proficuamente da una prospettiva sociologica proprio negli anni in cui la società rurale andava scomparendo per l’espansione di quella industriale. Al riguardo, gli studi di Lidia De Rita sulla comunità dei “Sassi” di Matera tornano assai utili in riferimento anche alla realtà tricaricese, per analogia cioè tra quelle zone rurali del centro-sud in cui la fisionomia topografica dei luoghi e la vicinanza tra alcuni agglomerati di case realizzano “un vero e proprio “gruppo” “che condivide atteggiamenti, modi di dire e convinzioni, differenziandosi dagli altri vicinati (De Rita, 1955: 3).
Ma la realtà del vicinato, prim’ancora di prestarsi a meticolose indagini sociometriche, è oggetto letterariamente assai forte, per il groviglio di esistenze che vi si avviluppa e per l’adamantina durezza delle regole che lo governano. A tramandarne usanze e norme sono i vecchi, la vera “Bibbia del vicinato”, secondo una felicissima espressione di Amedeo Serra risalente alla metà degli anni Cinquanta: solo loro sanno “come vanno le cose e la vanità del mondo” (Serra, 1956: 24). È lo stesso Scotellaro che definisce con chiarezza elementare nozione e misure di quella realtà: Per capire meglio che i vicoli fino a un certo punto fanno parte del vicinato bisogna pensare un momento alle galline: bene, le galline si allontanano, come sapete, fino a un certo punto, poi tornano indietro. E così è per gli uomini e le donne, grandi e piccoli, del vicinato.
Nel testo, cui nuovamente manca un assetto propriamente narrativo, il vicinato è visto con gli occhi dei bambini e degli adolescenti, una componente di residenti che condivide con le donne il dominio di quegli spazi ristretti: “il vicinato è delle donne”, notava Serra, gli uomini non vi hanno quasi “nessun rapporto” (Serra, 1956: 24), anzi, subentrano seduti agli usci delle case solo la sera, quando appunto “le donne si sono ritirate” (Serra, 1956: 24). Le scorribande avvengono dunque nei pochi vicoli compresi in quella circoscrizione: è lì che i ragazzi marcano il loro territorio anche attraverso atteggiamenti padronali nei confronti di bambine e ragazzette, sentite appunto come beni di cui disporre per annessa pertinenza. Non a caso, il gioco preferito è quello di “fare a marito e moglie”, secondo una interpretazione del matrimonio che legge la figura femminile come assoggettata in tutto a quella maschile. La demarcazione dei confini tra vicinati diversi, avviene unitamente alla ricognizione delle donne facenti parte di quel territorio (Mariolina, Tatella, Teresa, Angiolina e Serafina) con allertato senso di vigilanza sugli intrusi: “[…] Teresa, la sorella grande di 14 anni che due giorni fa, andando a prendere l’acqua alla fontana, è stata vista parlottare con un cafoncello che non è vicino di casa, sta di casa sotto la piazza”. A Giuseppe, “il capo banda del vicinato”, spetta l’onere e l’onore della cooptazione. Dopo avere respinto da sempre Mariolina “dal portone dei giuochi” e averle fatto innumerevoli dispetti, improvvisamente decide “di farla entrare”, sebbene con l’obbligo di un pesante rito di iniziazione: la “sottile” Mariolina, “nominata serva della casa”, dovrà “lavare per terra nel portone”.
A perimetrare nello spazio il gruppo vicinato vi sono i segni della quotidianità. Il disperdersi di quell’affiatamento si legge nel diradarsi dei dettagli realistici: le stradine che si spopolano, la mancanza delle “voccole nei muri dove attaccano le cavezze delle bestie”, l’assenza delle “bestie ferme cariche di legna e di paglia” e degli animali che dividono il loro cortile con le “immondizie”.
Diversamente da quanto accade nella maggior parte della produzione narrativa scotellariana, la narrazione nel racconto La postulante avviene in terza persona, intersecando “in più punti gli assi cartesiani del romanzo di formazione” (Langella, 2006: 659). Il racconto, pubblicato da Scotellaro nel ’50 nelle pagine della rivista barese “Puglia”, è noto solo attraverso l’esemplare a stampa.
Protagonista è la giovane Vincenza che, orfana di madre, vive con il padre Prospero, calzolaio e portiere di uno stabile, e il fratello Paoluccio, paralitico dalla nascita. Il racconto si sviluppa in verità intorno a un esiguo tema, che è quello della monacazione forzata, in questo caso indotta dal sentimento di disagio che la giovane prova rispetto agli sguardi maschili (tra cui anche quelli del padre), incuriositi e attratti dal corpo sodo e in crescita della giovane. La scelta compiuta dalla ragazza è dunque obbligata: ella cerca innanzitutto “una “via di scampo” dalla libidine maschile” (Langella, 2006: 660), in “un proposito di fuga paragonabile a quello della selvaggina che corre a imbucarsi nella tana per non finire preda del cacciatore” (Langella, 2006: 660). “Sono venuta qua, perché avevo paura degli uomini” (Scotellaro, 1950a), scrive Vincenza nella domanda per essere accettata al noviziato in convento.
Volto a una tematica complessa e delicata quale la percezione di sé attraverso lo sguardo degli altri, Scotellaro dà qui prova di una certa sensibilità psicologica, non disgiunta da capacità psicanalitica, soprattutto attraverso gli sconfinamenti nei territori onirici. Nel richiamo alla tradizione letteraria del tema, in particolare alla Storia di una capinera verghiana e alle Lettere di una novizia di Guido Piovene (Vitelli, 1989a: 163), l’atmosfera piuttosto inquietante del racconto trova agio nella madrina, che pur sbiadita è l’unica figura positiva del testo. Probabilmente partecipe della stesura finale è da considerare ciò che si legge in due dattiloscritti, non firmati, intitolati rispettivamente “Per le Postulanti” e “Rito per la Professione”. Si direbbe che siano la fedele trascrizione della prassi prevista per il rito della monacazione; ne sarebbe conferma già il fatto che nel racconto scotellariano ritorni lo stralcio più significativo, corrispondente alla domanda rivolta dal celebrante (“Che domandate, figliuole?”) e alla risposta fornita dalle postulanti (“Come il cervo desidera le fontane di acqua, così desidero te, mio Dio”). Del resto, che Scotellaro sia autore che conosce bene il repertorio liturgico oltre ai testi sacri è noto, tanto che qualcuno, a partire da questo dato di fatto, ha tentato una interpretazione di tutta l’opera del poeta come preghiera collettiva (Giannantonio, 1983: 401–408; Giannantonio, 1985). Meno convincente appare l’ipotesi che questi siano materiali preparatori di invenzione scotellariana, a meno che lo scrittore non avesse in mente di tornare sul tema della monacazione; ma di questo non vi è notizia.
La presenza di radici cristiane nel pensiero e nell’opera di Scotellaro è già stata analizzata, soprattutto a fronte di una comprovata dimestichezza del poeta con la Bibbia, tale da generare in alcuni suoi versi una intonazione vicina allo stile dei salmi. D’altro canto, Scotellaro ha avuto conoscenza delle condizioni di vita del clero a Tricarico, sede vescovile, e nella sua esperienza di studente nel Convitto Serafico dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e poi a Cava dei Tirreni. La madre del poeta, Francesca Armento, non risparmia dettagli pesanti circa l’avidità dei religiosi nel gestire le provviste alimentari e i beni di consumo inviati ai propri figli dai genitori rimasti in paese (Armento, 2011: 52–53). E ciò basta a liberare La postulante da qualunque intento celebrativo nei confronti della Chiesa cattolica. Quanto si legge nelle pagine del Racconto della madre non basta tuttavia a liquidare il rapporto dello scrittore con il clero: in una prospettiva laica, con esso Scotellaro si impegna fattivamente nella realizzazione di una delle opere più importanti della sua attività di sindaco, l’Ospedale tricaricese, iniziativa in cui sembrano convergere, sul terreno della solidarietà, la componente francescana e quella contadina insite nel suo animo (Sibilla, 1987: 96–107).
Il convento che accoglie Vincenza non è tuttavia il sicuro riparo per un’anima che cerca Dio ma, più semplicemente, l’unico spazio in cui alla ragazza è garantita l’assenza di figure maschili, peraltro minacciosamente presenti sotto forma di allucinazione anche durante le pratiche della preghiera mattutina: “A un’adorazione, al mattino, il santo le apparve trasfigurato come il padre, impazzito, minaccioso, tentatore. Gridò, le altre suore non si scomposero. La madre venne a prenderla”.
Tra le più riuscite sul piano narrativo, la novella La testuggine ci è giunta attraverso diverse redazioni dattiloscritte e a stampa. Il testo qui trascritto è quello che si legge nel “Mattino d’Italia” del 2 gennaio 1951, da ritenersi quello corrispondente all’ultima volontà dell’autore.
Una prima redazione dattiloscritta, datata “22/12/49” e perciò da considerare la più antica, è composta da due fogli, dei quali il primo scritto su recto e verso; a fine testo è riportata, sempre dattiloscritta, la firma “Rocco Scotellaro”. Manoscritte sono riportate diverse ipotesi di titolo: “LA LETTERA”, barrato, “Una testuggine per Natale”, barrato, e “UNA TESTUGGINE”, poi accolto. Su questa redazione sono apportate delle modifiche e integrazioni a penna poi assorbite a partire dalla redazione successiva. Sul verso della seconda pagina della prima redazione compaiono i seguenti versi manoscritti a penna: “Non possa mai far giorno, mai far notte/vuole fare il tuono sulla terra!”. Essi richiamano, e forse ne sono incunabolo, quelli di una poesia scritta da Scotellaro nel 1951, intitolata Il morto: “Non voglia mai far notte, mai far giorno/è venuto di piombo il pane al forno. Cicala canta la canzone spasa, /il tizzone si è spento nella casa. S’alzano i gridi ringhiera ringhiera: /Giustizia nera, Giustizia nera.” (Scotellaro, 2004: 114).
Il testo della prima redazione è stato poi rimesso in bella copia, lasciando il titolo Una testuggine: di questa seconda redazione dattiloscritta − composta da cinque pagine scritte solo su recto, senza data e con firma dattiloscritta “ROCCO SCOTELLARO” − si hanno tre copie identiche. Una terza e ultima redazione dattiloscritta segue di pochi giorni: la data “25-12-49” è aggiunta a penna sotto la firma dattiloscritta “Rocco Scotellaro”. In questa terza redazione, ancora con titolo Una testuggine e composta da tre fogli scritti su recto, sono riportate a penna alcune varianti che non ritornano nelle redazioni successive, a stampa. Il testo è stato poi pubblicato nel 1950 nelle pagine della rivista “Svizzera Italiana”, sempre con titolo Una testuggine (gennaio-aprile 1950), con ripresa di alcune soluzioni espressive delle prime redazioni; infine, nel ’51 la novella è apparsa nelle pagine del “Mattino d’Italia”, con titolo La testuggine. In quest’ultima redazione il testo appare privo di alcune parti, seppure brevi: è ipotizzabile che gli interventi operati siano da imputare alla volontà o necessità di ridurre il testo e/o di adeguarlo a un pubblico di lettori più ampio e variegato, anche sul piano linguistico.
Si spiegherebbero così alcune varianti lessicali registrate nel passaggio dalla prima redazione all’ultima. Si prenda, ad esempio, la frase “Il babbo è tornato frettoloso come sempre fregandosi le mani” che si legge nel “Mattino d’Italia” (Scotellaro, 1951a: 3) . Nella prima e seconda redazione dattiloscritta si ha invece: “Il babbo è tornato frettoloso come sempre strisciandosi le mani”; nella terza, “Il babbo è tornato frettoloso come sempre stropicciandosi le mani”; nella quarta, in rivista, ritorna “Il babbo è tornato frettoloso come sempre strisciandosi le mani”. Tra l’originario “strisciandosi le mani”, l’intermedio “stropicciandosi le mani” e l’ultimo “fregandosi le mani” si può ben dire che lo scrittore abbia compiuto uno sforzo per giungere alla forma più comunemente diffusa e attestata.
Scompare del tutto, nella versione del “Mattino d’Italia”, un’intera frase, presente invece in tutte le altre redazioni seppure con varianti: “Così chiamano le mamme pensando ai figli nascosti nei portoni che non vogliono rincasare”. Una connotazione ‘d’ambiente’ che non guasta in una rivista come “Svizzera Italiana”, fondata e diretta da Guido Calgari – esperto conoscitore del Ticino più umile, dei pescatori, dei contadini, dei villaggi, anche attraverso la sua tradizione letteraria − e apertasi nel dopoguerra agli apporti italiani, tanto da svolgere un ruolo importante, negli anni a venire, nel contrastare la germanizzazione della Svizzera italiana.
Nella versione del “Mattino d’Italia” è espunto anche il finale di una frase che ritorna in tutte le altre redazioni: “Di nuovo hanno apparecchiato la tavola e ci siamo disposti intorno allo stesso riso del pranzo e il babbo ha guardato la mamma e Franco si è levato sul seggiolone aprendo le braccia: −Zitti, zitti!”, altrove (anche in “Svizzera Italiana”; Scotellaro, 1950b: 10) completato da “− e tà una scoreggia, non ne potevamo più dal ridere. Serafina ha risputato un boccone nel piatto”. Un intervento molto probabilmente richiesto a Scotellaro e teso alla eliminazione di una nota di scurrilità sicuramente ritenuta inopportuna nelle pagine di un quotidiano nazionale.
Infine, cassato, nella versione del “Mattino d’Italia”, un dettaglio delle righe finali. Così si legge infatti nel testo del ’51: “Aspetteremo la tua venuta dall’Ufficio, babbo, mamma, andremo a fare la spesa…”; mentre nelle redazioni precedenti: (anche in “Svizzera Italiana”: Scotellaro, 1950b, p. 10) “Aspetteremo la tua venuta dall’Ufficio, babbo, prima di mangiare; ci puliremo da soli le scarpe, mamma, andremo a fare la spesa…”.
In tanta varietà di redazioni, è da segnalare la costanza di alcuni termini dalla forte carica espressiva: si pensi, ad esempio, al lemma ‘incignare’, nel significato di ‘indossare per la prima volta’, presente in tutte le redazioni testimoniate. Un verbo certamente non comune, che Scotellaro preleva dal dialetto ma che ha anche modo di riscontrare nella tradizione letteraria, ad esempio nei versi della Morte del Papa, uno dei Nuovi Poemetti di Pascoli: “incignava quel giorno anzi un guarnello”. 4
Testimonianza riuscitissima della continuità d’“interesse per l’aetas adolendi” (Langella, 2006: 657), la novella addensa molti degli ingredienti propri della poetica scotellariana: l’epos della difficile ma decorosa quotidianità si realizza attraverso la voce del giovane narratore che ricorre a tutte le possibili armoniche di cui l’immaginazione dei bambini dispone. Ne deriva un testo fluttuante tra spensieratezza dell’infanzia e maturità compiuta, bizzosa variabilità di umori e sedimentata consapevolezza adulta. Su tutto, la minaccia della reificazione, che trova nella testuggine morta e maltrattata il correlativo oggettivo delle difficoltà dell’esistenza. Immobile in cucina, sulla “piastrella bianca della fornacetta” (Scotellaro, 1951a: 3), nel cuore pulsante cioè di ogni ambiente domestico, scaraventata con stizza giù per le scale dopo aver subito la crudeltà dei giochi infantili, abbandonata nell’immondizia per essere recuperata ed esposta al sole ad essiccare in vista di un avvenire da fermacarte: la testuggine è, nella fantasia del narratore, emblema di arrendevolezza, paziente sopportazione e indurita capacità di sopravvivere (“Ma come devo dire, a questo punto, che, tanto, il babbo e la mamma mi assomigliano alla testuggine?”, Scotellaro, 1951a: 3). Tutte sagge risorse di una condizione ormai adulta che però l’amore bambino pugnacemente rifiuta, per le naturali dinamiche di amore e odio filiale. Il frettoloso abbandono della bestia da parte del narratore e il recupero altrettanto rapido che ne fa per sottrarla a qualunque altra sorte, sono la dimostrazione di un sentimento controverso, alimentato dalla sofferenza estrema per la difficile vita genitoriale e dal segreto quanto acuto desiderio di negarla: Mi veniva da piangere quando hanno messi i piatti in tavola. Il babbo mi pareva così stanco; per la prima volta ho studiato nuovi pensierini per il compito della sera, avrei parlato di babbo e del suo ufficio lontano, della testuggine morta che stava all’aria della finestra, del riso che ogni ventisette il babbo ci portava nelle tasche. (Scotellaro, 1951a: 3)
Tematica densissima, che riconduce direttamente ad uno dei più struggenti versi scotellariani: “Muorimi mamma mia/che ti vorrò più bene” (Scotellaro, 2004: 158; la poesia, del 1941, si intitola Mamma). Una dichiarazione che non va interpretata come alternanza di sentimenti opposti, bensì “alla luce di un amore che rimane intatto, anzi diviene più vero persino quando giunge ad invocarne la morte” (Vitelli, 1989b: 149).
Nettamente incisa appare la figura paterna, per brevi e fugaci che siano le sue comparse: non un bracciante che rientra dalla campagna bensì un impiegato che torna dal suo “ufficio lontano”, con il riso nelle tasche ogni ventisette del mese, a ulteriore correzione di “certo meccanico abbinamento della poesia di Scotellaro alle istanze dei contadini” (Vitelli, 1982: 11) e nella più allargata attenzione per la varietà delle classi sociali. È al padre che il protagonista “deve” i suoi compiti per le vacanze di Natale, brevi pensieri scritti “in un quaderno” e consegnati al rientro dall’ufficio in segno di riconoscenza per gli sforzi compiuti dal capofamiglia nell’accettare un lavoro così pesante. E c’è da rilevare che, pur negli atteggiamenti stracchi, la figura paterna è quella che sembra positivamente additare l’unica via di uscita, affidata allo studio e al lavoro ‘di concetto’: “Rimettila alla finestra, si asseccherà, ne faremo un fermacarte per la scrivania” (Scotellaro, 1951a: 3), propone il padre al figlio, implicitamente ribadendo l’importanza assegnata alla cultura. Ma si ricordi che il padre di Rocco era un artigiano.
L’ultimo dei dieci testi qui pubblicati è una differente versione del racconto La festa, già comparso nel maggio del 1951 in “Svizzera Italiana” e poi incluso in Uno si distrae al bivio. Con titolo mutato in Nicola daziere va alla festa e con espunzione di ampio brano, il testo appare in “Paese Sera” il 14 luglio 1951: si è scelto di pubblicare questa versione poiché successiva a quella del maggio dello stesso anno. Del racconto si posseggono due copie identiche di una redazione che consta di quattro fogli numerati dattiloscritti solo su recto, con firma dattiloscritta in calce all’ultima pagina “Rocco Scotellaro” di fianco alla data “Maggio 1951”. La redazione dattiloscritta coincide con il testo pubblicato in “Svizzera Italiana”, poi acquisito in volume nell’edizione Basilicata.
A differenziare il testo di “Paese Sera” è dunque solo la soppressione di un ampio stralcio, qui di seguito riportato, sacrificato in giornale probabilmente per ragioni di spazio: Il buon tempo fu a spingere la moglie del Duca Sanseverino che trovò bello il posto dove i pastori, entrati tra le quercie una volta e due per legnare, avevano fatto largo ed era nato il piano. Ed era stato istradato anche uno zampillo fino alle pietre dove si sedevano di solito a far merenda. Oggi si prende una delle cinque balilla per arrivare al bosco la giornata della festa. Pochi anni fa – invece – venivano in una stessa macchina soltanto il primo cittadino e i preti e bastavano tre viaggi a Ferdinando con la sua Lancia a sei posti per portare a Fonti tutti i professionisti e i proprietari. Gli altri andavano a piedi o nei traini o con le bestie, generalmente scalzati per devozione alla Madonna, “che in Fonti sta”. Da quindici anni a questa parte, dalle mezze guerre alla guerra, alla fine prima le biciclette e poi le moto, infine le balilla e i pullman hanno ridotto il numero degli scalzati. Se le cose andavano bene o male, se gli uomini non scrivevano o tornavano, bisognava correre alla nicchietta a deporre fotografie e cornicelli, ogni tanto capelli, o scarpette di bambini o la veste bianca della sposa che morì nell’allegria, tutta roba di prima. E perciò i dieci chilometri sono coperti di gente, come prima e più di prima, dal paese al bosco (Scotellaro, 1974: 48).
Il racconto, omaggio al mestiere del fratello Nicola, è da includere tra quelli cosiddetti ‘d’ambiente’. Nella parte espunta, la connotazione storica riguardante i Sanseverino, Signori di Tricarico, viene piegata a una mitizzazione dei luoghi. Sebbene ridotto di una buona sezione, il testo pubblicato in “Paese Sera” mostra intatto l’interesse dell’autore per la descrizione di un momento topico nella vita del paese e delle comunità circostanti. Le annotazioni sono infatti prevalentemente incentrate su aspetti folklorici o devozionali nonché sul ruolo del daziere, figura di legalità che non facilmente riesce a esercitare il proprio lavoro, diviso egli stesso tra il rigore della coscienza e la volontà di svestire i panni del pubblico ufficiale, partecipando più spensieratamente all’evento paesano.
Le scelte operate nella trascrizione dei testi hanno necessariamente incrociato, quanto meno per necessità di ‘anamnesi’, le ragioni del dibattito svoltosi negli anni Cinquanta che nella lingua del poeta trovava elementi di rinforzo per le diverse letture.
Certamente Scotellaro guarda spesso a una tradizione poetica, e più ampiamente letteraria, che contadina non è; nello stesso tempo, sia attingendo al parlato e al dialetto sia attraverso l’inserimento di frasi altrui − cioè dando spazio a quanti “normalmente non fanno sentire la propria voce, di modo che una scelta apparentemente solo sintattica si carica di valenza sociale” (De Blasi, 2013: 26) −, perviene a una lingua “discontinua”, per “la presenza antinomica di culto e popolare” (Vitelli, 1982: 8). Tale discontinuità è da rilevare anche qui: gli aulicismi di matrice classicistica che lo scrittore, pur in un indirizzo di realismo, accoglie nella sua poesia, convivono anche nella sua prosa con espressioni colorite e proprie della cultura contadina e lucana. Si vedano, per un verso, il participio “schiarate” (Il pellegrino della neve), l’avverbio “immantinente” (Infanzia), il sintagma “le calme del meriggio” (La morte in vacanza); per l’altro, le espressioni “soffiava il pelo” per ‘soffiava sulla parte superficiale’ (Il pellegrino della neve), “voccole” e “lamione” (L’affacciata alla finestra), “pittatore” e “addivozione” (Nicola daziere va alla festa).
Una singolare coincidenza di aulico e dialettale sembrano attestare i termini “calcagne” (Ed anche i ricchi…) e “lumera” (Il coprifuoco).
Nell’idea che in questa commistione sia da vedere uno dei tratti più forti della scrittura scotellariana, la trascrizione dei racconti è avvenuta secondo criteri conservativi. Ciò anche quando si è entrati in rotta di collisione con alcune regole della lingua italiana: si pensi, ad esempio, al plurale dei nomi in -cia e –gia che si è preferito mantenere nella forma sistematicamente adottata da Scotellaro in accordo con le scelte precedentemente adottate anche per l’edizione della produzione poetica (Vitelli, 1989c: 127–128).
Identico criterio nel mantenimento delle maiuscole, delle quali Scotellaro fa un uso strettamente connesso con personaggi e situazioni (si veda, ad esempio, l’uso enfatico della maiuscola nel racconto Ed anche i ricchi…, in riferimento al commendatore Franceschi, definito “Signore”).
Conservate alcune espressioni di derivazione dialettale: “fanchiglia” nel Pellegrino della neve; “Essì” nel racconto Infanzia come trascrizione del parlato al posto di “Eh sì”.
Per una migliore fruizione dei testi, sulla punteggiatura sono stati operati alcuni interventi, se non altro perché certe incongruenze sembrano ricondurre a errori materiali.
Sono stati corretti i refusi riscontrati sia nei dattiloscritti sia nei manoscritti.
Tutte le citazioni tra “”, in assenza di riferimento, sono da considerarsi attinte da materiale inedito.
