Abstract
Levi's relationship with cinema dates back to the 1930s, when he authored several set designs and film subjects. This experience gained more prominence following the publication and international success of Christ Stopped at Eboli. Plans for a film adaptation of the novel engaged Levi in a lengthy and complex dialogue with directors and producers, both Italian and foreign. This 30-year struggle concluded only after Levi's death, with Francesco Rosi's 1979 adaptation. This essay chronicles the efforts to adapt Levi's novel by examining a trove of unpublished material, including an early treatment of Christ by Levi and Rocco Scotellaro from 1949. An appendix to this essay includes a variation on this subject proposed by American producers but rejected by Levi, and a “Memoir for the Scriptwriters”, in which Levi offers previously undisclosed insights into the narrative, aesthetic, and ideological aspects of his masterpiece.
Dei rapporti di Levi con il cinema mi sono già interessato da diverso tempo, da ultimo nel volume Tutte le opere di Scotellaro, pubblicato da Mondadori nel 2019, e in precedenza nello speciale di Forum Italicum dedicato nel 2016 a Levi e Scotellaro, e prima ancora nel volume Il crepuscolo dell’identità. Ritorno sul tema poiché nel frattempo altra documentazione e acquisizioni archivistiche, cui ho avuto la possibilità di accedere, consentono di approfondire il capitolo su Levi e il cinema che, al di là di una apparente episodicità, va delineandosi molto significativo della sua poliedrica attività di pittore, scrittore, intellettuale impegnato su diversi fronti.
Mi ha interessato, non da oggi, esplorare L’isola che non c’è, suggestiva immagine che Gian Piero Brunetta ha scelto per il titolo del suo libro dedicato a Viaggi nel cinema italiano che non vedremo mai, pubblicato nel 2015; l’ho fatto confrontandomi soprattutto con soggetti, trattamenti, sceneggiature – progetti di film che non si sono realizzati – per una verifica al vivo, nelle reali connessioni, interferenze e dinamiche di scambio tra testo letterario e specifico filmico, tra immaginario letterario e immaginario cinematografico curvato a un pubblico di massa e al suo orizzonte di attesa da un lato, e alle esigenze tecniche e produttive dall’altro; il tutto a fronte degli sviluppi del contesto storico-sociale. Uno scenario “estremamente complesso” (Brunetta, 2015: 8) e che, aggiungo, si può affrontare da parte degli studiosi solo con una necessaria uscita dai propri confini disciplinari, ponendosi in un campo a forte contaminazione di discipline e di saperi.
I rapporti di Levi con il cinema possiamo scandirli in tre tempi. Nel primo tempo (Martelli, 2016: 915–917) rientra il lavoro per le scenografie di Patatrac (1931) di Gennaro Righelli e per i costumi del film Pietro Micca (1937) di Aldo Vergano, da collegare strettamente alla sua attività di pittore e ai suoi rapporti con il milieu di artisti di caratura nazionale in una Torino sicuramente all’“avanguardia” nella realtà culturale italiana (Bertetto, 1997: 11) degli anni Venti-Trenta.
I soggiorni a Parigi a partire dal 1925 rafforzano gli interessi di Levi per il cinema che si allargano alle questioni di teoria ed estetica del film ma anche alla realizzazione di soggetti e sceneggiature. Ne sono testimonianza: Ricordo d’infanzia (1931–1932), una sceneggiatura a quattro mani con Mario Soldati; il documentario Elegia romana; mentre tre articoli Scenografia cinematografica (1932), Idee su Pabst (1933), Cinematografo (1934) 1 rivelano intuizioni, riflessioni sul linguaggio filmico e sul quadro internazionale del cinema che, tra l’altro, palesano come Levi sia tra i primi scrittori italiani a capire la dimensione artistica del cinema e il ruolo che è destinato ad occupare nella modernità.
La collaborazione offerta a Levi da Emilio Cecchi – nuovo direttore della Cines a partire dal 1931 – rappresenta sicuramente un’occasione per sollecitare e spingere Levi verso un maggiore impegno nel mondo del cinema; rientrano in questa collaborazione una serie di corti voluti dallo stesso Cecchi nell’ambito di una progettualità che, alla svolta rappresentata dal sonoro, ritiene che il collegamento con il teatro possa irrobustire le gambe ancora gracili del cinema ed allargare il pubblico con nuove fasce di spettatori. Di qui l’idea di gags, chiaramente ispirate al modello teatrale, che facciano da introduzione alla proiezione del film.
Levi realizza ben sedici corti tutti incentrati sulla figura di Celestino. È indubbio che l’archetipo di Celestino è Charlot (Oggero, 2012b: 304), certamente veicolato anche dalla conoscenza e frequentazione parigina delle avanguardie – in particolare i surrealisti che avevano ascritto Charlot al proprio terreno di espansione –; del resto, lo stesso Levi richiama esplicitamente Charlot per il suo Celestino e si sofferma sul personaggio di Chaplin in un articolo del 1934. 2 Una conferma sulla lunga durata dell’attenzione che Levi rivolge a Chaplin viene dalla recensione al Dittatore 3 e, infine, dalla lettera che Levi scrive a Chaplin nel 1949 per chiedergli di essere il regista del Cristo. 4
Nell’articolo Cinematografo Levi definisce Charlot “angelo leggero e umilmente cattivo”; mentre nella lettera, piegando la figura del sé stesso confinato a quella di Chaplin/Charlot, parla del protagonista che “come piovuto dalla luna” si ritrova nel profondo Sud della civiltà contadina “fuori dalla storia e dal tempo, immobile, rassegnata alla miseria e alla morte”, un protagonista che “non agisce, ma è l’occhio che osserva, con distacco comprensivo”; un “osservatore, insieme angelico e diabolico, portato contro volontà dall’inferno paradisiaco della prigione e della civiltà moderna nel paradiso infernale della miseria contadina”. 5
Il viaggio di Levi in America nella primavera del 1947, in occasione della pubblicazione della traduzione del Cristo
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apparsa negli Stati Uniti proprio nelle settimane del suo soggiorno, costituisce un’altra tappa significativa del rapporto di Levi con il cinema; ad uno sguardo prensile come quello del nostro scrittore non sfuggono la dimensione e le peculiarità della modernità americana, come si evince dalle lettere a Linuccia Saba: Ho visto tante cose, e ho avuto così poco tempo per riflettere, che mi è ancora difficile parlarne.
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L’America è molto, molto meglio di quello che Parri ti dirà – e soprattutto è un’esperienza talmente ricca e diversa, che conta e pesa, e crea idee nuove e nuove dimensioni. Ho visto molto (forse troppo): ma non vedo ancora tutto chiaro; per questo preferisco non parlarne ancora. Vorrei vedere e sentire molte altre cose, e meglio, e con maggiore partecipazione: questo è un mondo senza religione (nel senso di Paura della libertà), tutto umano – con un altro senso della Storia, e del tempo e dello spazio. È difficile a capirsi, e, a mano a mano che ti pare di capirlo, senti di toccare una dimensione nuova, come un matematico che trovi un altro modo di calcolo, e numeri nuovi. Quello che si dice di solito dell’America non ha molto senso o è sbagliato.
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in questo strano deserto del cuore, che è l’America! Forse questo viaggio ormai troppo lungo per il mio desiderio, anche se troppo corto per la conoscenza delle cose, è stato particolarmente utile perché mi ha creato nuove prospettive; nelle quali le cose vere, gli affetti, tu, la pittura, i pensieri, hanno preso un nuovo risalto e una più grande importanza. È bene conoscere il mondo, per sapere che l’abbiamo già tutto con noi, nella nostra casa, nella persona amata: e che questa terra sterminata ci può dare ben poco – forse nulla più che un termine di paragone.
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Il viaggio in America del 1947 spinge Levi non soltanto a tentare strade per la trasposizione filmica del Cristo ma anche a immaginare la progettazione di soggetti e sceneggiature che in qualche modo potessero trovare una certa attenzione negli USA oltre che in Italia, piegandoli a tematiche, narrazioni, ambientazioni in linea con le opzioni del neorealismo che proprio in quello scorcio di anni detta le linee egemoniche nel cinema come nella letteratura. A questa progettualità rispondono alcuni soggetti: Reti, Dopo l’acquazzone, L’ultimo fascista, scritto in collaborazione con Moravia, Oedipus di cui è invece il solo autore (Martelli, 2016; Oggero, 2012a, 2012b).
Altra storia è quella de I fuochi di San Pancrazio, soggetto, trattamento e sceneggiatura di Rocco Scotellaro, con la collaborazione di Levi, Linuccia Saba, Gerardo Guerrieri e il regista Duilio Coletti; progetto, anche questo, mai approdato al film e che si colloca tra gli ultimi mesi del 1951 e la primavera del 1952 (Martelli, 1988, 2019). La recente edizione di tutti i materiali relativi al progetto dei Fuochi di San Pancrazio chiarisce definitivamente che Levi vi entra solo per una finzione contrattuale, al fine di sostenere e dare visibilità al lavoro del giovane amico (Scotellaro, 2024b).
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La travagliata storia dei progetti di portare il Cristo sullo schermo era cominciata già nel 1946, sull’onda del grande successo che la pubblicazione del romanzo aveva avuto in Italia. Assemblando le carte leviane conservate a Roma, Pavia e Alassio, e altre presso archivi privati si possono ricostruire le tappe di questo lungo contenzioso. Il primo regista a entrare in campo è Luigi Comencini, come testimonia una sua lettera a Levi (2 settembre 1946): Mi spiace di non aver più trovato il tempo per ripassare dal “Re degli amici” e riparlare con te della nostra progettata collaborazione cinematografica. Ho avuto un mucchio di cose da fare con i miei amici stranieri e dovevo assolutamente partire sabato mattina […]. Mi auguro vivamente (e non solo io, ma anche la STAR FILM) che “Eboli” si possa fare, e che tu dal “ni” ti decida per il sì!
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Questa prima esperienza conferma in Levi la convinzione che occorre innanzitutto garantire una sceneggiatura che non tradisca il libro, cancellando quella dimensione peculiare che ne aveva segnato il successo. Questo potrebbe spiegare la decisione di coinvolgere nella sceneggiatura la persona cui si era nel frattempo legato e che del mondo raccontato nel Cristo era il rappresentante più autentico e insieme nuovo, Rocco Scotellaro. È il caso di ricordare che gli interessi cinematografici di Scotellaro avevano già alcuni precedenti: nel 1942–1943, non ancora ventenne, aveva collaborato al periodico lucano Potenza Fascista con articoli in cui rivelava una sorprendente attenzione al cinema come fenomeno di massa e alla sua influenza sul costume del paese, alla sua capacità di raggiungere un pubblico popolare, al ruolo della critica cinematografica e del divismo (Martelli, 1988: 144–150). Circa questa peculiare interlocuzione di Scotellaro con il cinema, che perdura in tutto il decennio successivo della sua vita stroncata nel dicembre del 1953, sono da aggiungere significative pagine presenti nei suoi Taccuini inediti da poco pubblicati (Scotellaro, 2024a).
Al 1947 risale un primo esperimento di soggetto cinematografico scritto da Scotellaro, Sulla strada di Carbonara (Scotellaro, 1984: 61–64): un racconto appena abbozzato, ambientato negli anni della guerra e della presenza americana nell’Italia meridionale, sintonizzato sul cinema neorealista, a cominciare da Paisà di Rossellini, ma anche con echi di recenti letture della narrativa americana, Faulkner in particolare. Circa la collaborazione di Scotellaro al progetto di sceneggiatura del Cristo, la documentazione ci permette di datarla agli inizi del 1948: Vorrei sapere al più presto da te a che punto sei arrivato per la realizzazione cinematografica del tuo film. Io – come promisi – ho iniziato a stendere il soggetto, il treatment essendo di competenza dei tecnici. Se il film non è solo un’idea, ma deve veramente farsi, io continuerei e ti mostrerei ben presto il soggetto.
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Quanto al film, si farà. Ma per ora è sospeso, perché il regista che doveva farlo aveva preparato un soggetto, o meglio un “treatment”, completamente sbagliato e non accettabile. Bisogna cercare un altro regista, e intanto preparo io stesso uno schema di soggetto dal Cristo. Se tu hai già lavorato in questo senso, e se vuoi scrivere tu stesso una bozza di “trattamento”, mi faresti molto piacere, e la cosa potrebbe essere molto utile. Naturalmente non posso assicurarti che il tuo lavoro sarebbe pagato, appunto perché la decisione dell’esecuzione del film è ancora sospesa: ma se hai delle buone idee, queste potrebbero contribuire a far decidere per il sì. Per conto mio, tu sai come sarei felice della tua collaborazione.
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Non sappiamo chi fosse questo regista, che si inserisce in un contenzioso, durato circa un trentennio, riguardante tentativi e occasioni mancate dell’approdo cinematografico del romanzo di Levi. Tra le carte Scotellaro si trovano altri due trattamenti non firmati, uno dei due potrebbe riferirsi a questo regista anonimo cui Levi fa cenno. Si tratta di un dattiloscritto di 34 pagine, tutte dedicate al primo tempo, mentre per il secondo tempo abbiamo solo una pagina con una scaletta su episodi e personaggi da sviluppare. Il dattiloscritto presenta a margine numerose annotazioni manoscritte di Levi in cui prevale quasi sempre un netto rifiuto fino a vere e proprie stroncature.
Nella lettera a Scotellaro (aprile 1948) Levi non demorde anzi ritiene che la collaborazione di Scotellaro potrebbe risultare “molto utile” per sbloccare l’impasse. A questo punto il giovane amico continua a lavorare alla sceneggiatura – in realtà è un trattamento – come risulta anche da questa lettera di Rossi-Doria a Scotellaro: Ho veduto Carlo. L’occupazione sarebbe in relazione alla probabile giratura del film Cristo si è fermato a Eboli. Sarebbe certamente una buona cosa, ma temo che metterà del tempo anche a maturare o meglio potrebbe maturare abbastanza presto per quanto riguarda la preparazione della sceneggiatura, più tardi per l’esecuzione.
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Un lavoro che si intreccia con le vicende esistenziali e politiche di Scotellaro, che si sente abbastanza coinvolto nel progetto – spera molto che vada in porto per diverse ragioni, non ultime quelle economiche ed esistenziali: uno stacco, una pausa vitale nel soffocante clima politico paesano – e continua a lavorare al “trattamento” pur tra le mille incombenze politiche ed amministrative, che qualche volta utilizza anche per fissare immagini e idee per il film: come in occasione di una visita a Pisticci, le cui argille vede ben inserite nel film e ne scrive a Carlo Levi: Appena rientrato, mi ha preso il mulinello dell’attività politica e sindacale: non ho potuto, come avrei desiderato, perseverare nelle vaghe immagini che andavo creando intorno al “Cristo” per il film […]. Ieri sono stato a Pisticci: quelle argille dovrebbero essere riprese nel film, ho annotato alcune osservazioni e penso di trar fuori un articolo che ti invierò.
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Levi rassicura Scotellaro che il progetto resta in campo anche se via via emergono le solite difficoltà, a cominciare da quelle di riuscire a bloccare un regista del rango di De Sica, che con i suoi film neorealistici era assurto ai vertici del cinema italiano: Non ti ho scritto prima perché aspettavo di giorno in giorno di darti le novità per quanto riguarda il film. Ora finalmente abbiamo firmato l’impegno per quanto mi riguarda ma è ancora incerto quello che concerne De Sica che nel frattempo aveva preso altri lavori. Perciò è ormai sicuro che il film si farà: non è ancora stabilito di sicuro il regista né la data di inizio. Io poi ho insistito presso Curato (che da buon contadino, ho capito, è estremamente restìo a sborsare denari) perché tu venga subito assunto come collaboratore per la sceneggiatura e la realizzazione del film. Curato naturalmente ha detto dì sì, ma io gli ho suggerito (questo resti fra noi) che ti mandi subito un qualche acconto sul tuo futuro compenso. Curato mi ha promesso di scriverti la settimana prossima appena sarà di ritorno da un viaggio. Comunque io insisterò perché mantenga la parola.
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Oggi ho visto Curato, e (come dicevano i tarocchi di Cagli) pare che col De Sica non ci sia niente da fare: dopo aver traccheggiato a lungo, ha combinato con gli inglesi, e sarebbe disponibile soltanto fra più di un anno. Ho scritto a Chaplin, ma non gli ho ancora spedito la lettera. Domani avrò un colloquio con Germi. Tu che cosa ne dici? Di combinare con Germi? Vedrò dopo avergli parlato molto chiaramente.
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Linuccia Saba affaccia un’altra ipotesi per la regia, Luciano Emmer: Molto mi dispiace quello che mi dici del Cristo. Temo che questi contrattempi siano dovuti in gran parte a Curato. La soluzione tu e Emmer non l’hai pensata? Forse E. ha un ottimo occhio cinematografico e tu faresti il resto: credo veramente che ogni soluzione sia migliore di un ulteriore rimando, salvo quella di Charlot.
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Molti produttori e registi americani e italiani mi hanno proposto in questi due ultimi anni di trarre un film dal mio Cristo si è fermato a Eboli. Sono stato sempre trattenuto dal fondato timore che il senso dell’opera venisse tradito e sviato. Fin dal primo momento, ho pensato che la sola persona nel mondo cinematografico che avrebbe potuto intendere il mio libro, e rifarne, in piena autonomia, un’altra opera d’arte e di umana scoperta, era lei.
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Tra la fine del 1949 e la prima metà del 1950 entra in campo Roberto Rossellini, prima come produttore e poi come regista: Le cose del film vanno avanti nel senso che abbiamo rinunciato a De Sica e che quasi certamente si farà con Rossellini: appena le cose saranno sicure ti avvertirò.
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Questa volta, nonostante un iniziale “menarla in lungo” anche di Rossellini, come scrive Levi in una lettera a Scotellaro del novembre 1949 23 – e più o meno le stesse parole usa Scotellaro in una lettera coeva a Michele Prisco 24 – il progetto sembra fare qualche passo avanti tanto che per i primi giorni di gennaio (1950) è previsto un viaggio di Levi e Rossellini in Basilicata. 25 Ma sorgono nuove difficoltà, cui si aggiunge il fatto che un mese dopo, l’8 febbraio 1950, Scotellaro viene arrestato. Anche in un’affettuosa lettera scritta a Scotellaro durante la sua detenzione Levi continua a richiamare il progetto del film e il suo proposito di vedere Scotellaro “al lavoro con noi”. 26
Scotellaro uscirà dal carcere il mese dopo (24 marzo 1950) ma il progetto non decolla; dopo la rinuncia di Rossellini si consumano altri tentativi: Linuccia Saba prende l’iniziativa di coinvolgere Enrico Wőlfler, suo zio, che già dagli anni Trenta aveva una certa influenza nel mondo del cinema e che ora si offre come intermediario per i contatti con le case di produzione americane, 27 la Metro Goldwin Mayer e la Trans-Globe Films; in particolare quest’ultima sembra molto interessata alla realizzazione del film in cui è prevista perfino la presenza di Levi che recita sé stesso. 28
Ma fermiamo un attimo lo scorrere dei fotogrammi di questa ricostruzione per dare spazio ad un riscontro delle pagine scotellariane del trattamento che, come vedremo, assumono una certa importanza.
Mentre lo spessore letterario del romanzo leviano risulta confermato si nota già la capacità di entrare nel nuovo specifico narrativo, una descrizione ed ambientazione funzionali al diverso registro di scrittura ed alla diversa fruizione. Ma l’aspetto più interessante dell’operazione è la qualità della lettura interna che Scotellaro fa del Cristo, ponendosi come l’interprete più fedele del libro leviano ed integrandolo con squarci di ambientazione e di situazioni, del paesaggio e della condizione contadina, dove non mancano echi provenienti anche dalla sua produzione poetica e narrativa.
Del trattamento elaborato da Scotellaro – da me a suo tempo pubblicato – abbiamo una stesura manoscritta autografa e una dattiloscritta, che in realtà rappresenta solo l’inizio del romanzo: un incipit binario con due flashback, uno corale su Gagliano al tramonto mentre i contadini rientrano dalla campagna, l’altro su Carlo che esce dalla cella del carcere per essere informato della prossima partenza per la Lucania sede del suo confino. Nella seconda parte c’è l’arrivo di don Carlo a Gagliano, l’incontro con le autorità, il primo intervento come medico al capezzale del contadino morente per la malaria. Entrano in scena molti personaggi protagonisti del romanzo leviano: donna Caterina, il dott. Milillo e il dott. Gibilisco il “medicaciucci”, don Luigino il podestà, Giulia “la strega”. Il testo scotellariano, fino ad oggi conosciuto, si interrompe con l’ufficiale esattoriale aspirante maestro di musica e compositore che prova sul suo clarinetto: “Faccetta nera … bella abissina …”. 29
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Entriamo ora nella seconda fase del progetto di sceneggiatura, che si presenta alquanto intricata e che una nuova documentazione archivistica in parte ci aiuta a districare e a collocare tra la seconda metà del 1950 e l’estate del 1951.
Questa parziale stesura del trattamento del Cristo, presente tra le carte Scotellaro, la ritroviamo nell’archivio di Paola Sacerdoti, confluita in un testo dattiloscritto di dieci pagine, in cui occupa le prime sette, alle quali si aggiungono altre tre, in pratica una continuazione del trattamento che termina con la visita di Levi al cimitero di Gagliano, dove incontra il vecchio banditore-becchino.
La prima novità è che questo testo contiene correzioni manoscritte di Levi in ogni pagina, sia pure quasi sempre formali e di lieve entità. Tutto, compresa la tipologia di scrittura, sembrerebbe autorizzare l’ipotesi che anche le tre pagine aggiunte a quelle di Scotellaro siano di mano dello stesso. Queste dieci pagine vengono poi da Levi inserite ad apertura di un trattamento completo del Cristo, di quarantuno pagine dattiloscritte, senza interventi manoscritti, presente nell’archivio di Paola Sacerdoti. 30
Un ulteriore fortunato ritrovamento di alcuni fogli manoscritti di Levi, sempre nell’archivio di Paola Sacerdoti, aggiunge un tassello importante per la valutazione del trattamento in questione: si tratta di cinque fogli manoscritti – scrittura autografa di Levi – sotto il titolo La bambina malata e la medicina miracolosa, che confluiscono con lo stesso titolo nel trattamento, immediatamente dopo le pagine scotellariane sopra descritte, che a questo punto occupa le prime quindici pagine. Le prime dodici pagine assemblate da Levi non presentano una suddivisione in paragrafi, come invece accade nel testo completo, dove troviamo una partizione in paragrafi numerati, da 3 a 10, e con un titolo.
Il dato più importante è che ci troviamo di fronte ad un trattamento completo del Cristo organizzato dallo stesso Levi – l’unico di cui si abbia conoscenza – in cui l’autore non si è limitato ad una revisione, ma ha proceduto ad un assemblaggio di parti altrui: è il caso delle pagine di Scotellaro, e di parti, le più consistenti, scritte direttamente; a cominciare dalle pagine sulla figura di Giulia la Santarcangelese, la “serva fedele”, ma anche “strega”, che pratica le arti magiche, che si rifiuta di posare per un ritratto in quanto “teme il potere magico delle immagini”. 31
Ma c’è di più, in una lettera a Levi del febbraio 1951, Scotellaro riferisce del suo incontro con Amelia Rosselli, che ha avuto l’incarico di tradurre in inglese il trattamento e il Memoir for the Script-writers: La Marion, che è capitata giù con le sue funzioni di traduttrice e di nevrastenica, spero ti abbia detto quanto mi ha entusiasmato l’impostazione che hai dato per l’uso del Cristo, quanto – d’altra parte – mi abbia meravigliato l’assenza della Strega, che è invece il secondo grande personaggio. Ma certo tu sai meglio di me i tuoi polli.
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La fiducia che Levi ha in Scotellaro come interprete autentico del mondo contadino lucano e del suo romanzo, come dimostra la prima parte del trattamento di mano dello stesso Scotellaro, condivisa e fatta propria, lo inducono ad accettare il suo suggerimento e a scrivere le pagine relative della cui stesura manoscritta ho sopra riferito. Ma tutto il trattamento evidenzia alcune peculiarità fondamentali, innanzitutto la forte aderenza al romanzo, allo sguardo di Levi, che penetra nella geologia profonda storico-sociale, antropologica del mondo contadino e la rappresenta senza filtri politico-ideologici e una scontata letterarietà, ma con una “osservazione partecipata” che costituisce l’asse coesivo del libro, in cui si coniuga ad una qualità straordinaria della scrittura e a una originale architettura strutturale.
Il trattamento recepisce gli snodi principali del libro, basti accennare ad alcuni passaggi come il racconto della notte di Natale, “sacra alla magia”: il paese tutto ricoperto di neve, “immerso nel silenzio nell’immobilità, nel fumo dei camini, negli intrighi dei signori e nella noia”, è diventato “un’isola chiusa in mezzo ai burroni”. Il suono dei cupi cupi che rompe il silenzio, la magia che incombe su tutta la comunità e si materializza nei monachicchi fino a creare il climax che solo in quella notte consente alla Santarcangelese lo svelamento delle “formule sacre” della magia che riguardano la malattia, l’amore, la morte. È la notte in cui ritornano le storie dei tesori nascosti e la memoria della “cupa, disperata, nera epopea” del brigantaggio. Una narrazione che contamina magia, favola, mito, tradizione orale, realtà e memoria storica, che si sviluppa nella “linea d’ombra” che segna le stratificazioni antropologiche della civiltà contadina meridionale, “al limite della perdita dell’orizzonte storico […], simultaneamente disgiunta e congiunta rispetto al presente” (Milillo, 1983: 31, 303).
È la notte di don Traiella, il prete apparentemente pazzo, in realtà figura drammatica, vittima di una condizione di oppressione, sofferenza, miseria, insieme alla religione che deve rappresentare; è la notte in cui si scontra con il potere fascista locale e mentre celebra la messa e l’omelia, il podestà don Luigino esce per protesta dalla chiesa guidando un drappello di ragazzi al canto di “Faccetta nera”.
È un mondo che entra dentro il protagonista e in questo transito l’esercizio della medicina, che poi gli viene impedito, favorisce l’immersione nella condizione di miseria, di dolore e di morte che attanaglia quella comunità, ma nella quale “egli si sente per la prima volta libero e inesplicabilmente felice”.
La qualità letteraria della scrittura di queste pagine che entra nella geologia sociale e antropologica del mondo contadino e nella sua “verità profonda” rappresentata nel Cristo – per usare una definizione dello stesso Levi a proposito del suo libro – non lascia dubbi sulla presenza della mano dell’autore.
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Ma intanto il trattamento deve fare i conti con le idee e le esigenze imposte dagli interlocutori, delle case di produzione soprattutto nordamericane, interessate alla trasposizione cinematografica del Cristo si è fermato a Eboli.
Nell’inedito Memoir for the Script-Writers
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si dispiega il corpo a corpo di Levi alla ricerca di una mediazione tra il testo letterario e le proposte e le esigenze degli interlocutori americani. Se da un lato riuscirà a mantenere in campo personaggi, episodi e sviluppi significativi, dall’altro deve accettare cambiamenti altrettanto significativi come per la figura di Luisa, che diventa il controcanto della visione della condizione meridionale e della esperienza lucana di Levi, dialetticamente a confronto con la rappresentazione della civiltà contadina e del suo rapporto con essa. Durante la visita di Luisa qualcosa tra il detto e il non detto si è modificato nel loro rapporto generando un profondo contrasto di idee: Si avvicina il momento della partenza: nessuna difficoltà, nessuna palese rottura è fra Carlo e Luisa ma un senso di reciproca incomprensione, di diversi interessi, di distacco è fra loro. Carlo si rende conto, per la prima volta, che il nuovo mondo, dove egli è costretto a vivere e che egli ha scoperto, lo ha già profondamente cambiato e che altri da quelli di prima sono i valori in cui egli crede. col dolore che si ha nello staccarsi dalla propria giovinezza rifiuta di accettare il piano di fuga e decide che tornerà a Gagliano. “Quando mi libereranno, egli dice, tornerò qui con voi ma non posso fuggire da quei paesi che mi aspettano, non posso offendere quei contadini malarici”. Anche la città e la sua vita sembrano ormai estranei ai suoi occhi.
I compagni della giovinezza e del suo impegno politico sono tutte persone di prim’ordine e di grande ingegno, non dei piccoli mormoratori antifascisti […] ma ora sente che essi parlano un linguaggio per lui incomprensibile. Egli parla del mondo dei contadini, della loro vita umana e dolorosa, della loro antica civiltà ed essi parlano invece di programmi di partito […], non comprendono le sue parole quando egli dice che la vera utilità, anche politica, la vera libertà è nel mondo contadino e nello sforzo per la sua autonomia.
Levi accetta di inserire uno slargo di storia sentimentale sviluppato dalle pagine finali del Cristo, dove è solo un “progetto” dei contadini – come è detto nel Cristo – che addirittura vogliono che lui sposi Concetta: “Devi sposare donna Concetta. È la zitella vacantìa più bella e più ricca del paese. È fatta per te. E così non te ne andrai più, resterai sempre con noi” (Levi, 1979: 232).
In realtà Levi vede la giovane bella donna di Gagliano solo una volta in chiesa, alla messa spettacolo organizzata dal prete don Liguori in cui egli accetta di esibirsi all’armonium. Tra le tante donne accorse c’è anche donna Concetta: Donna Concetta, la figlia maggiore dell’avvocato S., il ricco proprietario melanconico, che incontravo spesso la sera, sulla piazza. Donna Concetta era in clausura da quasi un anno, per la morte del fratello: non usciva mai di casa, e non l’avevo mai vista. Per la funzione di oggi si era decisa a rompere il suo voto, e sedeva nella prima fila di panche. Era considerata la più bella donna di Gagliano, ed era vero. Era una ragazza di diciott’anni, piccolina, con un viso tondo e perfetto di Madonna, dei grandi occhioni languidi, i capelli neri, lisci e abbondanti, ordinati con una riga diritta in mezzo, la pelle bianchissima, la boccuccia rossa, il collo sottile, e una gentile aria ritrosa. Fu quella l’unica volta in cui la vidi, in mezzo alla folla velata; né sentii mai la sua voce. Ma i contadini avevano i loro progetti. – Tu sei gaglianese ormai, – mi dicevamo spesso. – Devi sposare donna Concetta. È la zitella vacantía più bella e più ricca del paese. È fatta per te. E così non te ne andrai più, resterai sempre con noi –. Perciò anch’io ero curioso di vedere la mia promessa sposa nascosta (Levi, 1979: 231–232).
Nel trattamento sono trasferiti con una certa fedeltà anche altri passaggi delle ultime pagine del romanzo: la messa spettacolo in cui Levi suona l’armonium è sostituita da una cerimonia di nozze che coincide con la partenza di Carlo dal confino; una “festa contadina” in cui è presente anche Maria, come la Concetta del libro uscita “in segreto dalla sua clausura […] con un velo nero. È venuta per vedere per l’ultima volta Carlo ma in fondo al cuore lei forse spera ancora che egli resti e la Parroccola la conforta in questo senso”. E anche nel trattamento qualcuno tra i contadini si rivolge a Levi chiedendogli di non partire: “Resta con noi, non partire, ti faremo podestà, sposa Maria è la più bella del paese, resta con noi”. E Carlo risponde che “dovrà partire perché quello è il suo destino ma che tornerà e che sempre e dappertutto egli sarà con loro”.
Ma Levi non può assolutamente accettare la richiesta degli sceneggiatori americani che comporterebbe un vero e proprio stravolgimento del romanzo: l’inserimento di una circostanziata storia sentimentale del pittore con una giovane del paese in cui è confinato; una significativa variante “atta a dare motivo di assai eccellente materia per un film di grande successo artistico e commerciale”, come scrivono gli sceneggiatori americani in esergo alle pagine di questa consistente variante
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– un dattiloscritto di 12 pagine – del trattamento che, se accettata, diventerebbe il centro della versione cinematografica.
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La variante prevede una conclusione larmojant: la ragazza muore, durante la festa per il suo fidanzamento con un giovane del paese, a seguito di una frana che investe la sua casa, non prima di confessare il suo amore al medico-pittore che sta tentando di salvarla: Gli ha sempre voluto bene […] e sa che anche lui le vuole bene … Dunque meglio morire, se tanto non avrebbero potuto, in questo mondo, appartenersi … Ma di una cosa lo prega: quello che sono stati, l’uno per l’altro, è più bello che rimanga segreto; e allora tolga da quel suo libro i fogli che parlano di lei e del loro amore … Poi chiude gli occhi e non li riapre più. Il più profondo silenzio grava ora nella piccola stanza. Con gesto lento, come in un rito, il Confinato ha strappato dal manoscritto alcune pagine e le depone sul fuoco che arde nel caminetto. Una più viva vampata getta i suoi bagliori sul volto grave di Concetta, addormentata nel sonno della morte.
Una scena in linea con il cinema melò di Matarazzo che tra il 1949 e il 1953 ha un grande successo di pubblico. 36
In un altro trattamento anonimo di 48 cartelle dattiloscritte presente tra le carte Scotellaro – quasi certamente consegnato da Levi a Scotellaro per un parere nel mentre tra il 1948 e il 1951 erano impegnati nella stesura del trattamento in questione – troviamo la storia dell’innamoramento di Maria per Carlo, con una variante della scena finale della partenza: una dissolvenza onirica in cui l’ombra di Carlo che si sta allontanando dal paese torna indietro e lei “corre verso di lui, si getta nelle sue braccia”.
Nel Memoir for the script-writers Levi rivendica la necessità che l’adattamento non tradisca lo “spirito” del romanzo anche alla luce del carattere autobiografico della vicenda narrata e del rispetto dell’immagine che il romanzo ha conquistato presso il pubblico dei lettori. Egli insiste sul fatto che il film deve rappresentare senza manipolazioni la dimensione storico-geografica e socio-antropologica che è al centro del romanzo; il che non vuole prospettare l’abbrivio verso il documentario, poiché deve restare in prima linea lo sguardo del protagonista (autore e personaggio): These are the fundamental points which need to be taken into consideration throughout the task of script-writing “Christ stopped at Eboli”. 1) It is clear that “Christ stopped at Eboli” is not a work of pure fantasy, nor a novel with an intrigue that can stand any sort of arbitrary modification; it is instead the discovery of a world which actually exists, which has its problems and its own dimensions, which is made up for men who live, labor, suffer. This reality can therefore be neither forgotten nor betrayed. On the other hand, the cinematographic value of this world from a visual point of view, with its landscape, its desert cliffs of clay, its houses, animals and faces, as well as from the human point of view is such that it fully compensates the need for keeping to objective reality. Only think of Matera, the only troglodytic city in Europe, extraordinary sight on screen, and absolutely new. 2) The book (and the picture derived from it) is not a political book (or picture), despite the period in which it is set (Ethiopian war, Fascism). It is largely human. The absence of polemic and sectarian characters has been considered one of its greatest assets by all its readers and critics of all political parties and all countries. The social and political contents will stand out better in the picture if realized as in the book, with absolute detachment and serene objectivity. 3) The fundamental motive of the book is that of the discovery of this world of peasants in the South by a doctor-painter coming from a different civilization, modern and complicated, who has been relegated there in confinement. The discovery is made through love for the human peasant civilization, which the protagonist recognizes as a thing existing already within himself, anciently rooted (an American philosopher wrote, after having read “Christ stopped at Eboli” an essay called “Lucania is within us”). One should therefore avoid transforming the protagonist into a simple type of philanthropist, desirous of aiding a backward people.
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Alcuni di questi concetti li ritroviamo nella presentazione, “L’autore all’editore”, che apre la riedizione einaudiana del Cristo si è fermato a Eboli del 1963.
Nel Memoir Levi insiste più volte sulla necessità di non tradire il “significato” e il “tono” del libro, e pone sullo stesso piano lettori del libro e spettatori del film, quasi identificandoli: It is to be noted that the book has had millions of readers in the world who want to see the visual realization of that which they have read and which has impassioned them, and who would hardly tolerate seeing it modified and reduced to a common intrigue of generic sentimental affairs.
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E qui si aprirebbe un discorso sulle idee di Levi ma anche di tanti altri scrittori sull’uso cinematografico delle loro opere che non possiamo neppure accennare. È certo però che questo è un punto dirimente di cui va valutato il peso nel mancato approdo del Cristo fino a quando Levi è stato in vita. In una intervista apparsa sul quotidiano Il Lavoro nel 1969, alla domanda del giornalista perché il Cristo non sia mai diventato film, Levi risponde con una ricostruzione che in alcune parti contraddice la documentazione archivistica: Ho sempre rifiutato, temendo che la verità profonda contenuta nel mio libro venisse alterata. Per la verità, una volta firmai un contratto con Carlo Ponti, venuto però a sapere che la regia sarebbe stata affidata a Pietro Germi, in quel tempo alle prime armi come regista, annullai il mio contratto ancora una volta per paura che il senso del libro venisse alterato. L’unico regista che forse avrebbe fatto un lavoro bellissimo e corrispondente alla realtà è Rossellini. Roberto, allorché nel 1945 stava girando Paisà mi fece appunto la prima proposta per realizzare un film sul mio libro, proposta che io rifiutai ed oggi sono pentito, come pure per non aver voluto affidare il lavoro a De Sica.40
Da questa ricostruzione credo si possano trarre alcune conclusioni: innanzitutto l’importanza del trattamento qui analizzato, l’unico – rispetto a tutti i tentativi di trasposizione del Cristo – in cui Levi ha messo le mani direttamente, non per un semplice parere o una revisione ma inserendo parti consistenti scritte di suo pugno. Tutto ciò e le indicazioni fornite agli sceneggiatori nel Memoir aprono una finestra non secondaria circa le idee dell’autore sul suo romanzo e la rivendicazione dei paradigmi non solo letterari ma sociali, antropologici, estetici, ideologici che alimentano la sua scrittura. Senza trascurare la rivendicazione della “verità profonda” – come egli la definisce – della sua esperienza autobiografica nell’incontro con quel mondo altro della civiltà contadina meridionale. Insomma, il trattamento e il Memoir costituiscono due testi significativi per una guida alla lettura del Cristo secondo Levi.
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Com’era prevedibile, anche questo progetto è destinato al fallimento come i precedenti, tanto da provocare la icastica annotazione di Linuccia Saba: “mi sembra questa storia del film, la storia di certe donne che per essere toppo belle finiscono per restare zitelle”41. È un’immagine efficace sia pure parziale, questa di Linuccia Saba, per definire la lunga storia – allora solo agli inizi – del mancato approdo cinematografico del Cristo per oltre un trentennio.
A proposito di Linuccia, fino ad oggi è risultato difficile definire il suo ruolo nelle vicende della trasposizione cinematografica del Cristo, anche se, come abbiamo visto, soprattutto attraverso le lettere di Levi, sue e di Scotellaro, emerge comunque una funzione di raccordo: è colei che tiene le fila, esprime giudizi sugli interlocutori – si vedano quelli su Rossellini e Coletti – consiglia Levi sulle scelte e sui contatti con le case di produzione. Ma tranne che per I fuochi di San Pancrazio – una sceneggiatura in gran parte opera di Scotellaro, con la collaborazione sua, di Levi, Gerardo Guerrieri e del regista Duilio Coletti – non era fino ad oggi chiaro con quali competenze ed esperienze Linuccia potesse entrare in questi progetti cinematografici.
Una documentazione presente nel Fondo Benco-Gruber della Biblioteca Civica di Trieste, pubblicata da Marina Silvestri di recente nel suo utile volume Linuccia Saba e il cinema, un sogno negato (Silvestri, 2019), ci consente un significativo avanzamento nel definire il ruolo di Linuccia. La Silvestri ha scoperto due soggetti cinematografici databili tra il 1948 e il 1949 – Una storia milanese e Il triangolo della virtù. I temi dei due soggetti palesano un evidente orizzonte neorealistico; ambienti e personaggi di precaria condizione sociale ed esistenziale, aspirazione ad uscire dalle difficoltà verso un mondo migliore; insomma, una pedagogia e sociologia neorealistica, in cui non manca la dimensione etica e civile in linea con la filmografia del neorealismo – da Ladri di biciclette di De Sica, a Molti sogni per le strade di Camerini, a Sotto il sole di Roma di Castellani, Riso amaro di De Santis – ma con slarghi verso il melò che nello stesso 1949 entra in campo con uno dei film topici, Catene di Matarazzo.
Ma ciò che in questa sede interessa sottolineare è il fatto che il capitolo di Linuccia autrice di soggetti getta luce sulla ricostruzione della lunga vicenda della trasposizione cinematografica del Cristo e in generale sul rapporto di Levi con il cinema, che si colloca in un tempo in cui il cinema nel nostro paese va rapidamente cambiando il proprio statuto, i propri codici estetici, contenutistici e comunicativi oltre che il rapporto con i canali di produzione sotto la spinta non solo di quello hollywoodiano ma anche dell’orizzonte di attesa del pubblico, che sta allontanando l’attrazione dalla cinematografia neorealista per indirizzarla al cinema popolare, dal melò al neorealismo rosa, alla commedia.
Il coinvolgimento di Linuccia, alla luce di questa nuova documentazione, non si spiega solo per una scontata collaborazione con Levi per gestire l’intricata vicenda e per un obiettivo economico, come lei stessa gli scrive in una lettera, ma anche per “affrancarsi” in qualche modo dalle ombre e dalla tutela del padre Umberto e dello stesso Levi, “placare la sua ansia di vita e di verità” (Silvestri, 2019: 78) e rispondere alla domanda del padre che lei spesso ripeteva a sé stessa: “Quanto vale la Linuccia?”.
Ma quello che a noi interessa è verificare come le sue competenze, esperienze e i rapporti con il mondo dello spettacolo interferiscano nel capitolo su Levi e il cinema; e qui entrano in campo Trieste e le radici familiari e personali di Linuccia: Trieste, città cosmopolita decisamente sintonizzata sulla modernità, è tra le prime città in Europa ad aprire le porte al cinema; già nel 1896, sei mesi dopo la prima proiezione dei fratelli Lumière a Parigi. Protagonista di questa importante presenza del cinema nella città, a partire dal 1919, è lo zio di Linuccia, Enrico Wőlfler, proprietario del Cinema Teatro Italia, che già durante la guerra aveva fondato a Milano la Società per il Commercio Cinematografico.
A partire dal 1919 Enrico Wőlfler aveva affidato al cognato Umberto Saba la curatela della pubblicità dei film in programmazione, scrivendo presentazioni e “slogan in versi per i manifesti e le locandine” (Montanile, 2008: 146–147; Silvestri, 2019: 34). Appena sedicenne Linuccia inizia una esperienza nel mondo dello spettacolo in quanto è assunta come impiegata dello zio Enrico, che nel frattempo aveva realizzato un monopolio come proprietario o gestore delle più importanti sale cinematografiche e teatrali della città. Un impiego che le consentirà di entrare in contatto “con il mondo dello spettacolo, i cui circuiti produttivi e le cui modalità operative le divennero familiari” (Silvestri, 2019: 41). Questo spiega non solo l’approdo di Linuccia ai due soggetti cinematografici, ma a partire dagli stessi anni dei due soggetti (1948–1949) il suo ingresso deciso nella vicenda cinematografica del Cristo, come emerge dalla documentazione soprattutto epistolare prima ricordata: nella primavera del 1950 Linuccia prende l’iniziativa di rivolgersi allo zio Enrico Wőlfler, che si offre come intermediario per i contatti con le majors americane, la Metro Goldwin Maier e la Trans-Globe Films per la produzione del film dal Cristo. Ma, come abbiamo visto, anche questo progetto va in fumo. Nonostante le aperture nordamericane al “cinema d’arte” del neorealismo italiano emerge come fosse alquanto problematico conciliare le condizioni autoriali del Cristo con quelle produttive del sistema hollywoodiano, che si va istituzionalizzando nei primi anni Cinquanta (Garofalo, 2023: 21–57).
A metà degli anni Cinquanta abbiamo tracce di un altro tentativo cinematografico per il Cristo, anche questa volta affidato a una figura di rilievo, Carlo Lizzani; fino ad oggi non è emersa una documentazione per seguirne gli sviluppi, ma resta una testimonianza dello stesso Lizzani, affidata a Cinema nuovo: Ciò che nel libro di Levi aveva richiamato la mia attenzione […] era la possibilità di sottolineare l’essenza retorica e le velleità imperialistiche del fascismo, contro la condizione misera e desolante di questa regione italiana abbandonata dalla speranza e dal tempo.42
Una dichiarazione di evidente stampo neorealistico, che non del tutto poteva conciliarsi con la “verità profonda” del libro, per usare le parole di Levi, e con i nuovi scenari del cinema italiano, che a metà degli anni Cinquanta ormai rispondeva a canoni e a orizzonti di attesa del pubblico e della produzione del tutto diversi.
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A metà degli anni Sessanta data un nuovo tentativo di riduzione cinematografica del Cristo per iniziativa del produttore Romualdo Farinelli, che già da qualche anno ha “nella cassaforte e sul cuore una lettera di Carlo Levi che lo autorizza (salvo complicazioni) a produrre il film”. È quanto Farinelli dichiara in una intervista apparsa su Paese Sera il 15 settembre 1965:43 afferma che ha affidato la riduzione del romanzo a Carlo Bernari; aggiunge, anche se non fa nomi, che ha idee chiare sui finanziamenti italiani e stranieri, ma anche sul regista e sull’attore che deve interpretare il ruolo di Levi. Dalla documentazione archivistica si evince che già nel corso dell’anno successivo il progetto ha avuto una mutazione di non poco conto, poiché in una lettera di Bernari alla Direzione della RAI (21 settembre 1966)44 si parla di una serie televisiva di cinque/sette puntate da concludere con un Trent’anni dopo, evidentemente dall’esperienza del confino, in cui entrerebbe in campo lo stesso Levi.
Anche questo progetto va in fumo, ma Bernari non demorde, come pure lo stesso Farinelli, e dieci anni dopo, siamo tra il 1974 e il 1975, lo scrittore torna a lavorare alla riduzione del romanzo, di cui è testimonianza una sceneggiatura completa e definitiva, per la quale, secondo quanto affermato dal figlio (Bernard, 2021: 229), Bernari avrebbe avuto anche un anticipo da Farinelli.
Siamo, dunque, di fronte all’ultimo tentativo fallito di una trasposizione cinematografica del Cristo alla viglia della scomparsa di Levi, ma credo anche l’ultimo prima della realizzazione di Rosi. Ci resta la sceneggiatura di Bernari – e anche il servizio fotografico sui luoghi del romanzo realizzato dallo stesso – di cui Levi in un colloquio con lo scrittore napoletano aveva apprezzato soprattutto “il fatto che prima di scrivere mi fossi recato sui luoghi del Cristo per fotografare e interrogarvi ambienti e personaggi” (Bernari, 1975: 30).
Ma ciò che Levi aveva particolarmente apprezzato – sempre secondo la testimonianza di Bernari – era stata l’idea, che gli aveva anticipato, che nella sceneggiatura prevedeva di iniziare dalla sua tela col teschio di vitello scuoiato, che via via per “trucche” successive si rimpolpa di carne, di muscoli, di pelle, muggisce e bela al tempo stesso con un suono umano e musicale; finché, realizzatasi la intera figura, si scorge che essa cammina come cercando qualcuno: è una bambina, quella che la mucca cerca, nel libro indicata come la figlia della vacca. Un modo, gli dicevo, per introdurre, sin dalle prime immagini, un’atmosfera magica che dovrà via via dilatarsi sino a dominare su tutta la narrazione. (Bernari, 1975: 30) Non mi lasciò terminare: Forse, – mi disse press’a poco – sarà il caso che ne dipinga uno apposta, di quadro, più adatto; e la vacca deve seguire sì la bambina, ma per i precipizi e i solchi – che li chiamano quasi per una ironica trasposizione “paradisi” – fin su una porta di una misera stalla alla quale la ragazza picchia disperatamente. Finché la porta si apre – completai – su un interno nero. Un buio – riprese lui – che si popolerà di grida e non sapremo mai chi grida e che cosa nasconda quel buio… (Bernari, 1975: 30)
Consapevole delle difficoltà della riduzione da un libro così particolare, con una complessità letteraria e ideologica, su cui si erano infranti per un trentennio i vari tentativi cinematografici, Bernari opta per una struttura “aperta”, segnata da una scansione di episodi e personaggi fedeli al libro che eviti una scrittura letteraria e apra alle esigenze della “trascrizione spettacolare” che spettano al regista. Scrive Bernari nella Premessa: Persuasi dell’impossibilità di restituire con parole diverse – cioè non più col linguaggio di Levi e non ancora col linguaggio strettamente cinematografico – ciò che forma la sostanza di questo libro, senza tradirne i significati poetici e documentari, si è preferito evitare il rischio di sottoporre, con un’operazione letteraria, l’umana avventura ad una riduzione di valore disponendo liberamente gli episodi salienti del libro in una struttura aperta tale da giustificare le possibili trascrizioni spettacolari.46
Per Bernari la dimensione mitica e le forze magiche non sono solo qualcosa che appartiene a quel mondo della non storia, ma Levi riesce a porle in un circuito in cui entrano la pittura, la scrittura, la coscienza politica come “processo di liberazione”. Sul rapporto pittura-letteratura, Bernari fa affermazioni molto puntuali: lo scambio tra le due arti aiuterà Levi a trarre dall’indistinto le forme e il linguaggio adatto a rappresentarle, capace cioè di subire una duplice ricostruzione logica e figurativa. Il suo “impossessamento di una terra della lontananza, fino a farla sua […] fa parte di un programma mitologico, è un’operazione magica che lo scrittore-pittore promuove come fonte perenne di conoscenza (etico-politica) e di un amore (affettivo-estetico)”. Il suo “immedesimarsi col mondo contadino” non è tanto col “paesaggio”, con la sua “struttura fisica”, ma nei suoi “riflessi morali, nelle sue promesse ideali”; il paesaggio si fa già struggente ricordo come di una “cosa”, un oggetto che ha perso anch’esso la propria identità per trasformarsi in una “zona di morte” […] elevato a mito nel ricordo, per riprendere proprio da qui il suo cammino magico che lo ricongiunge all’uomo, alla sua distruzione umana, sottomessa com’è all’ambiente e alle sue innumerevoli schiavitù’ (Bernari, 1975: 29).
Della sceneggiatura di Bernari, che si colloca alla fine di un trentennio di tentativi falliti, in limine alla scomparsa di Levi e alla realizzazione di Rosi, resta da valutare quanto della proposta dello scrittore napoletano sia transitato nella sceneggiatura di Rosi, La Capria e Tonino Guerra e nel film stesso del 1979 (Bernard, 2021: 236–239). Parrebbe molto poco, stando al giudizio di uno dei critici più accreditati, Emiliano Morreale, il quale sostiene che il film di Rosi è distante da un “recupero” e da una rappresentazione antropologica della civiltà contadina, e da una “rivisitazione partecipante” della stessa, poiché il regista si mostra “osservatore scettico e ironico” e la magia come altri aspetti identitari di quella civiltà sono assenti nel “visibile” del film (Morreale, 2005: 228–230). Ma possiamo aggiungere che il film di Rosi, nonostante il livello qualitativo alto, resta distante anche dal trattamento realizzato dallo stesso Levi, assemblando parti di Scotellaro e parti sue, di cui qui si è discusso.
Cristo si è fermato a Eboli (trattamento)
Carlo Levi
[1]. I contadini di Gagliano rientrano dalla campagna, con gli asini e le capre: alcuni, in gruppo, con le zappe in spalla, per la scorciatoia della rotabile, vengono dalle terre verso il fiume Sauro; altri, una lunga fila che, si vede, finisce in fondo al burrone, per la mulattiera che sale dalla Fossa del Bersagliere verso il Timbone della Madonna degli Angeli. Al rumore degli zoccoli si alternano le voci lontane “ih!ih!” gridate agli asini, e, ancor più lontane le note di un flauto di canna.
Alla Croce del Timbone, alle prime case del villaggio, passano un contadino sull’asino e sua moglie, seguiti dalla capra. Le porte delle case sono aperte, si vedono i grandi letti e i focolari accesi; e davanti, alcuni vecchi e bambini e le donne che aspettano i mariti che tornano. Il contadino e la moglie, senza fermarsi, scambiano con gli altri saluti smozzicati.
A uno slargo della strada si avanza il vecchio banditore-becchino, col cappello rosso e un tamburo a tracolla: suona la tromba e grida: “È arrivato l’ufficiale esattore. Sta dalla Vedova. Andate a pagare, se no c’è il sequestro”.
Il contadino, che si è trattenuto per ascoltare, fa un cenno alla moglie, e incita l’asino a proseguire.
In piazza, i contadini, già arrivati dalla campagna, sono appoggiati in silenzio al muro di una casa; dalla parte opposta, sul muretto che dà sul burrone, stanno seduti e chiacchierano i signori, il podestà, i due medici, la guardia comunale, alcuni proprietari; un po’ discosto è l’ufficiale postale, don Cosimino, un gobbetto. Il brigadiere sta raggiungendo il gruppo, mentre il contadino oltrepassa la piazza e quindi svolta in un vicolo dove è casa sua: sono la moglie e la vecchia madre e i ragazzi che si affrettano a scaricare l’asino dell’aratro e di alcuni pezzi di legna, slegano il maiale dal chiodo del muro sulla strada e lo ritirano in casa. Il contadino si adagia sul letto.
Le porte delle case si chiudono ad una ad una e si spengono i lumi e i fuochi.
Un secondino apre la porta di una cella e annuncia al prigioniero: “Andrete a Gagliano a scontare i tre anni di confino”. “Dove?” “A Gagliano”. “Dov’è?” “In provincia di Matera”. “E dov’è Matera?” “Giù nel meridione, giù dopo Eboli, dopo Potenza. Io ci sono stato ad accompagnare un altro confinato. È un paese di asini e di capre. È in cima a un monte, e la mattina non si sentono che le campanelle delle pecore e delle capre”.
È un’ora prima dell’alba, a Gagliano: già i contadini coi muli si incamminano per le terre, si sentono i rumori dei ferri sui ciottoli e il suono delle campanelle delle greggi che discendono per i burroni. Il contadino e la moglie ripartono con l’asino portandosi al guinzaglio il maiale. Nelle stradette qualche contadino dà la voce a una porta ancora chiusa: “Oh, andiamo”.
L’ufficiale esattoriale è già in piedi anche lui, esce dalla casa della vedova.
Le donne scopano le case e gli usci, alcuni bambini, ancora nudi, corrono ad addossarsi ai muri per fare i loro bisogni in fretta. Davanti al municipio uno spazzino, con la coppola, accumula le immondizie con la pala. All’ufficiale che gli si accosta indica una strada mentre sopraggiunge la guardia. Con questi l’ufficiale si incammina dalla piazza per le stradette dove, prima del loro passaggio, alcune donne trasportano della roba da una casa all’altra. La vecchia madre del contadino, aiutata da due donne, è riuscita a sollevare il comò che porta nella casa di fronte. Sono cadute le fotografie, le cartoline, il ritratto di Roosevelt e della Madonna, che i bambini riordinano sul pavimento.
L’ufficiale esattoriale e la guardia, che hanno consegnato alcune bollette di avviso di pagamento in varie case, passano davanti alla scuola. Alla finestra è affacciato il maestro, don Luigino, il podestà, che, interrompendosi ogni tanto per agitare la lunga canna verso l’interno della scuola, agli alunni che fanno chiasso, si rivolge all’ufficiale:
“Va bene, esattore?”.
“Macché, non è venuto nessuno a pagare”.
“Verranno, verranno. È brava gente, questa di Gagliano, sanno il loro dovere”.
“Sì, podestà, ma non vogliono pagare e mi maledicono”.
“Come? Metterò a disposizione la forza, non vi preoccupate”.
“Io, col permesso, continuo a distribuire le bollette, ma per i morosi eseguo il sequestro”.
“Bene, bene. La guardia vi aiuterà”.
L’ufficiale, la guardia e un carabiniere arrivano alla casa del contadino e, contro le opposizioni della vecchia, che manda il bambino in campagna ad avvisare il padre, sequestrano due conigli e le tre galline, che la guardia riesce ad acciuffare.
Il contadino, insieme ad altri che hanno appreso la notizia, rientra in paese.
Improvvisamente, egli comincia a tremare per un tremendo attacco di febbre.
È mezzogiorno: la moglie corre in piazza a chiamare un dottore. Si avvicina al gruppo dei signori e rivolge timidi cenni alla guardia perché le chiami il dottor Gibilisco. Questi alle preghiere della donna perché visiti il marito, che trema, sta male, risponde seccato: “Compra un purgante”. E ritorna al muretto commentando l’incorreggibile comportamento dei cafoni: ti vogliono subito, sei il loro servo, non un medico, e poi non ti pagano.
La donna prosegue per la strada, corre a chiamare il vecchio dottor Milillo, che intanto, a piccoli passi, è giunto al portone di casa e sta per entrarvi. Egli nemmeno può venire dal malato, non sta bene lui stesso, non può muoversi, poco fa era in piazza, sarebbe venuto più tardi, stasera quando riesce.
Allora la donna bussa più in là, al portone di donna Caterina. (donna Caterina è la sorella del podestà, moglie del segretario del fascio, Cuscianna, partito volontario per l’Abissinia e nipote del dottor Milillo. Del marito ella fa praticamente le veci. Un po’ per l’autorità che esercita e specie per il rancore che nutre verso le famiglie rivali alla sua, che attualmente detiene il potere del paese, donna Caterina interviene in tutte le faccende politiche e private e, malgrado non sia più tanto giovane, ella è energica e attiva).
Donna Caterina si mostra subito comprensiva, farà di tutto: certo, Milillo, suo zio, è vecchio, a quest’ora non si muove, ma lo manda a chiamare in suo nome da Giulia (la strega del paese che presta servizio in casa Cuscianna). Se proprio Milillo non verrà e se il malato è grave la contadina si adatti a chiamare Gibilisco, l’altro dottore. La donna, a quel nome, ha un gesto di disprezzo che provoca in donna Caterina una più viva simpatia per lei. Si affaccia alla finestra e non vedendo la Giulia rientrare ritorna a commiserare la donna. Purtroppo deve chiamare Gibilisco, non ci sono altri dottori, è una vera disgrazia per il paese. Apprendendo poi che la donna lo ha già chiamato e che poco prima ella aveva avuto il sequestro, donna Caterina impreca contro Gibilisco: ordina il purgante, lui, per arricchire le nipoti farmaciste con i medicinali finti e avvelenati che vendono, vorrebbe proprio sapere quanto paga lui di tasse.
La donna, mentre donna Caterina continua a sfogarsi contro Gibilisco e le sue nipoti ritorna a casa e, caricato suo marito sull’asino, si incammina per la strada di Stigliano, il paese più grande delle vicinanze, lontano venticinque chilometri, per consultare quei medici.
L’indomani, alle prime ore del pomeriggio, sulla rotabile solitaria passa una vecchia Fiat 509. Un cane li insegue abbaiando. Il confinato Carlo è nella macchina fra due carabinieri. Il cane corre avanti al radiatore, sicché la macchina frena più volte bruscamente e quindi si arresta. Viva è la curiosità dei carabinieri e di Carlo per il cane evidentemente sperduto, e per il paesaggio che si può vedere dal punto dove l’automobile si è arrestata: la rotabile appare con la sua striscia bianca contorta fin giù nella valle, dove nel torrente un filo d’acqua si insinua fra i sassi assolati. Il cane abbaia ancora, è un barbone bianco. I carabinieri aprono lo sportello per guardarlo e il cane balza nella macchina, va ai piedi di Carlo ma non si quieta un momento, si affaccia al finestrino e continua ad abbaiare.
All’ingresso del paese la macchina sorpassa il contadino malato sul mulo e sua moglie, che tornano da Stigliano.
Al municipio, il confinato, seguito dal cane, viene consegnato al podestà che nel frattempo licenzia altri confinati, ricordando loro l’osservanza del regolamento: nemmeno quei due che fanno cucina a turno possono avvicinarsi e parlare tra di loro, si arrangino.
Il nuovo confinato è il dottor Carlo di professione pittore. È dottore in medicina ma non esercita. Don Luigino assicura don Carlo – così lo chiama subito – che a Gagliano una persona civile come lui si troverà bene, fra gente civile, lavoratrice e fascista. Avrà una casa comoda: queste prime sere può alloggiare presso la Vedova, cognata del segretario comunale, che ha una camera a disposizione. Carlo è accompagnato dalla guardia in casa della Vedova: la porta è sormontata da uno stendardo nero a segno di lutto.
Carlo vi è appena entrato quando alcune donne gli chiedono di accorrere per un malato grave. Carlo rimane stupefatto. Egli non fa il medico. Chi ha detto loro che è un medico? Donna Caterina, la sorella del podestà. I medici locali ci sono, ma sono medicaciucci. Carlo cede alle supplichevoli parole delle donne.
La casa del malato è di fronte: il contadino appena scaricato dall’asino è per terra davanti alla porta; i medici di Stigliano lo hanno mandato a morire a casa. Carlo ascolta queste notizie dalle donne, si avvicina al moribondo, gli tocca il polso, chiede se c’è una siringa, dice a una delle donne di andare in farmacia, ma questa risponde che in farmacia non c’è niente. Accorre la vedova con una siringa e una fiala di olio canforato: Carlo può eseguire l’iniezione, per puro scrupolo però, perché l’uomo sta morendo di malaria perniciosa. Un carabiniere, avvicinatosi al capannello intorno al morente, invita Carlo a seguirlo in caserma, mentre nella casa del contadino che intanto muore si levano alte grida di pianto.
Carlo, tornando dalla caserma, passa davanti al muretto dove sono i signori, divisi in due gruppi, evidentemente ostili tra loro: da una parte don Luigino, il dottor Milillo, lo studente, il brigadiere, dall’altra il dottor Gibilisco, Poerio e qualche altro. Don Luigino lo chiama e lo presenta a suo zio, il dottor Milillo, al quale Carlo manifesta la sua profonda impressione per la morte del contadino e chiede se la malaria è molto diffusa nel paese. Diffidente verso Carlo, Milillo risponde evasivamente: certo i contadini vanno giù al fiume, e, si capisce, possono prendere la malaria, ma lo stato sanitario del paese è soddisfacente, tutti godono ottima salute… Don Luigino lo interrompe. A lui non è sfuggita la meraviglia che quelle parole del vecchio dottore hanno provocato in Carlo. Lo chiama in disparte e gli dice che sarebbe una vera benedizione se Carlo facesse il medico, perché egli, il podestà, ha massima cura del suo paese. Dei dottori, uno, il vecchio zio è rimbambito, l’altro, che passeggia in disparte, Gibilisco, è una canaglia.
Tra la curiosità delle donne che spiano il forestiero attraverso la porta, Carlo, rientrato in casa della Vedova, sale nella camera da letto, che questa sera spartirà con l’ufficiale esattoriale. La finestra è chiusa contro le zanzare e le mosche che, innumerevoli, offuscano la lampada accesa, tutta sporca di antichi nerumi. Nella camera lunga e stretta con una finestruola in fondo ci sono tre letti, un catino di ferro e un vecchio canterano zoppo.
Arriva l’ufficiale esattoriale e Carlo si informa sul suo lavoro: i contadini non vogliono pagare le tasse, sono quasi tutti proprietari a Gagliano; da pignorare nelle case non c’è che il letto ma quello non è soggetto a pignoramento; brutto mestiere il suo. Carlo gli nota in mano un astuccio: è il clarinetto, che l’ufficiale suonava già nella banda. Spera di vincere un concorso scrivendo una canzonetta e togliersi così dall’impiego. Non conosce canzoni popolari, suona quelle in voga, se Carlo vuole. L’ufficiale esattoriale si mette a suonare “Faccetta nera … bella abissina…”.
[2]. È l’alba: comincia come tutti gli altri giorni che si seguiranno nell’anno, con i rumori vaghi del paese, le campanelle delle greggi e il rumore degli zoccoli degli asini e dei muli sul selciato dei vicoli. Su questi rumori abituali si sovrappone il suono delle campane a morto della vicina chiesa e l’ululare del cane Barone, che non sopporta il suono delle campane.
Carlo si affaccia alla finestra e vede davanti all’uscio della casa un piccolo stuolo di donne con i bambini in braccio e per mano, il capo avvolto nei veli, che lo attendono per consultarlo sulla salute dei bambini. Egli esce di casa passando in mezzo a loro, si ferma ad ascoltare, pur senza riuscire a capire bene quello che esse dicono in dialetto, risponde che non fa il medico, e finisce per liberarsi di loro col dare alcuni semplici consigli. È il primo giorno della sua permanenza a Gagliano ed egli vuole conoscere il paese e, soprattutto, cercarsi subito una casa. Appena sceso dal vicolo della casa della Vedova egli si trova davanti alla chiesa: la messa è finita, la chiesa è vuota, e davanti all’uscio don Traiella, il vecchio prete intelligente, misantropo e perseguitato, nella sua tonaca frusta, è alle prese con alcuni ragazzi che lo beffeggiano e che egli cerca di cacciare. Al saluto di Carlo egli risponde subito sfogando la sua mania di persecuzione e il suo senso di amarezza per questo paese abitato da gente malvagia e che non ha rispetto per la chiesa: egli stesso vedrà … e si prenda guardia di tutti. Carlo, seguito dal suo cane, attraversa il paese. Al balcone della scuola, al solito, c’è don Luigino Magalone, il podestà: “Bella giornata dottore. È andato a passeggiare? Passeggi, passeggi. Si diverta; si trovi qui in piazza prima di colazione, alle dodici, voglio farle conoscere mia sorella. Cerca alloggio? Mia sorella glielo troverà. Per lei non ci vuole una casa di contadini”.
A mezzogiorno Carlo si trova in piazza in attesa del podestà. Sul muretto, che dà sul burrone, non c’è ancora seduto nessuno. Soltanto, in un angolo, il gobbetto don Cosimino, vicino alla casetta della Posta. Si vede uscire da una porta uno dei confinati, un muratore di Ancona, con in mano un piatto di spaghetti fumanti, attraversare la piazza, posare il piatto sul muretto e allontanarsi rapidamente. Subito, da un’altra parte, arriva lo studente confinato che prende il piatto e si allontana.
Don Cosimino, visto che non c’è nessuno, dice a Carlo: “Se si incontrassero quei due, chissà che pericolo per lo Stato. Il podestà ci tiene molto a queste cose, spero che con lei sarà diverso. Ma lei non se la prenda, dottore”.
Ma già arriva don Luigino con aria cordiale e autorevole e don Cosimino si allontana timoroso. Il podestà e Carlo salgono nella casa di donna Caterina che ha preparato il bicchierino di rosolio da offrire. Donna Caterina si dimostra molto premurosa con lui e lo indirizza a un suo uomo di fiducia, l’ammazzacapre, perché lo conduca a visitare le case disponibili in paese. Ella vorrebbe senz’altro che Carlo facesse il medico; per quanto questi si schermisca e dica che non desidera esercitare, lei dà la cosa per decisa. Questo entra nel suo piano che consiste nel cercare di danneggiare il dottor Gibilisco e tutta la sua famiglia contro la quale è mossa da un vecchio odio, rinnovato dalla presunta relazione amorosa di suo marito con Maria, una delle due nipoti del dottore, che gestiscono, abusivamente, la farmacia ereditata dal padre. I sospetti di donna Caterina, che nella sua fantasia gelosa arriva a credere che il marito si fosse accordato con Maria per avvelenarla, hanno spinto il maestro Cuscianna a partire volontario, l’unico dei Gaglianesi per l’Abissinia.
Senza spiegarlo a Carlo si capisce che ella intende servirsi della sua improvvisa venuta per risolvere a suo vantaggio la situazione locale, sia per il prestigio che verrebbe alla sua fazione dalla popolarità di un dottore di città, esperto e capace, che essa appoggerebbe, sia per la rovina professionale dell’odiato Gibilisco, il quale è sempre pericoloso perché gode di potenti appoggi presso la prefettura di Matera. Il successo per donna Caterina sarebbe completo se riuscisse a far sposare a Carlo una delle figlie del vecchio Milillo, che ella ha convocato e che presenta a Carlo: due ragazze semplici e pelose.
Il piano di donna Caterina è chiaro per Carlo, che non intende rendersene strumento, e desidererebbe perciò evitare, facendo il medico, di entrare in un campo di intrighi che gli sono estranei. Donna Caterina lo fa accompagnare da Giulia in piazza a cercare l’ammazzacapre. Lo trovano in piazza intento appunto al suo lavoro: sta gonfiando, con il fiato, la pelle di una capra. Con lui Carlo comincia il giro del paese entrando in alcune case di contadini che potrebbero cedergli un letto o una stanza. L’ammazzacapre gli vuole far visitare un antico palazzo cadente i cui proprietari sono a Napoli. Sotto il palazzo, una vera rovina, inabitabile, si stende la distesa delle argille.
Carlo e l’ammazzacapre entrano per consultarsi dal barbiere, Giovanni Bonelli, che sa tutto. È il fratello di Rosa, la fidanzata del marinaio veneziano, lì confinato, che aspetta da molti mesi il permesso di sposare. Questi abita nella più bella casa del paese, quella del prete predecessore di don Traiella, ma deve lasciarla perché l’affitto è stato aumentato. Il barbiere si incarica di provvedere la casa tra pochi giorni.
Carlo continua da solo la passeggiata per il paese, arriva fino al cimitero, estremo limite che gli è consentito per i suoi movimenti. Cammina tra le tombe e improvvisamente compare il vecchio banditore-becchino, che raccoglie da terra un osso di morto e gli dice: “Vi piace questo posto? Tutto il paese è fatto delle ossa dei morti”.
Davanti al cimitero due bambini e una bambina, vestiti da frate, con il cordone, giocano a cavalcare una capra, le montano in groppa e quella li rovescia nella polvere. Barone interviene abbaiando.
3. La bambina malata e la medicina miracolosa
Carlo è ormai entrato nella nuova casa, quella che era stata del vecchio prete morto da molti anni, di cui Giulia la Santarcangelese era stata la serva e la compagna. È una casa di tre stanze con una terrazza, da cui si vede un largo paesaggio, e c’è, cosa nuova nel paese, un gabinetto, per quanto senz’acqua; e un giardinetto, con un pozzo, che le figlie dell’ammazzacapre, sempre debitamente scortate da altre donne o bambini, vengono ogni tanto a curare. La Giulia è entrata nella sua antica casa, come una regina. Essa domina la casa, in cui viene al mattino, con l’ultimo dei suoi figli, un bambino di due anni, che passa il tempo nella cucina a giocare con il cane Barone e talvolta con le sue due figlie, selvatiche ragazze pastore. In faccia, in un tugurio nel vicolo, abita un’altra strega paesana, la Parroccola, molto più rozza della Giulia, che vive facendo la lavandaia per i carabinieri. La Parroccola ha una figlia, Francesca, una bella bambina di dieci anni, che va e viene continuamente fra la sua casa e quella di Carlo chiamata da Giulia per fare qualche commissione, per andare a fare qualche acquisto. È diventata familiare per Carlo che la guarda con affetto.
Carlo, sistemato oramai nella casa, si rimette al suo lavoro di pittore a cui vorrebbe dedicarsi tutto, con la speranza di essere lasciato tranquillo, e di non dovere, facendo il medico, entrare in un gioco di interessi e di intrighi locali ai quali egli è estraneo.
Egli vorrebbe che la Giulia posasse per lui: ma la strega, che sarebbe disposta, e lo fa capire, nella sua natura di serva fedele e di strega, a qualunque altro servizio, si rifiuta: essa teme il potere magico delle immagini. Carlo fa allora il ritratto della piccola Francesca. Solo più tardi, minacciando la Giulia di batterla, otterrà che anch’essa posi per lui. Egli vorrebbe anche dipingere paesaggi e, poiché il regolamento gli impedisce di uscire dall’abitato, chiede al podestà di autorizzarlo. La cosa è dapprincipio difficile perché il brigadiere si oppone (il brigadiere è, dopo don Luigino, il vero capo del paese e dispone in modo assoluto del suo potere. Egli ha, contemporaneamente, parecchie amanti: la figlia maggiore del farmacista, Maddalena, la levatrice, e forse anche una confinata, una bella mafiosa, che sta sempre chiusa in casa, e che egli va, ogni tanto, a trovare). Donna Caterina difende la richiesta di Carlo: essa si sente la sua protettrice e patrona, e vorrebbe, favorendolo, indurlo a realizzare i suoi piani di lotta contro il dottor Gibilisco: e ottiene dal podestà, suo fratello, di superare la resistenza del brigadiere. Carlo potrà andare a dipingere, ma non oltrepassare gli immediati dintorni del paese in modo da poter essere sempre visto e sorvegliato.
Col cavalletto e le tele, accompagnato da Francesca e da una folla di ragazzi che si contendono l’onore di portare la cassetta e la tavolozza, Carlo esce per la prima volta dall’abitato: sale al cimitero e più in là, nella campagna solitaria e vietata. Dipinge un quadro con le argille e il paese: un carabiniere lo raggiunge durante il lavoro e resta a sorvegliarlo. Il sole è al tramonto, in cielo c’è già una pallida luna, quando Carlo, con la sua scorta, rientra a Gagliano.
È il momento dell’arrivo della posta: davanti all’ufficio postale, come ogni sera, ci sono i signori; più lontano, isolati l’uno dall’altro i confinati, qualche donna e qualche contadino. All’arrivo di Carlo i signori stanno facendo i soliti discorsi di ogni giorno: i saluti a ciascuno che arriva, le domande su che cosa abbia mangiato, su cosa abbia detto la radio, sulla tassa delle capre, etc. Sui loro volti è l’eterna noia di una povera vita vuota. Arriva la vecchia procaccia, con la borsa delle lettere sul capo e il suo asino che porta una bagnarola di zinco (e una spugna) che Carlo si è fatto arrivare da Bari, per potersi lavare. Quello strumento inusitato desta la curiosità generale e i commenti di ciascuno. I bambini che accompagnano Carlo si disputano il privilegio di portargliela a casa, e partono, trionfanti, con lui: vorrebbero tutti vedergliela adoperare.
Carlo, la mattina, sta facendo il bagno con qualche secchio di acqua e la spugna in piedi nella nuova bagnarola. È nudo: ma la Giulia, con assoluta naturalezza, entra nella camera, e, stupita che egli voglia coprirsi e mandarla via, si mette come fosse la più normale delle sue mansioni a insaponargli la schiena. “Come sei bello grasso” gli dice. “Non ti manca nulla: bada che il sangue non ti si guasti”. Carlo le chiede come mai quella mattina non si è vista Francesca. È malata, ha la febbre alta. Carlo, appena rivestito, entra nella casa della Parroccola per chiedere notizie della bambina. È a letto, molto malata. La Parroccola e la Giulia gli spiegano che i medici del paese non verranno perché la Parroccola non ha i soldi per pagarli e che per quanto essa vada spesso per i suoi traffici in casa Gibilisco, e sia nella confidenza delle ragazze della farmacia, non si prova neppure a chiamarlo. Del resto, sa benissimo che sono incapaci, e poi si fida soltanto delle formule magiche. Carlo, allora, malgrado i suoi propositi, si sente obbligato a visitare l’ammalata: ha una polmonite grave, più grave per la vecchia malaria. La febbre è altissima: le unzioni e le croci che la madre le ha fatto pronunciando gli scongiuri non sono servite a nulla. Carlo prescrive alcune medicine moderne: ma tosto la Parroccola torna dalla farmacia dicendo che le medesime non ci sono. Carlo lascia la casa piena di comari, di vicini e di parenti e vuole andare egli stesso in farmacia per cercare qualche medicina necessaria, e rendersi conto di che cosa può disporre.
Quando Carlo entra nella farmacia Maddalena, la figlia maggiore del defunto farmacista, è dietro il banco e sta facendo la calza. Carlo si informa, con molto riguardo e gentilezza, rendendosi conto di non essere ben visto, della possibilità di avere alcune delle più comuni medicine necessarie al caso della bambina. Maddalena risponde: “Mi dispiace, sono finite, devono arrivare tra poco, le abbiamo ordinate”.
“Di' piuttosto che non ci sono mai state”. Si sente una voce da un angolo buio. Carlo si volta e vede che chi ha pronunciate queste parole è una giovane bellissima che sta seduta in un angolo, l’aspetto malinconico con un libro in mano, forse un libro da messa. È Maria la sorella minore, quella che donna Caterina considera la sua nemica e su cui ha costruito il castello delle sue fantasie: quella che sarebbe stata l’amante del maestro Cuscianna. Forse tutto si era ridotto a una semplice simpatia o a un incontro fuggevole in un paese nel quale nel ristretto mondo dei signori ogni mossa è sorvegliata, ogni gesto viene amplificato dal sospetto. Ma certo quella sua avventura, reale o immaginaria, ha addensato attorno a lei non soltanto l’odio di donna Caterina e di tutta la sua parte, ma anche quello della sorella gelosa e inasprita per la sua condizione irregolare di amante del brigadiere e dello zio in casa in cui vivono. La giovane è quindi trattata come una reietta, si sente come una prigioniera e vive, solo nella fantasia, i sogni sentimentali di una possibile evasione. La venuta di Carlo è stata per la sua fantasia un avvenimento straordinario. In un momento in cui la sorella Maddalena si reca nel retrobottega essa dice a Carlo: “Mi dispiace per lei che è capitato in un paese dove non si può vivere. Ma lei almeno ci starà poco, tornerà nel mondo”. Carlo le risponde facendo qualche complimento sulla sua bellezza, le offre di imprestarle qualche libro, poiché ella si lagna della solitudine, e dice che sarebbe lieto di poterle fare il ritratto. Il cuore di Maria batte a queste semplici e innocenti parole e la sua fantasia corre subito dietro a sogni impossibili. Ma appena uscito Carlo, Maddalena, che ha ascoltato andando e venendo dal retrobottega, la investe gelosa e irritata e le dice: “Al solito, puttana, fai subito la civetta!”. E Maria si nasconde senza rispondere nel suo angolo.
È il giorno della Madonna di settembre. E mentre Carlo ritorna verso la casa della Parroccola incontra la processione che, al suono della banda che è venuta da un paese vicino, e tra gli spari dei mortaretti disposti lungo la via, fra stuoli di ragazzi che corrono e di donne velate che sembrano uccelli, percorre lentamente la strada fermandosi davanti a ogni porta di dove i fedeli buttano manciate di grano, offrono denaro puntando i biglietti al manto della Madonna. Gli americani, riconoscibili ai vestiti più civili e alle catene d’oro dei panciotti, offrono dollari. La processione continuerà tutta la giornata e mentre Carlo è al capezzale di Francesca si sentirà, più vicino o più lontano, a seconda dei suoi spostamenti, il suono festoso dei mortaretti e, a tratti, lo squillare delle campane.
La febbre di Francesca è ancora salita e la vita della bambina è in immediato pericolo. Occorrono d’urgenza medicine e Carlo cerca di indurre la Parroccola a correre a Santarcangelo, dodici chilometri di distanza per i sentieri della montagna, dove si spera che ne troverà. La Parroccola dice che è troppo tardi per andare perché al ritorno sarà già notte e alla notte gli spiriti dei morti stanno sul sentiero e impediscono il passaggio. Lo stesso dicono le altre donne lì presenti. Carlo capisce che non è il caso di persuaderle con la ragione e dice che la ricetta che ha fatto è un potente talismano a cui gli spiriti dei morti devono ubbidire e che non la fermeranno. Le donne si persuadono e poiché la Parroccola non vuole abbandonare la figlia parte per Santarcangelo una sua sorella con tutto il denaro racimolato nella famiglia. Ma Carlo si rende conto che bisogna far diminuire subito la febbre poiché il pericolo è imminente. L’unico mezzo a sua disposizione è la antica e classica terapia del bagno freddo. Quando egli ne parla tutti lo guardano come un pazzo o un assassino, tanto in essi è lo stupore che si possa curare un moribondo in quel modo e Carlo si rende conto che se la cura fallirà egli sarà realmente considerato responsabile della morte della bambina; ma egli decide di agire ugualmente e il suo naturale prestigio e i modi umani e affettuosi gli valgono dalla Parroccola e dagli altri un riluttante consenso. Il bagno viene fatto nel generale terrore. Ma ben presto si vedono i suoi benefici effetti e la bambina manifestamente migliora. La Parroccola e Giulia e le comari, tutto il vicinato guardano a Carlo come a un essere miracoloso. La processione si avvicina, già si ferma davanti alla porta. La Parroccola che ha serbato nella calza la sua ultima lira per la Madonna corre alla porta e punta la moneta sul manto della Vergine. Viene la notte e la sorella della Parroccola ritorna da Santarcangelo con le medicine. Approfittando del suo analfabetismo il farmacista di là le ha fatto pagare il triplo del loro valore le medicine, dandole una quantità insufficiente di fiale: ma la bambina ha già passato la crisi.
Tutto il paese per le vie e sulla piazza per assistere ai modesti fuochi d’artificio che chiudono la festa della Madonna. Il migliore punto d’osservazione è il tetto di cemento dell’orinatoio pubblico che don Luigino ha fatto erigere, come unica opera del regime in tutto il paese, e che nessuno mai, tranne Carlo, adopera, e che serve, in pratica, soltanto a abbeveratoio per i cani e i maiali. Carlo, che non può uscire di sera, è rimasto solo sulla sua terrazza e di là guarda l’ultimo razzo che si leva dal burrone verso il cielo stellato.
4. La guerra
È l’alba. Si sente, nelle strade, la cornetta del banditore e la sua voce che grida: “Donne è arrivato il sanaporcelle. Tutte quelle che hanno porcelle da far sanare le portino al Timbone”. E batte il tamburo.
All’uscio di Carlo battono i malati e non soltanto di Gagliano ma anche dei paesi vicini venuti con il mulo e coi regali nel fazzoletto per consultare il medico miracoloso. Dopo la guarigione di Francesca la sua fama in un momento si è sparsa nei paesi; egli non può più sottrarsi alle richieste degli ammalati e le sue cure hanno tutte uno straordinario successo non dovuto alla sua abilità professionale ma piuttosto alla fiducia che egli ispira, e al fatto che per la prima volta i contadini si sentono trattati come uomini.
Da tutte le porte escono le donne coi maiali legati al guinzaglio. Tutte vanno al Timbone, uno spiazzo vicino al paese, dove il sanaporcelle coi suoi cani aspetta i maiali per l’operazione. Alto di statura, con dei grandi baffi rossi, un ago da materassaio fra i denti, egli esegue con estrema abilità e rapidità la laparatomia delle giovani scrofe. Una dopo l’altra, per tutto il giorno, fra l’ansia delle donne, le loro chiacchiere, sussurri e grida, gli strilli delle bestie, l’abbaiare affamato dei cani. Ci sono tutte le donne del paese al Timbone e anche molti degli uomini: dei contadini. È una grande giornata contadina, una di quelle da cui dipende la sorte delle famiglie durante il lungo inverno. C’è Francesca, ormai perfettamente guarita, con il maiale di Maddalena e di Maria (le signore non potrebbero venire personalmente), c’è la Giulia, con le due bestie di Caterina, c’è la vedova del contadino morto di malaria con il suo maiale. Lo deve vendere perché è in lutto (chi è in lutto non può toccare carne di maiale per degli anni) e poi deve pagare i debiti. C’è Rosa, la fidanzata del marinaio, c’è Giovannino Bonelli, il barbiere, c’è il paese intero.
Intanto la Parroccola è nella farmacia e parla in segreto con Maria che ha sognato a lungo sulle poche parole che Carlo le aveva detto e sulla sua proposta di farle il ritratto che nella sua fantasia equivale a una dichiarazione d’amore. Per lei quelle poche parole sono state l’inizio di una grande costruzione di sentimenti di fuga dai limiti chiusi della vita paesana, di libertà. La Parroccola, sua confidente, le ha portato un libro che Carlo le manda in prestito, e Maria lo prende come una reliquia. La Parroccola le consiglia di fare un filtro per assicurarsi l’amore di Carlo e le fa capire di che cosa debbono essere composti. Maria rifiuta di farlo, manda a Carlo un cestino di fichi in regalo e si raccomanda alla Parroccola.
Il paese è deserto perché tutti sono al Timbone. Donna Caterina e don Luigino cercano affannati il banditore e finalmente lo trovano. È arrivata improvvisa una notizia impensata. Il banditore gira per le strade vuote gridando: “Tutti in piazza per ascoltare il discorso del Duce”. E sempre suonando la cornetta e lanciando il suo bando si avvia verso la folla del Timbone.
Don Luigino è salito al balcone del municipio dove ha fatto mettere la bandiera e gli altoparlanti: è la dichiarazione di guerra all’Abissinia. La voce di Mussolini si sparge sulla piazza semideserta. Sotto il balcone sta il gruppo dei signori che applaudono, più lontano qualche contadino che il podestà ha fatto racimolare dalle guardie, in un gruppo muto, nero e silenzioso. Anche don Luigino pronuncia un discorso parlando del destino di Roma, mentre al Timbone il sanaporcelle (scene intercalate) continua la sua opera tra le donne e i contadini. Intanto Carlo è stato chiamato a visitare la vecchia nonna di Francesca, gravemente ammalata. Ella gli dice che presto morirà, ma Carlo le risponde, per incoraggiarla, che anzi tra pochi giorni sarà in piedi e che egli la aspetta, a casa sua, dove ella potrà venire da sola, con le sue gambe, senza bisogno di farsi accompagnare.
Finiti i discorsi e l’adunata, finite le operazioni del sanaporcelle, scende la sera sul paese e dal Timbone le donne ritornano eccitate con i loro maiali e in tutto il paese, in tutte le case, dietro a tutte le porte, si sente il sussurro, i discorsi e i movimenti di una giornata importante. Nessuno dei contadini pensa alla guerra, ma i signori sulla piazza sono esaltati e trionfanti per essa. Andranno in una delle grotte del vino che sono fuori del paese a giocare la passatella per solennizzare la grande giornata che deve dare vita all’Impero. Don Luigino dice a Carlo, con l’aria bonaria e protettiva di chi partecipa a un destino imperiale: “venite anche voi, con noi, dottore. Certamente anche voi partecipate alla nostra esultanza, non siete mica contro la patria. Potete rientrare più tardi, questa sera, vi do il permesso”.
Nelle grotte ci sono tutti. C’è il podestà, il brigadiere, lo studente, Poerio, la guardia, il barbiere, alcuni dei proprietari, tutto il gruppo dei signori tranne i due medici. La passatella si svolge tra discorsi allusivi nei quali riaffiorano i rancori e gli odi dei gruppi nemici, le insinuazioni politiche e private ma, a poco a poco, l’ubriachezza generale li avvolge. Al ritorno, oscillando malcerti sul sentiero tra i burroni i signori si avviano, cantando, verso il paese. Barone, che con Carlo li precede sul sentiero, abbaia furiosamente e da una siepe esce correndo con grida disperate, un maiale, sperduto.
5. Matera
Negli uffici della questura una giovane donna sta facendo bollare il permesso per poter visitare Carlo a Gagliano. È la sua amica, una donna bellissima, alta, bionda con l’aspetto della donna anglosassone, elegantissima. È la sua vecchia amica e fidanzata, dottoressa in medicina di grande capacità, antifascista e compagna di Carlo nella lotta clandestina. Una donna attiva, appassionata, energica e risoluta ma nello stesso tempo femminile e piena di fascino. Essa è riuscita, con grande difficoltà e movendo potenti aderenze, ad ottenere il permesso per questa visita. Non ne ha prevenuto Carlo per rendere più piacevole la sua improvvisa comparsa. Dovrà restare qualche ora a Matera in attesa dei timbri e dei bolli necessari ed essa occupa il tempo girando per le stradette del Sasso, si ferma a guardare i bambini seduti sulle soglie con gli occhi rossi di tracoma e le pance gonfie di malaria, entra nelle grotte e guarda con orrore a quella miseria. Si vede che il suo animo è impressionato da quella visione e che nel medesimo tempo la sua abitudine professionale dì medico la induce a giudicare bisogni e rimedi. Quando essa, Luisa, risale verso la città alta è seguita da un codazzo di bambini che gridano qualche cosa che essa non capisce e credendo che essi chiedano l’elemosina fa per aprire la borsetta ma intende allora il grido dei bambini che, avendola scambiata per il suo aspetto straniero per una visitatrice della croce rossa, gridano: “Signorina, dammi il chinino”.
Luisa ritorna alla Questura e chiede che Carlo venga trasferito in un paese non malarico ma il commissario le risponde che la malaria vi è dappertutto, e che, come vi è esposto egli stesso, funzionario dello Stato, così può affrontarla anche un confinato. Del resto Gagliano non è dei luoghi peggiori.
La vecchia nonna di Francesca è guarita e batte all’uscio di Carlo portandogli dei regali. È venuta a ringraziarlo da sola ma Carlo si accorge che essa sta sulle spine e capisce che il costume vieta a una donna, anche vecchia, di entrare da sola nella casa di un uomo e che per la vecchia nonna l’essere venuta sola è una specie di sacrificio che essa ha fatto per riconoscenza credendo che egli glielo avesse chiesto. Mentre la vecchia sta per andarsene, Luisa, che è arrivata in piazza, si è fatta indicare la casa di Carlo: batte alla sua porta. L’incontro è commovente. Per Carlo non è soltanto il ritorno di una persona amata ma una ripresa improvvisa di contatto con quello che era stato sempre il suo mondo e che pareva ormai perduto dietro il lontano orizzonte. Ma dopo le prime effusioni e la naturale felicità dell’incontro essi non possono non sentire come un vago imbarazzo, un inaspettato accenno di reciproca incomprensione. Luisa parla con passione e orrore della miseria vista a Matera e, durante il viaggio, nei villaggi, della sporcizia, della incuria, delle malattie. Trova che questi paesi sono orribili e che essa dovrà fare di tutto perché Carlo venga almeno trasferito altrove, in qualche paese civile. Carlo, che ha accolto il mondo in cui vive con amore, non si è mai accorto veramente di questi orrori e sente in sé un’assoluta diversità di atteggiamenti e di giudizio. Luisa gli annuncia la morte di un suo vecchio zio e gli dice che d’accordo con i familiari di Carlo essi stanno cercando di fargli ottenere un permesso per andare a Torino con il pretesto di importanti questioni ereditarie.
Dove alloggerà Luisa? Per la giovane abituata alla libertà e al disprezzo delle convenzioni il problema non si pone: essa resterà nella casa di Carlo per i pochi giorni del suo permesso. E non riesce a capire, e forse nel suo intimo se ne offende che Carlo per pudore, per riguardo al costume contadino, per non scandalizzare in nulla i piccoli e i poveri, come la vecchia nonna che gli ha fatto visita poco prima, si occupi invece di trovarle un alloggio fuori di casa: e donna Caterina si offre di ospitarla.
Luisa resterà a Gagliano pochi giorni. Tutto il paese è diversamente commosso per questa sua visita. Le donne dagli usci guardano passare ammirate Carlo e Luisa che camminano a braccetto o tenendosi per mano, felici che il loro medico miracoloso sia anch’egli un uomo e abbia una sua donna. E lo coprono di saluti e di benedizioni come fossero due apparizioni celesti. I signori gareggiano in galanteria con Luisa, donna Caterina inalbera i suoi vestiti migliori cercando di gareggiare con la signorina di città o perlomeno di ben comparire ai suoi occhi. Ogni loro passo è guardato, seguito e commentato. Questa pubblicità non dispiace a Luisa ma non è gradevole a Carlo, Luisa è attiva e benefica, entra nelle case si informa delle condizioni economiche, della salute, vorrebbe regalare dei denari che non sono accettati dai contadini, vorrebbe fare dei piani per combattere le malattie, l’analfabetismo e la miseria, tutte cose che essa desidera scompaiano perché le odia e le disprezza. Stupita e incomprensiva che Carlo invece voglia bensì modificare ma tuttavia le rispetta e le ama non in sé ma in quanto parte della vita di quegli uomini. Udite delle pietose condizioni della farmacia illegale, un giorno entra nella bottega come una valchiria. Eseguisce, malgrado la terrorizzata ostilità di Maddalena, una specie di rapido inventario e le è facile scoprire che in molti barattoli invece delle medicine che sono vendute sono contenute delle polveri inerti. Luisa è scandalizzata e mossa dal fuoco dello sdegno e dice che farà chiudere la farmacia.
Maria vede crollare, con la venuta di Luisa, tutti i suoi sogni sentimentali e le sue speranze di evasione e poiché, tuttavia, essa di fronte a Maddalena e allo zio Gibilisco spaventati e inferociti accenna a difendere Carlo, l’ira della sorella e dello zio si riversa su di lei che si rinchiude in casa, reclusa insieme volontaria e sorvegliata.
Si avvicina il momento della partenza: nessuna difficoltà, nessuna palese rottura è fra Carlo e Luisa ma un senso di reciproca incomprensione, di diversi interessi, di distacco è fra loro. Carlo si rende conto, per la prima volta, che il nuovo mondo, dove egli è costretto a vivere e che egli ha scoperto, lo ha già profondamente cambiato e che altri da quelli di prima sono i valori in cui egli crede. Perciò anche più doloroso e commovente è il loro saluto e il distacco quando Luisa sale sulla vecchia 509 sgangherata ch’è la sola automobile del paese e scompare alla svolta nella polvere delle strade bianche.
Carlo ha in mano un pacchetto di sigarette americane che Luisa gli aveva portato e nell’emozione degli ultimi saluti lo lascia cadere senza accorgersene e si avvia verso casa. Ma i bambini lo rincorrono, gli riportano il pacchetto di sigarette e lo accompagnano silenziosi perché egli è silenzioso.
Verranno insieme a Giovannino Bonelli, il barbiere che vorrebbe diventare il segretario di Carlo e seguirlo per sempre nel mondo, alla caduta della notte, sotto le sue finestre a suonargli, col violino, col flauto e la chitarra, per consolarlo, una serenata.
6. Il Natale
Il suono dei cupi cupi si sparge per le strade del paese. È Natale, la neve ha coperto la campagna e scende leggera dal cielo, dai camini esce il fumo odoroso dei focolari e i ragazzi, divisi in frotte, vanno qua e là, portando le serenate in tutte le case e ricevendo in cambio dei doni. Con l’accompagnamento profondo dei cupi cupi, sull’aria sempre uguale delle loro canzoni essi mettono parole improvvisate di saluto e di augurio o di scherzo. Vanno da donna Caterina che naturalmente rima con regina e ne ricevono dolci e uova, vanno alla casa di Maria e Maddalena e cantano per Maria “La signorina se ne inta via”. Maria, nascosta vicino a un finestrino, piange e non si mostra e non fa regali e i ragazzi se ne vendicano cantando di Maddalena che tiene a panza piena. Vanno da tutti i signori, dalla levatrice, alla caserma, dal barbiere e così via e il suono monotono del loro canto giunge, vicino lontano, da ogni parte. Arrivano infine alla casa di Carlo, in fondo al paese, e gli cantano il suo elogio di lui che è un Barone e del cane Barone che è mezzo barone e mezzo leone. Carlo li fa entrare in casa dove la Giulia ha preparato dei semplici dolci di farina, dei fichi, delle uova e del vino.
Nella casa, oltre la Giulia con il suo bambino, c’è la Parroccola con Francesca e il barbiere Giovannino. I bambini continuano a suonare e a cantare accompagnati ora dal flauto di Giovannino. Un grande ceppo arde nel camino e a un tratto si vede che qualche cosa di lucente ne cola come sciolto dal fuoco. È un’antica moneta, un piccolo tesoro di quelli che si favoleggiano esistere nei tronchi degli alberi nei boschi o sotto la terra. Tutti guardano quei tesori di favola ammirati, Barone ringhia e ulula come per una invisibile presenza e a un tratto un bambino piccolissimo, nudo con un grande cappuccio rosso in capo, che nessuno aveva visto prima si infila velocissimo in mezzo ai ragazzi e afferra il tesoro e fugge ratto per la stanza. È un “monachicchio”, uno di quei piccoli esseri mitologici, bambini morti senza battesimo che amano fare i più bizzarri e innocenti scherzi ma che se li si afferra e li si toglie il cappuccio rivelano, per riaverlo, il nascondiglio dei tesori. Tutti cercano di raggiungere il “monachicchio” e di afferrarlo ma quello salta dappertutto, appare e scompare, si nasconde, riappare: è inafferrabile. Quando pare che egli sia circondato e stretto da ogni parte, con un ultimo guizzo infila rapidissimo la porta e fugge, con la moneta, nella notte. Barone è il primo a seguirlo per le vie e dietro a lui i bambini e tutti gli altri e li si sente ancora a lungo chiamare nei vicoli bui, mentre arriva lontano il suono dei cupi cupi.
Carlo rimane solo in casa con la Giulia. È la notte di Natale, l’unica notte nella quale si possa senza peccato mortale comunicare i segreti più profondi della magia, gli scongiuri di vita e di morte. Giulia si schermisce da prima poiché anche ora la comunicazione delle formule è sacra e pericolosa ma infine dice a Carlo i modi per obbligare all’amore, alla vicinanza, per guarire dalle malattie, e infine il più segreto di tutti, la formula che fa morire. Mentre si appresta a comunicare a Carlo questa ultima formula entra il vecchio banditore-becchino, l’antico incantatore di lupi, seguito dai ragazzi che hanno invano cercato il “monachicchio” e ritornano al suono dei loro strumenti. Il vecchio becchino racconta in quella notte sacra alla magia le antiche storie dei briganti, di Ninco Nanco, e della sua bellissima amante, Maria la Pastora, delle loro corse a cavallo nei boschi, dei tesori nascosti, delle battaglie, delle stragi, dei riposi attorno al fuoco nella foresta. E anche Ninco Nanco e Maria la Pastora, questa dea contadina, erano là, nella casa di Carlo, seduti con gli altri attorno al fuoco. Alla porta si sente raspare e apertala una capra diabolica salta nel buio del vicolo. Dalla chiesa lontana giunge un primo squillo di campana, i briganti sono scomparsi e Carlo e la sua compagnia escono nella notte fredda per andare alla messa di mezzanotte.
Davanti alla chiesa è raccolto tutto il paese. Ci sono anche i confinati che questa notte hanno avuto il permesso di uscire. La neve è cessata di cadere e una luna brillante è comparsa in cielo. Il ragazzo che fa da sagrestano suona la campana ma don Traiella non compare: eppure la mezzanotte è già passata. Il podestà impaziente e ostile impreca contro di lui dicendo che sarà al solito ubriaco e lo manda a chiamare a casa; e di lì a poco, don Traiella, malgrado sia sofferente, arriva, apre con la grossa chiave la porta della chiesa, e fa entrare i fedeli. Dopo una povera messa affrettata, senza musica e senza canti don Traiella sale sul pulpito per pronunziare la predica. Egli comincia balbettando e dice di aver dimenticato a casa il testo che aveva scritto e di non ricordarsi di nulla e si rivolge al crocefisso appeso di fianco al pulpito chiedendo che lo ispiri, e ecco sotto alla croce egli trova una lettera di un gaglianese soldato in Abissinia. Don Traiella grida “miracolo”, “miracolo” e si mette a leggere la lettera che parla della festa di Natale. Ma don Luigino interpretando come reale l’imbarazzo di don Traiella grida: “È uno scandalo, è una profanazione della casa di Dio, fascisti a me!” e, seguito dai suoi pochi fidi e dai ragazzi della scuola, intona “Faccetta nera”. Mentre don Traiella continua imperturbabile la sua predica il podestà esce dalla chiesa con i suoi ragazzi e gira attorno alla chiesa al canto di “Faccetta nera” fra l’imbarazzo generale dei contadini e delle donne. “Faccetta nera” risuonava alla porta durante la fine della predica mentre il ragazzo campanaro a un cenno del prete si era attaccato alla campana cercando di coprire con quello squillo di morto il canto del podestà. In questo chiasso e fra la generale costernazione, la predica ha finalmente fine.
Don Traiella scende dal pulpito, esce dalla chiesa e i contadini lo seguono. Fuori don Luigìno continua a cantare; un contadino con il mantello nero aspettava tenendo per la cavezza un mulo sellato. Era venuto da Gaglianello per portare il prete a dire in quella frazione sperduta la messa di Natale. Don Traiella chiude la porta della chiesa, si mette la chiave in tasca, si arrampica sul mulo e nella neve e nel buio della notte parte con il contadino per la campagna.
7. Neve e cospirazione
Il paese Gagliano è bloccato dalla neve che è scesa alta sui monti e impedisce ai contadini di andare sui campi. Anche la posta non arriva, il paese è diventato veramente un’isola chiusa in mezzo ai burroni. Barone è eccitato e inquieto, egli sente la vicinanza dei lupi che una notte scendono sino sulla piazza. Le donne dicono che il becchino li ha chiamati e che lui solo li può fare allontanare. Il brigadiere, amante di Maddalena, che aveva rubato già abbastanza in questo paese, viene trasferito in una sede migliore ed è giunto a sostituirlo il nuovo brigadiere, un giovane idealista che si sente anch’egli isolato nel piccolo mondo dei signori di Gagliano. Il paese sta immerso nel silenzio, nell’immobilità, nel fumo dei camini, negli intrighi dei signori e nella noia. Le serate, per chi come Carlo deve ritirarsi al tramonto, sono lunghissime ed egli le passa in compagnia dei bambini che lo hanno pregato di insegnarli a scrivere poiché non imparano nulla alla scuola e che vorrebbero anche imparare a dipingere. Una sera viene il nuovo brigadiere con lo studente Decunto che ha studiato a Bologna e vive ora della modesta rendita della sua terra, odiando il paese, i signori e sé stesso. Anche il brigadiere ha capito la miseria del mondo dei signori e ne accenna brevemente con Carlo. Essi sono venuti per giocare a ramino. Carlo mostra loro un memoriale che egli sta preparando con delle proposte per combattere la malaria prima della sua ripresa con la bella stagione. La venuta di Luisa, il nuovo brigadiere che i signori sentono estraneo alla loro fazione e di cui diffidano e che vorrebbero trascinare dalla loro parte, la chiusura del paese nelle nevi, coltivano e aumentano gli odi segreti, gli intrighi e le cospirazioni. In farmacia, il dottor Gibilisco prepara una lettera a Matera per denunciare Carlo e chiedere il suo trasferimento o almeno il divieto di esercitare con il pretesto che egli approfitta della sua professione per fare propaganda politica. È la sua manovra per sventare il piano di Caterina e per difendersi dal temuto intervento di Luisa contro la farmacia abusiva. Maddalena, inasprita per la partenza dell’amato brigadiere, sfoga su Maria i suoi rancori, su Maria che non esce più di casa, e che non vede nessuno. Gibilisco ha finito di scrivere la sua lettera e la rilegge soddisfatto dicendo: “Ora basta. È ora di finirla”.
Viene la Parroccola che vorrebbe vedere Maria ma Maddalena glielo impedisce e la caccia in malo modo. Si vede il viso di Maria, chiusa in casa, attraverso un finestrino. Gibilisco va alla posta prima dell’ora della consueta riunione serale per impostare segretamente la lettera. Incontra don Cosimino che gli dice che anche oggi la posta non arriva e non parte. Gibilisco allora trova un mulattiere che va a Matera malgrado la neve e gli consegna in grande segreto la lettera perché la imposti laggiù.
Carlo arriva alla posta appena Gibilisco se ne è allontanato. Don Cosimino si guarda attorno, non c’è nessuno, e gli dà, in grande segretezza, due lettere (che egli avrebbe dovuto consegnare, secondo il regolamento, al podestà perché le leggesse). “Prenda - egli dice - sono della settimana scorsa, ma non avevo ancora trovato il momento di consegnargliele”. Carlo ha appena il tempo di intascare le lettere che già incominciano ad arrivare i signori.
A poco a poco, davanti alla posta si radunano, come al solito, i signori, nel silenzio, appena interrotto, dal ticchettio del telegrafo. Arriva don Luigino in compagnia del marinaio confinato che insiste per aver notizie del permesso che egli ha chiesto per potersi sposare con Rosa di cui egli ha presentato domanda già da molti mesi senza mai aver risposta. (In realtà la domanda è stata fermata dal podestà e dal vecchio brigadiere che avevano anzi accusato alla questura il marinaio di essere nemico della religione e quindi del fascismo perché era stato udito parlare, con dei contadini, delle teorie di Darwin. Questo Carlo lo verrà a sapere dal nuovo brigadiere). Don Luigino dice al marinaio: “aspetti, il permesso verrà: se non è ancora arrivato è perché la posta non funziona”.
Carlo consegna a don Luigino il suo studio sulla lotta antimalarica, don Luigino se ne dimostra entusiasta e gli promette che appena la neve libererà le strade egli andrà personalmente a portarlo al prefetto e che certamente si faranno grandi cose e anche Carlo ne avrà molti vantaggi e facilitazioni. Don Luigino dice a Carlo: “Si diverte, eh! Passa le serate a giocare a carte. Bene, bene, si diverta”, ma gli annuncia, con l’aria di scusarsene, che ha dovuto proibire al brigadiere di andare a passare la sera in casa di un confinato. “Lei è un uomo di cultura, lei mi capisce, bisogna tenere la disciplina, se no qui non si sa dove si va a finire, c’è già quel prete che è uno scandalo per il paese, ma quello non ci resterà a lungo, lo sistemerò io: ho avvertito il vescovo”. In effetti don Luigino portava allora una lettera di denuncia contro il prete che egli chiedeva fosse mandato alla sua sede di Gaglianello.
Carlo, a questa notizia, e sapendo che il prete è malato, si reca a casa sua. Don Traiella abita in una casa poverissima, con una vecchia madre demente, nel più completo disordine, abbandono e sporcizia dovuti alla sua misantropia.
Offre a Carlo un bicchiere di vino e mostra i suoi libri abbandonati alla rinfusa per terra e certi suoi quadri e statuette del tempo in cui non si era ancora chiuso nella nera disperazione. Carlo lo avverte della trama che si manovra contro di lui ma Traiella abituato ad avere nemici dappertutto sembra quasi indifferente. A un movimento scomposto della vecchia demente le galline si spaventano e cominciano a volare per la stanza e mentre don Traiella le insegue gridando “Paese maledetto”, Carlo esce e si allontana nella neve
8. Torino
Arriva improvviso un telegramma della questura che autorizza Carlo a recarsi a Torino per ragioni di eredità per la morte dello zio. Evidentemente Luisa e i familiari di Carlo erano riusciti nel loro intento.
Torino. All’arrivo alla stazione Carlo è accolto immediatamente dall’atmosfera della grande città del Nord. I viali illuminati, la folla elegante, le automobili. Carlo non ha avvertito dell’ora precisa del suo arrivo perché deve presentarsi prima in Questura dove le guardie che lo hanno accompagnato vengono sostituite da altre che lo seguiranno durante il suo soggiorno. Carlo attraversa la città a piedi, seguito in distanza dall’agente, e incontra a ogni passo lo spettacolo familiare della sua città natale. Visi stupiti di conoscenti che lo incontrano e lo salutano, case, piazze, fabbriche e persone e tutto gli sembra remoto come un sogno.
Nella casa paterna, una grande villa signorile, egli ritrova la sua famiglia e gli agi e le cure di una casa ricca e degli affetti infantili. Tutte queste cose lo riempiono naturalmente di gioia ma della gioia di chi si trovasse a rivivere una vita ormai passata e lontana. I due agenti che lo seguono sono sistemati nel garage e non gli danno troppo fastidio. Luisa, che anch’essa abita in una bellissima casa, al capo opposto della città, ha preparato per lui, d’accordo con i comuni amici politici, un piano di fuga all’estero approfittando della sua venuta a Torino e della scarsa sorveglianza (effettivamente Carlo è riuscito ad andare solo, senza gli agenti, anche in casa di Luisa) a cui è sottoposto. Naturalmente anch’essa partirebbe con lui e seguirebbe all’estero il suo destino.
Nella casa di Luisa sono convocati alcuni dei comuni amici politici antifascisti, professori, avvocati, scrittori, un operaio della Fiat, giovani intellettuali pieni di passione e di coraggio e di una astratta volontà di rinnovamento politico. Sono tutte persone di prim’ordine e di grande ingegno: non dei piccoli mormoratori antifascisti. Carlo era, prima di essere arrestato, uno di loro, ma ora sente che essi parlano un linguaggio per lui incomprensibile. Egli parla del mondo dei contadini, della loro vita umana e dolorosa, della loro antica civiltà ed essi parlano invece di programmi di partito. Sono perduti i veri punti di contatto fra di loro. Anche Luisa, pur così bella e così buona, gli appare ora quasi come un’estranea e, per quanto non ci sia nessun dissidio apparente fra loro, egli ha l’impressione di aver fatto un’esperienza che lo ha profondamente mutato mentre Luisa e i suoi amici sono rimasti nel mondo astratto della giovinezza. Egli tenta di farsi capire ma essi non lo intendono e insistono perché egli non si rassegni a essere tagliato fuori dalla lotta politica rimanendo in un villaggio sperduto, ma vada a Parigi a dirigere l’attività clandestina e non comprendono le sue parole quando egli dice che la vera utilità, anche politica, la vera libertà è nel mondo contadino e nello sforzo per la sua autonomia.
Carlo per quanto col dolore che si ha nello staccarsi dalla propria giovinezza, rifiuta di accettare il piano di fuga e decide che tornerà a Gagliano. Quando mi libereranno, egli dice, tornerò qui con voi ma non posso fuggire da quei paesi che mi aspettano, non posso offendere quei contadini malarici.
Anche la città e la sua vita sembrano ormai estranei ai suoi occhi e per questo trattenuto dalla dolcezza degli affetti egli non vede l’ora di ripartire per quanto sappia che lo aspetta una vita dura e monotona in un paese abbandonato.
Carlo parte accompagnato da due guardie che si sono disputate quella specie di licenza. Giunti a Roma una lo lascia per recarsi a trovare la moglie pregandolo di non tradirlo ed egli riparte con l’altro agente, un lucano che approfitterà del viaggio per vedere il suo paese. Insieme essi passano a Eboli, si vedono rapidamente attraversare le terre di Lucania, Grassano, Accettura, Stigliano. Ed eccoli, tornati a Gagliano, scendere sulla piazza. La guardia si fa imprestare un cavallo e parte nella sera verso Montemurro.
9. Il morto del Pantano
È mattina e i malati aspettano al solito nella casa di Carlo che li sta visitando. Giulia scopa il pavimento della prima stanza ma lascia la spazzatura vicino alla porta e a Carlo, che le chiede perché non la butti fuori, la strega risponde che sulla porta c’è l’angelo e che si potrebbe offendere. Arriva allora un carabiniere che consegna a Carlo un decreto della Questura che gli intima il divieto di esercitare la medicina. È il risultato delle trame di Gibilisco e forse anche del grossolano eccesso di zelo del podestà che aveva portato a Matera il piano di Carlo per la lotta antimalarica. Carlo licenzia, con gentilezza, i contadini presenti e poiché quelli protestano per il divieto li rassicura dicendo che in breve tutto si aggiusterà. Ma mentre quelli malcontenti fanno per andarsene arriva su un mulo, dalla sperduta frazione di Gaglianello, un giovane contadino ferito a una mano, accompagnato dal fratello. Si è tagliato un’arteria di una mano con la falce e ha già perso molto sangue, malgrado una rudimentale legatura. È urgente un piccolo intervento chirurgico e Carlo, che conosce la incapacità dei suoi colleghi locali, sarebbe disposto a farlo malgrado il divieto, ma la presenza del carabiniere, che non si è ancora allontanato, rende la cosa impossibile. Carlo spiega ai contadini esterrefatti l’impossibilità in cui si trova e pensa di inviare il ferito al vecchio dottor Milillo chiedendo al dottore se può fargli da assistente durante la piccola operazione. Egli spera così di poter ricucire l’arteria che il vecchio probabilmente non sa fare con la innocente finzione di limitarsi a aiutarlo. Ma il vecchio si offende della richiesta e risponde che è capacissimo di fare da sé. L’operazione è eseguita alla meglio e il ferito riparte per Gaglianello. Ma l’indomani ritorna accompagnato ancora dal fratello pallido per il molto sangue perduto: l’operazione era stata mal fatta. Il malcontento serpeggia nel paese ma Carlo è sorvegliato e non può intervenire. Non resta al ferito che farsi portare con l’automobile a Stigliano, dove forse c’è un chirurgo: prima di partire, dall’alto dell’automobile, il fratello del ferito arringa la folla dei contadini che si sono raccolti intorno alla macchina imprecando contro i signori e l’autorità che vogliono far morire i contadini come cani. Dopo la loro partenza il paese rimane in fermento.
È carnevale. Corrono come strane apparizioni, per le strade, dei giovani contadini mascherati di bianco come spettri. Urlando, saltando e agitando delle pelli arrotolate. Carlo è con la Giulia nella sua casa quando arrivano i bambini che vogliono anch’essi mascherarsi e Carlo prepara per tutti delle maschere di cartone che sono delle piccole teste di morto.
E i bambini si spargono per tutto il giorno nel paese spaventando le donne, entrando nelle case fra grida, risate e movimento.
Un contadino arriva con un cavallo alla casa di Carlo. Viene a chiamarlo per il fratello gravemente ammalato e che sembra stia per morire. Essi abitano al Pantano, una masseria isolata a tre ore dal paese, nella zona delle argille nude. Informato da Carlo del divieto che gli impedisce la professione e del fatto che anche se non ci fosse la proibizione egli non sarebbe autorizzato ad andare così lontano, il contadino va successivamente dal dottor Milillo e dal dottor Gibilisco. Entrambi rifiutano di aiutarlo. Milillo perché è vecchio e non potrebbe fare la lunga strada con quel tempo invernale, Gibilisco perché chiede di essere pagato in anticipo: duecento lire, una somma che il contadino non possiede. Ma il contadino è ostinato e tenace. Costringe i due medici a dichiarargli per iscritto che non possono venire e con queste dichiarazioni si reca dal podestà e dal brigadiere chiedendo che autorizzino Carlo ad andare al Pantano. Ne ha dapprima un rifiuto, ma egli insiste: suo fratello è veramente moribondo. Non si lascia smontare dai dinieghi, muove donna Caterina, cerca il nuovo prete (Traiella era stato mandato via e sostituito con don Sarconi, un prete abile e insinuante). La giornata intera passa in discussioni. In casa del podestà si tiene un consiglio dì famiglia a cui partecipano donna Caterina, il prete e il brigadiere. Tra pentimenti, incertezze e infinite tazzine di caffè. Pressato dalla sorella e dal prete don Luigino è ancora incerto ma finalmente il brigadiere dichiara di assumersi personalmente la responsabilità e Carlo è autorizzato a partire. Con il contadino e il cavallo egli va nella notte attraverso i burroni e le argille solitarie, correndo per riguadagnare un poco del troppo tempo perduto.
Nella masseria del Pantano il malato è ormai moribondo e non c’è più che da assisterlo nella sua ultima ora. Ha una peritonite perforata che soltanto in una clinica si potrebbe tentare di operare.
Nella masseria dei due fratelli, con le loro due mogli, vestite degli splendidi vestiti di Pisticci, vi sono alcuni cacciatori di volpi che si sono trattenuti per vegliare il malato. Verso l’alba il contadino muore, le donne intonano lo straziante lamento e Carlo prende congedo da essi per tornare a Gagliano. Nella campagna solitaria con il suo cane, in quella terra dove la morte è vicina e presente egli si sente per la prima volta libero e inesplicabilmente felice. Egli si trattiene così nella distesa bianca delle argille finché appare in distanza il brigadiere che impensierito per il suo ritardo gli viene incontro. Uccelli mattutini passano nell’aria; il brigadiere gli offre il suo moschetto: “Vuole sparare dottore?” Il colpo si ripercuote negli echi della montagna e dal cielo scende qualche penna.
All’ingresso del paese essi trovano i contadini in fermento. La notizia della morte del loro compagno è già giunta, non si sa come, e tutti hanno pensato che se il loro medico miracoloso avesse potuto andare in tempo il contadino non sarebbe morto. Siamo dunque dei cani – essi gridano – dobbiamo morire come cani. Abbiamo un cristiano buono e ce lo vogliono togliere. Al ritorno di Carlo il fermento diventa rivolta. I contadini si armano con i loro fucili da caccia, con le loro scuri, con le loro falci. Vogliono ammazzare il podestà e bruciare il municipio. Don Luigino si è barricato in casa e barricati in casa e atterriti sono Milillo, Gibilisco e gli altri signori. Il brigadiere cerca invano di calmare i contadini. Don Luigino manda a chiamare Carlo, lo scongiura di far evitare una strage, lui solo può farlo e Carlo riesce a persuadere i contadini spiegando ad essi l’inutilità di una tale rivolta. Essi tornano nelle loro case ma l’autorità dei signori è ormai scossa e per la volontà contadina Carlo è ormai tacitamente autorizzato a riprendere la sua arte medica e nessuno oserà denunciarlo. La protesta contadina che non si è espressa con la violenza si esprime nei giorni seguenti con la satira. Essi preparano una rappresentazione, che si svolge per le strade, nella quale è rappresentata un’operazione chirurgica e simboleggiata la vicenda di Carlo. La rappresentazione viene ripetuta davanti alle case di tutti i signori ancora tutti spaventati e tremanti.
10. La partenza
La primavera è scoppiata improvvisa sulle argille di Gagliano. Carlo passeggia come un re solitario nella campagna nuda. Barone si avventa contro qualche cosa che striscia sul sentiero: una vipera.
Arriva in paese un armonium che il nuovo prete, che intende riconquistare le anime degli abitanti, ha fatto portare per la chiesa. Ma Carlo è il solo che lo sappia suonare e il prete lo prega di volerlo fare per una delle prossime feste. Giunge la notizia della presa di Addis Abeba, della fine della guerra, della proclamazione dell’Impero. Don Luigino si sente di nuovo il padrone: arringa dal balcone i contadini muti e ostili. Qualche giorno dopo, durante la solita ora della posta, il telegrafo batte più a lungo e più insistente del solito. In onore della vittoria e della proclamazione dell’Impero i confinati sono liberati. A uno a uno, lentamente a intervalli il telegrafo porta il nome di ciascuno che viene gridato da don Cosimino esultante. Il nome di Carlo è l’ultimo ad arrivare. Il giorno seguente tutti i confinati partono, tranne il marinaio che ormai diventato libero potrà sposare Rosa, senza il permesso per tanto tempo negato, e Carlo che rimanda di giorno in giorno la sua partenza perché non sa staccarsi dal paese e dai contadini che lo trattengono.
Nella chiesa si svolge la cerimonia delle nozze fra Rosa e il marinaio e Carlo, per la prima e l’ultima volta, suonerà lo strumento del nuovo prete. Tutto il paese è venuto alla chiesa. Tra la folla delle donne è venuta, uscendo in segreto dalla sua clausura, anche Maria, velata in fitto velo nero. È venuta per vedere per l’ultima volta Carlo ma in fondo al cuore essa forse spera ancora che egli resti e la Parroccola la conforta in questo senso.
La sera, nella casa di Rosa e di Giovannino si svolge la grande festa contadina delle nozze di Rosa e del marinaio. C’è la musica, i canti, i brindisi improvvisati. Il marinaio resterà per sempre nel paese: è diventato uno dei loro e i contadini in canto, in verso, in prosa dicono a Carlo che resti.
“Resta con noi, non partire, ti faremo podestà, sposa Maria è la più bella del paese, resta con noi”.
Carlo risponde che dovrà partire perché quello è il suo destino ma che tornerà e che sempre e dappertutto egli sarà con loro. Carlo è sulla 509 sgangherata con il cane Barone. Tutti, contadini e signori, fanno ala salutando al suo passaggio. Carlo saluta con la mano mentre l’automobile lo porta lontano. Si volge a guardare, per l’ultima volta, il paese e le argille e i contadini neri e l’imbocco del paese finché, fatti piccoli per la distanza, scompaiono nella polvere.
Memoir for the script-writers
Carlo Levi
These are the fundamental points which need to be taken into consideration throughout the task of script-writing Christ stopped at Eboli.
It is clear that Christ stopped at Eboli is not a work of pure fantasy, nor a novel with an intrigue that can stand any sort of arbitrary modification; it is instead the discovery of a world which actually exists, which has its problems and its own dimensions, which is made up for men who live, labor, suffer. This reality can therefore be neither forgotten nor betrayed. On the other hand, the cinematographic value of this world from a visual point of view, with its landscape, its desert cliffs of a clay, its houses, animals and faces, as well as from the human point of view is such that it fully compensates the need for keeping to objective reality. Only think of Matera, the only troglodytic city of Europe, extraordinary sight on screen, and absolutely new. The book (and the picture derived from it) is not a political book (or picture), despite the period in which it is set (Ethiopian war, Fascism). It is largely human. The absence of polemic and sectarian characters has been considered one of its greatest assets by all its readers and critics of all political parties and all countries. The social and political contents will stand out better in the picture if realized as in the book, with absolute detachment and serene objectivity. The fundamental motive of the book is that of the discovery of this world of peasants in the South by a doctor-painter coming from a different civilization, modern and complicated, who has been relegated there in confinement. The discovery is made through love for the human peasant civilization, which the protagonist recognizes as a thing existing already within himself, anciently rooted (an American philosopher wrote, after having read Christ stopped at Eboli an essay called Lucania is within us). One should therefore avoid transforming the protagonist into a simple type of philanthropist, desirous of aiding a backward people.
The script must follow the book, considering it as a subject already complete and perfect, varying only in the particulars, cutting (in fact the book furnishes an excessive quantity of material, enough for not one but several pictures) and accentuating the visual and dramatic side of singles episodes. The script is intended to follow the book in its simple complexity. I exclude the idea of limiting it to one or to a few episodes, largely developed, leaving the rest as a background since then the essential motive would be lost: the sense of recurrence of seasons, the unvarying duration of time, the immobility of the peasant civilization, as well as the interesting variety of episodes.
On the other hand, the part of the doctor-painter must be neither abolished nor reduced since then an essential element of the work would be lost: the process of adaptation, of love, of reciprocal understanding of two different civilizations. That is, the result would be a simple documentary of peasant life, while the meaning of the book and of the picture based upon it is not of a simple document, but that of the discovery of truth. This is the original character of the book, its internal dialectics, which cannot be set aside.
The script must therefore follow the book but allow for improvisation and that amount of unforeseen implied in the making of a picture born of a reality which offers many and always new possibilities of interpretation. To this purpose I wish to note that the fundamental character (from the cinematographic point of view) of the life of the Lucan population is the simplicity and modesty of appearance and, at the same time, the intensity of every gesture, of every face, of every natural aspect. There is never anything theatrical and complicated or posed. The earth, the animals, the men are always seen in their simplest, most physical form, miserable and at the same time significant. Finally the script-writers, must understand that it is an archaic world which is to be described, where the relationship with magic is real, in which therefore everything appears as simple, objective reality; spirits, devils, mythological brigands, hidden treasures, saints; and in which trees, animals, and men are a part of the same nature and are not fundamentally different one from another.
I exclude the addition of any sort of extraneous love story to the book in order to satisfy the theatrical and cinematographic convention which would consider this element for the success of a work.
I am not of this opinion, neither do I believe that one feels the need for such a motive in the book, which, even though it does not once mention affairs of this sort, is itself a love story from the beginning to the end. It is to be noted that the book has had millions of readers in the world who want to see the visual realization of that which they have read and which has impassioned them, and who would hardly tolerate seeing it modified and reduced to a common intrigue of generic sentimental affairs.
Additions will be made as far as this matter is concerned, managing however not to displace the center of attraction, and being careful not to betray the meaning and the general tone. I say the thing would be done with ease inasmuch as any love story taking place in the village would become the story of the village itself, where all kinds of events (from idyl to tragedy) can happen.
In the planning out of the treatment that follows, I have added two episodes of this sort; the fiancée and the shepherd-girl.
As far as reference to past works can be useful in a picture which is intended to represent a new vision of cinema (also technically) script-writers may keep in mind, besides the realistic manner of recent Italian cinema – De Sica, Rossellini, Visconti – the characteristic simplicity of Chaplin's personages and, as far as a vision of nature is concerned, O’Flaherty's old documentary films. It should be remembered that it is not a question of seeing ill and oppressed people but that of the discovery of a civilization, a way of life which is complete in itself, and wholly human. With these considerations in mind, here is how the story should go. I intend to give only a summary scheme, stopping on the psychological aspects of the book and not upon the facts as they are described in the book, which can itself serve as a reference for the development of all episodes mentioned here.
It is the summer of 1935. The Ethiopian war is about to break out. Carlo, the protagonist of the book, is in prison at Rome, as an enemy of the Fascist regime. He is thirty-three years old, once a doctor, but has left medicine for painting, in which activity he has already achieved fame and success. He is an intellectual of great mind and culture, open and impassioned, wholly taken up by intellectual, artistic, political and moral problems, intensely experienced even up to the sacrifice of his own liberty; but until now without contact of any sort with the life of common men, with the secret, assemblies, great talk of empire, ambitions. But the life of the villages hidden amid the mountains is the name throughout centuries. At Gagliano, in Lucania, this sense of permanence and immobility is more than ever evident. A village of 1200 inhabitants on the top of a hill, between deserts of white clay eroded by waters – there hadn’t been built a decent road up to it till five years before. Dress, housing, the way of living is the same from time immemorable. The majority of the population is made up of very poor peasants broken down by hunger and malaria. Two rival families, together with their relations, friends and clients, stand above them and compete for the dominion of the village. The “Magalone” and the “Gibilisco”.
Don Luigi Magalone, a schoolteacher, is Mayor, backed by his sister (donna Caterina Magalone Cuscianna) the real directive brain of the village with her husband, a fascist political secretary, old uncle Milillo, daughters, son and a sub-official of the gendarmes.
The doctor, Gibilisco, is therefore the opposition, together with his nieces, the daughters of his pharmacist brother, who had died not long before. Don Cosimino, hunchbacked postal officer, watches over the Signori's disputes and tries to defend the poor peasants. They live like beasts, rising before dawn to go to work in their distant fields in long processions with their donkeys, and returning at sunset for their scarce supperd and a brief sleep in dog-holes. Tormented by the Signori, by the collector of taxes coming to claim sums which they cannot pay, by ignorant doctors who make off with their last savings, the peasants have only one hope, that of America, seen as an unreachable paradise over the seas. In this small closed world, within the limits of traditional custom, in this way of living, with the popular feasts, the cult of Saints, belief in magic etc. all personal affairs and intrigues take on great intensity.
At the beginning of the story the situation is as follows: the teacher Cuscianna is suspected by his wife Caterina Magalone of having an affair with the young Gibilisco.
After the death of her father, the young Gibilisco continues to run the only pharmacy in the village, without authorization and without a diploma for this she is accused of incompetence and illegality.
In the excitement of her imagination, donna Caterina believes that the husband and the pharmacist are intending to poison her so as to be able to get married after her death. She therefore refuses the bed to her husband, watches over him and mistreats him, and finally forces him to leave voluntarily (the only one to do so in the village) for Abyssinia. Once gone, the husband becomes her saint and her hero.
The two doctors, Gibilisco and Milillo, secretly battle in competition for the exploitation of ill people. Questions of interest and grudges keep the Signori of the village divided. Each calls himself Fascist and looks to Matera for support, each exchanging slander with the other. The head of the local militia, Decunto, is about to leave the village in desperation.
After the Signori there are the craftsmen: barbers, shoemakers etc. After them come peasants, with their secret, miserable life, the witches, filters, animals. The tax-collector confiscates even the goats. (The story of one family will be followed). There are also ten other men confined in the village, isolated from all but towards whom the peasants turn with love and as brothers. It is in this shut and isolated world, miserable but perfect in its own way, ninety kilometers from the nearest railway station that Carlo is brought, handcuffed by the gendarmes, with his dog Barone, fresh from prison and political strife, knowing nothing of what he will find in this new world. He arrives in the afternoon, descends from the car and is greeted by the secretary of the Common who accompanies him to the house of his widowed sister. The door, like many others, is covered with a black cloth, a sign of mourning.
Shortly after he has arrived, Carlo is called to cure a peasant dying of malaria. Death scene (see the book). This is his first dramatic contact with the new environment, a world which is simple, ordinary, near to the earth and to death, a world where words, formulas, culture, history do not have value, where only bread, work, illness, suffering count.
Carlo understands that there, all that which had previously seemed important to him, no longer is; here other things have value; elementary and more simply human. The peasants, on the other hand, although he has not been able to save the dying man, have noted how he has cured him and the cares he has used in his last attempt to save him; in him they recognize a friend, as well as a guest and a stranger. He leaves the dead man and the moaning women and goes through the village towards the square.
There are murmurings and glances at every door. What the peasants call “a good Christian” has arrived, one who perhaps will be able to help them live and cure them. In the square, at sunset, he meets the “Signori” (see the book). For them too, this arrival is a special event, seen from the point of view of their interests and their dislikes. They study him and try to make use of him for their own ends. The mayor and his sister decide to make him an instrument, one unaware of their struggle against the Gibilisco: they will back his medical activity against that of the rival doctor. Dr Milillo is not pleased with this, but decides to have Carlo marry one of his daughters (see book). The whole first part of the book consists of this complot of the Signori, with Carlo, little by little becoming aware of it; in the double and different relationships between Carlo and the Signori and Carlo and the peasants. In the book this occurs gradually, through a hundred different episodes. Without realizing it Carlo gradually forgets his precedent nature, his former interests, and penetrates and participates in the life of the village. The whole first part of the picture is an account of this discovery, which reveals to Carlo his deeper nature, his natural contact with things and animals.
The dog Barone, other dogs, children riding on goats, the killing of the snake, the women at the fountain, their glances, the atmosphere of natural love under the veil of costume, the village, the animals, the public urinary with the children and the hens, the donkeys before dawn, the flute-playing of the tax-collector, the old brigand, the flies, the malaria, the same elementary simplicity of the Signory's intrigues and hates, of their absurd power, of the police surveillance; the fact that all things become denuded and clear and simple, and at the same time ambiguous and full of hidden meaning, all helps to form this great idyl with a new world, miserable and sorrowful, funereal and enchanting. This idyl is not a conscious one. Carlo thinks he is as before, unchanged, and longs for liberty, the unreachable cities over the horizon, the political struggle from which he has been excluded, the conversations, discussions, the expositions. But without knowing it, he has already made his choice: all the old ideas and ideals are gone.
At this point comes his sister's visit, with the trip to Matera, the study of the children struck by malaria, the crude vision of the misery of illiteracy. She brings with her the active spirit of a modern and good person. But contact with her makes Carlo aware for the first time: he no longer feels the need for action from the outside as she does. That wish seems to her, and rightly so, a hideous evil that must be actively fought, for him has become an object of love, which he accepts without discussion, without wishing to touch or modify it, asking only to be penetrated by it, as if by an amorous revelation.
This first period is therefore all happy, idyllic, amorous (whence come the miraculous medical successes, the happy change towards realism in the mode of painting). But this love, in order to become conscient must also include renouncement. This fact becomes evident with the sister's visit. There arises a sense of incomprehension between the two. The sister is very beautiful, courageous, cultured and intellectual.
The reciprocal love of Carlo and this woman (it has also been suggested to introduce a fiancée instead of the sister) is deeply rooted. On the other hand, Carlo realizes he had already renounced her and all of his past life at the moment of his arrest – which might have meant a condemnation of twenty or thirty years – and realizes that he had found in Lucania the external manifestation of this renouncement.
The woman, on the other hand, sees only misery, hunger, ignorance, superstition, decadence and death in this new earth. So cannot live there and does not understand why Carlo does not wish to accept the fantastical plans of escape abroad which she has prepared for him. Therefore, in suffering and with tears, it is decided that she must leave. It is understood that she is leaving for ever, and that Carlo will remain alone. (Scene of departure at the car, among the children seeing them off. Carlo remains standing with a pack of cigarettes in hand which he throws away without noticing. The children pick it up and bring it to him. They feel his sorrow, and in the evening come to sing him a serenade).
In the second part of the picture the idyl becomes drama, a tragedy of solitude for Carlo, for the village, a tragedy that is centuries old. The Abyssinian war has begun. Gold is asked for by State from the peasant women. Autumn comes, with its interminable rains, the empty days, evenings without end. Christmas, the “cupi-cupi” sounding before the doors, and the great scene at the Christmas mass, the ill-happenings of the poor old misanthropic priest, with the scene in the church, the false miracle and the priest's departure, in the snow, to a nearby village.
The Signori's quarrels become harsher still: Carlo's medical activity damages that of Gibilisco who seeks revenge through the police – an underhanded complot which culminates a few months later in the prohibition of Carlo to practice. Meanwhile Carlo participates ever more in peasant life.
At this point the first meeting with the shepherd-girl (eldest daughter of the witch, who lives alone with the animals of pasture) takes place, and she becomes his devoted companion throughout spring.
Meanwhile, one event follows another in the village, the return of the peasants that emigrated to America years before, one of the confined men's contrasted wedding, landslide and courageous salvage by another “confinato”, arrival of other “confinati”, children becoming ill and the lack of medicines to cure them, peasant families falling into ruin, arrests etc. (see book). Backed by the Mayor, Carlo obtains permission to go to a nearby village, in order to study the struggle against malaria. On his return the news arrives that he is forbidden from practicing. A man comes on horseback from “Pantano”; his brother is dying. Council of war. He must be cured. Descent to “Pantano” by night. Scene of the peasant's death on the distant farm, of the night which Carlo passes among the foxes, the women's funereal lamentations. Return to the village, tentative of revolt, Carlo convinces the peasants not to undertake a desperate enterprise. The situation is a difficult one. Carlo now fully understands the seriousness of the South's problems, the peasants too are becoming aware of these through his presence, but tend to react in the traditional manner with violence. The Signori grow afraid. The Gibilisco attempt to have Carlo transferred; the Magalone in the illusion of having him as their friend, counter maneuver.
It is in this atmosphere, troubled, dramatic and uncertain, that Carlo receives the news of the death of his father. He asks and obtains ten days of leave to go to Turin. Before leaving, a last meeting with the shepherd-girl takes place. This love, unexpressed, of which Carlo is unaware, helps him to fight solitude, to feel united with the natural world of the peasants. For her this episode represents an infinite devotion, the apparition of a Paradisiacal being.
The last part of the picture begins with Carlo's trip to Turin accompanied by a policeman, stopping at Matera in the caves. At Turin, too late for his father's funeral, everything, the elegant house, the political discussions, friends, city, war, all hass become strange and incomprehensible.
He returns, a resigned return to a truer and more sorrowful homeland, while spring bursts out on the Lucanian hills. But at the village things are not as Carlo has left them. During his absence the shepherd-girl has been bitten by a viper and has died for lack of cure by the local doctors.
Carlo arrives at the turning of the road below the cemetery, while all the village accompanies her to the grave. “You weren't there, don Carlo, They’ve made her die” – “Don’t leave us again”.
Also, the witch has left Carlo's house, which upon returning he finds empty and solitary, because she has been threatened by her jealous lover. The shepherd-girl's death, the prohibition to practice, the secret curing by night, the growing tension of the village, and the sense of not being able to help in anything, accentuate the day's monotony and Carlo's solidarity with the peasants. Night school for the children. The new priest wishes to win Carlo's graces and has him play in the church. By this time Carlo has understood that the discovery of the peasant world cannot limit itself to aesthetic contemplation (first part) or to action from outside (second part) rendered impossible by circumstances, but must be made by the peasants themselves, and inserted in the general movement of the world.
Therefore, once Addis Ababa has been conquered and the Empire proclaimed, when grace and liberation are unexpectedly granted, Carlo leaves though regretful. Thea peasants want him to remain and marry the village-beauty, donna Concetta, want him to defend them and live as one of them. Carlo promises that he will return and as he leaves, with his dog Barone and his suitcases, standing in the car, he bids them goodbye and says:
Days are coming when your destiny will be in your own hands, and not in those of the Signoris at Rome, and others. You have taught me the meaning of life, of your life, of mine, and that of all. It is for this that I shall always be with you. One day we shall be seeing each other again. Now goodbye.
The car moves off beneath the cemetery – at the curving, the fabulous village of the peasants, disappears behind the hills in a cloud of dust.
The End
Cristo si è fermato ad Eboli (dal romanzo di Carlo Levi)
Nota bene
Considerato che la materia contenuta nel romanzo di Carlo Levi per opinione generale è sufficientemente ricca e non è il caso quindi di riassumere, per quanto riguarda invece la linea e lo spunto della storia d’amore che manca nell’opera di Levi si sono scritte di accordo con l’Autore le pagine che seguono e che ci sembrano atte a dare motivo di assai eccellente materia per un film di grande successo artistico e commerciale.
Ad Eboli, che Cristo non ha oltrepassato, il Confinato lascia la ferrovia ed inizia il suo viaggio verso le desolate terre di Lucania.
È scortato da due agenti in borghese ed una piccola automobile sgangherata lo attende fuori della stazioncina.
E qui egli incontra l’essere dalla doppia natura che sarà il suo compagno nel deserto dell’esilio: il cane Barone, “frusco” misterioso come la sua origine. Se ne sta seduto in un canto del piccolo piazzale assolato, con un cartellino appeso al collare; e sul cartellino è scritto: “Mi chiamo Barone e sono un buon cane. Chi mi trova abbia cura di me”. Nei pochi istanti di sosta necessari per le formalità, il Confinato e il cane si guardano. Quando già sta seduto nell’automobile l’uomo fa un lievissimo cenno al cane, che non gli ha tolto gli occhi di dosso; e la bestia con un balzo lo raggiunge e si rannicchia nel fondo della macchina, sui piedi del nuovo padrone.
La macchina parte e si addentra in una regione favolosa e sconosciuta, mare di terra biancastra, monotona e senz’alberi, dove i paesi appaiono bianchi e lontani, ciascuno in vetta al suo colle, tra precipizi di argilla bianca.
In uno di questi remoti villaggi la macchina si ferma. Le strade sono deserte, le porte di quasi tutte le case, che paiono in bilico sull’abisso, sono incorniciate di stendardi neri, alcuni nuovi, altri stinti dal sole e dalla pioggia, come se tutti gli abitanti fossero morti.
Al passaggio degli stranieri, da un uscio sbuca un bambino di pochi anni vestito da frate; poco più in là altri bambini giocano attorno ad una capra che viene inforcata da una bimba in veste monacale.
Consegnato al Segretario comunale, il Confinato viene lasciato a sé stesso e prende alloggio in casa di una vedova: il marito è morto alcuni anni prima di una malattia misteriosa e sconosciuta ai medici, vittima di un filtro di una strega contadina.
Così il Confinato inizia la sua vita d’esilio, che verrà narrata dal film attraverso gli episodi più importanti e tipici del romanzo, quasi tutti originati dalla situazione (che la stesura del presente soggetto presuppone noto a chi legge) che viene a crearsi per la presenza in paese di un uomo colto, comprensivo, umano e dotto nell’arte più importante per quegli indigeni sempre in lotta con le malattie: l’arte medica.
Simile alla magia, dalla quale non la dividono, nel mondo contadino, confini precisi, la medicina crea subito attorno al forestiero un’aureola di rispetto; e la simpatia del saperlo esiliato – e dunque perseguitato dalle oscure e lontane forze dello Stato – aumenta il fascino e il prestigio di lui.
Le prime guarigioni confermano l’iniziale istintiva fiducia che ha spinto le donne a raccogliersi fin dal primo mattino davanti alla porta del Confinato recandogli i figli infermi; e l’ostilità dei due medici locali, ignoranti ed esosi, che pretendono di esercitare la loro professione come un diritto feudale di taglieggiamento, trasforma presto quella fiducia in un favore popolare pieno di oscuri fermenti di rivolta. E la rivola sarà sul punto di scoppiare e di dare sangue quando l’inimicizia delle autorità impedirà al Confinato di giungere in tempo per salvare un malato, giù nella valle.
Ma il vero filo conduttore di tutto il racconto potrà trovarsi nello sviluppo di un altro spunto cui il romanzo accenna di passaggio. Esiste nella regione un’antichissima usanza: se muore il padre le figlie restano per tre anni recluse, un anno se muore il fratello. È una clausura rigida e completa, che non viene rotta neppure per andare a Messa.
Il Confinato sente ben presto parlare di una ragazza del paese, la più bella e la più “signora”, che si è rinchiusa da molti mesi per la morte del fratello, l’unico figlio maschio del possidente.
È, questi, un vecchio sottile dal viso intelligente; buono e triste, vive solitario, senza legarsi alla piccola borghesia astiosa che domina il paese.
Un mattino, il Confinato che ha ottenuto il permesso di allontanarsi dalle case per qualche centinaio di metri con il pretesto di dipingere, se ne sta sul viottolo scosceso e argilloso, solo con Barone e intento a prendere appunti per il libro di memorie cui si è dedicato. Il cavalletto con la tela tesa e sbozzata è lì accanto.
D’improvviso, il Confinato vede ritta davanti a sé una ragazza molto bella; gli è giunta vicino senza farsi sentire e si è fermata a guardare con franca e primitiva curiosità il dipinto abbozzato e il forestiero. Il Confinato non ricorda di averla mai veduta in paese; e infatti la ragazza porta il costume di un paese vicino.
L’uomo che scrive e dipinge, i colori sulla tela, il cane di razza sconosciuta, tutto è argomento di assorto stupore per la ragazza; sembra che ai suoi occhi tutto assuma un carattere quasi magico. Anche quando ride, il suo sguardo conserva qualcosa di pesante, di lontano e misterioso.
Il Confinato risponde divertito e interessato alle domande di lei; la guarda con attenzione, fa a sua volta domande cui la ragazza risponde con fresca semplicità. Quando essa dice di abitare a Stigliano, dietro quel poggio là in faccia, una luce di malizia le brilla per un istante negli occhi scuri.
Poi, leggera e maestosa, se ne va senza più volgersi indietro.
Invano, il Confinato tenta di sapere, dalla gente del paese, chi potesse essere quella fanciulla; nessuno sa dirgliene niente ed egli non ne sa più nulla fino a che, in circostanze quasi eguali, la incontra per la seconda volta.
E questo incontro è più lungo del primo. Ma anche stavolta la ragazza scompare senza lasciare traccia. Giunge intanto la solennità festiva in cui il Confinato suonerà l’organo in Chiesa, secondo la promessa che ha fatto al vecchio Arciprete. La Chiesa è uno stanzone imbiancato a calce, con un modestissimo altare su una predella di legno e alcune vecchie tele annerite appese alle pareti; la vera chiesa giace da tempo in fondo ad un burrone, trascinatavi dalle piogge che ogni anno provocano il franamento di qualche costone d’argilla e il crollo di qualche casa. Le macerie si distinguono ancora bene, tra il fango seccato, là in fondo; ancora affiorano, con i tronconi di colonne e di travi, le grandi statue infrante dei santi.
E di solito il vecchio arciprete, che è guardato con avversione dai ricchi e con indifferente disistima dai contadini, celebra le sue povere funzioni davanti ai banchi vuoti; ma poiché tutti sanno che il Dottore suonerà l’organo, la chiesa quella domenica è piena.
A messa finita, tra la gente che affolla il sagrato e fa ressa attorno al Confinato per rallegrarsi e complimentarlo, questi vede d’improvviso la ragazza sconosciuta: il vecchio possidente S. gliela presenta come sua figlia, quella che ha terminato l’anno di clausura.
La ragazza appare impassibile, come se vedesse il Confinato per la prima volta; solo più tardi, commenterà con una fresca e allegra risata lo stupore di lui, rispondendo in tono di scherzo evasivo e divertito alle sue domande.
Da quel giorno, un’amicizia sempre più forte e singolare lega il Confinato a Concetta. Le occasioni degli incontri non sono facili, ma vengono moltiplicate dall’ingegnosità dei due giovani: ora è il Confinato che si reca a visitare il padre di lei, ora è Concetta che con i pretesti più diversi – e sempre accompagnata da un’amica o da una vecchia serva – giunge alla casa della vedova, ove il Confinato alloggia. Non parlano mai d’amore anche perché il Confinato non è affatto certo di amare quella ragazza così elementare e primitiva. Ma essa finisce per rappresentare, per lui, qualcosa di essenziale: come se in lei fosse racchiuso l’antichissimo segreto di quelle terre favolose, ed essa, nello svelarglielo a poco a poco, lo avviasse, per un magico sentiero di iniziazione, alla scoperta di un mondo sconosciuto e insieme della sua innamorata anima di fanciulla.
Gli parla, Concetta, della donna-vacca; e degli uomini-lupi, di come si trasformino e di come occorre accoglierli quando, al mattino, ritornano a casa; della moneta d’argento che serve a combattere la risipela e del coltello dal manico nero che guarisce l’itterizia; gli recita le formule magiche, ereditate da lontananze remote, che combattono gli influssi maligni e le malattie più svariate: “Lunedì santo – martedì santo – mercoledì santo – giovedì santo – venerdì santo – sabato santo – domenica è Pasqua – ogni verme in terra casca”.
E attraverso gli occhi neri di Concetta, che dappertutto e in tutte le cose vedono unita la natura divina e magica a quella sensibile e umana, anche il Confinato, figlio del nord, impara a sentire, nelle cose, nuove voci e a vedere del mondo che lo circonda aspetti nuovi e insospettati. Il segreto dell’antichissima anima contadina che si apre a poco a poco; né egli saprebbe più dire, alla fine, che cosa ancora distingua l’emozione di questa scoperta dall’amore per colei che ve lo ha guidato.
Per Concetta, l’uomo del nord, l’uomo che scrive e dipinge e sa curare i mali e parla diversamente da tutti gli altri uomini che essa conosce, ha un fascino che essa, nella sua semplicità elementare, non tenta nemmeno di contrastare. Non se ne difende se non con le precauzioni che antiche costumanze esigono nei rapporti tra i due sessi; né mai si fa trovare proprio sola con lui. Ma il Confinato sa bene che essa lo ama.
Passano i mesi, e giunge l’inverno.
Dal fondo dei burroni il vento sale con i suoi vortici gelidi e soffia continuo, come venisse da tutte le parti. Poi, quando il vento s’acqueta, viene la neve. Le mani delle donne si arrossano per il gelo, sopra i veli bianchi appaiono le grandi mantiglie di lana nera; e un’immobilità più ferma, un silenzio più fitto del consueto si addensa sulle distese solitarie dei monti.
Passa per il paese il gigantesco sanaporcelle; i ragazzi prendono a girare di porta in porta al suono rauco del cupi-cupi cantando antiche nenie; giunge il Natale e poi la fine dell’anno.
Il Confinato non ha ottenuto dalle autorità il permesso di uscir di casa, quella notte; e se ne sta solo, nella sua cucina, davanti a un fuoco che soffia e cigola mentre fuori urla una tempesta di vento e di neve. Sul canterano, l’orologio è fermo; lo ha fermato il Confinato, quasi per ignorare il passaggio del tempo. D’improvviso l’uscio si apre e spinte dal vortice entrano nella stanza fumosa due donne avvolte nelle grandi mantiglie nere. Sono Concetta e la vecchia serva.
Il volto della ragazza è rosso per il gelo e per l’emozione; i suoi occhi scuri hanno una luce più intensa del solito. La gente è tutta in giro per le case, stanotte; ed essa è riuscita a svicolare e a giungere fin qui. Trae di sotto lo scialle una focaccia e la depone sul tavolo; poi accenna a ripartirsene. Il Confinato la trattiene; ed è questo il loro colloquio più lungo e più ricco di cose, dette e non dette.
Sul tavolo stanno sparsi i fogli delle memorie di lui; Concetta, che sa appena leggere il libro da messa, li ha sempre guardati con estatica ammirazione, e questa sera chiese se in quel “libro” si parli anche di lei. Il Confinato prende a leggere forte; le legge il racconto del loro primo incontro, e poi degli altri, e di ciò che essa ha rappresentato per lui. Concetta ascolta assorta e sorpresa; non ha mai visto sé stessa così come l’uomo l’ha vista, e il sorgere di quella sua nuova e insospettata immagine ha per lei qualcosa di una magica evocazione.
La vecchia serva affretta la partenza, ma sembra che Concetta abbia ancora qualcosa da dire, forse proprio la cosa per cui è venuta; e infatti prima di uscire dice che suo padre le ha proposto le nozze con un possidente del luogo. Poi scompare, oltre l’uscio, nella tempesta di neve.
Questa notizia tocca il Confinato assai più profondamente di quanto egli non credesse. Per qualche tempo il dubbio sulle decisioni da prendere è in lui fortissimo. Per la prima volta sente quanto, attraverso Concetta, sia legato a quei posti, a quelle terre, a quei costumi, e l’idea di rinunciare per sempre al mondo da cui è venuto, di immergersi per tutta la vita in questo nuovo mondo così pieno di antichissima saggezza, di dedicarsi per il resto della vita a quei contadini che lo amano e lo venerano come un taumaturgo, lo tenta profondamente. Soprattutto, non vuole perdere Concetta; e un giorno decide di recarsi a chiederla in moglie al padre.
È appena entrato in paese, quando don Cosimino, il piccolo e gobbo ufficiale postale, gli corre incontro con gli occhi lucenti di gioia, agitando un messaggio. È la notizia della liberazione. Il Confinato può lasciare il paese e tornarsene a casa l’indomani stesso, se vuole.
La notizia si è sparsa in un baleno. Le piccole autorità locali si affrettano a circondare il Confinato e a fargli i loro rallegramenti, ma egli non ode nulla e risponde a caso. Ha sentito d’improvviso la provvisorietà di tutto ciò che gli è successo dal momento del suo arrivo, e uno smarrimento profondo si è impadronito di lui.
Pure Concetta ha appreso, quasi subito, la notizia. Suo padre le parla con comprensione umana: conosce da molto tempo i sentimenti di lei per quel forestiero e la comprende, ma non sarebbe saggio unire per tutta la vita due creature di stato così diverso. Trasportata nel mondo di lui, essa gli apparirebbe presto disadatta e lontana; e legato ai posti ed alla vita di lei, egli non tarderebbe a sentirsi sacrificato ed infelice.
Concetta assente in silenzio. Ha compreso; e quando rivede il Confinato gli annuncia di essersi fidanzata con l’uomo che suo padre le ha destinato. La festa di fidanzamento avrà luogo fra poche sere e il Confinato è invitato ad assistervi.
Alla neve sono successe le piogge, lunghe, abbondanti, senza fine. Il paese si copre di nebbie biancastre, stagnanti nelle valli; le argille incominciano a sciogliersi e a colare lente per i pendii scivolando in basso.
La festa di fidanzamento si svolge in casa di Concetta, con i riti e le danze tradizionali. Il Confinato vi assiste passivamente, come se qualcosa gli fosse morto dentro. Il suo sguardo segue Concetta, che invece non lo guarda mai.
Ad un tratto grida confuse si odono nella strada, sotto la pioggia scrosciante, e l’uscio viene tempestato di colpi. Qualcuno si è accorto che la scarpata d’argilla su cui è costruita la casa sta franando.
La campana ha incominciato a lanciare i rintocchi d’allarme, mentre i convitati, tra la confusione e le grida, si precipitano verso le uscite. Con uno scricchiolio sinistro le antiche mura si fendono; e le urla di terrore si smorzano tra lo scroscio del fango che travolge in fondo al burrone uomini e cose.
L’opera di salvataggio, alla luce rossastra delle fiaccole, è lunga e difficile. Il Confinato si è liberato da solo per il primo e lordo di fango, ferito, ansante, non ha avuto che un pensiero: ritrovare Concetta e salvarla.
La ragazza viene dissepolta svenuta; il Confinato si rende subito conto che essa è in fin di vita.
L’ha fatta trasportare nella sua stanza e l’assiste. La ragazza apre gli occhi, si vede sola con lui e dice ciò che non gli ha mai detto. Gli ha sempre voluto bene; e quel loro primo incontro era stato cercato da lei, che aveva sentito parlare dello straniero e voleva vederlo e per vederlo aveva rotto la clausura, travestita con il costume di Stigliano; e sa che anche lui le vuole bene … Dunque, meglio morire, se tanto non avrebbero potuto, in questo mondo, appartenersi … Ma di una cosa lo prega: quello che sono stati, l’uno per l’altro, è più bello che rimanga segreto; e allora tolga da quel suo libro i fogli che parlano di lei e del loro amore… Poi chiude gli occhi e non li riapre più.
Il più profondo silenzio grava ora nella piccola stanza. Con gesto lento, come in un rito il Confinato ha strappato dal manoscritto alcune pagine e le depone sul fuoco che arde nel caminetto. Una più viva vampata getta i suoi bagliori sul volto grave di Concetta, addormentata nel sonno della morte.
Il mattino della partenza il cielo è limpido e freddo. I paesani sono tutti raccolti attorno alla vecchia automobile sconquassata che porterà il Confinato oltre la linea dell’orizzonte. Donne e uomini baciano le mani al Confinato, che abbraccia i suoi amici. Molti piangono. Gli dicono “Resta con noi. Tu sei un cristiano buono. Resta con noi contadini”.
“Tornerò” risponde il Confinato; ma gli altri scuotono la testa: “Se parti non ritorni più”.
Finalmente la vecchia macchina sussulta, si allontana, si perde oltre la curva della strada.
Ma quando sta per superare l’ultima balza, il Confinato la fa fermare. Il suo sguardo lungo e lento abbraccia per l’ultima volta i colli, le case, le viottole; si arresta sul piccolo cimitero…
La macchina riprende la corsa; e quel mondo remoto scompare per sempre dietro la collina.
