Abstract
Il saggio prende in esame gli interventi di Carlo Levi, eletto in Senato come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano. Questo suo stato spiega il margine di libertà che lo scrittore si ritaglia, pur nel rispetto formale della cornice di riferimento. I discorsi di Levi riguardano in genere temi legati alla cultura, alla politica estera e a fatti interni di politica o di cronaca; in essi è dato riscontrare acutezza di analisi e spesso una forza prefigurativa di ciò che sarebbe poi accaduto. Capita di riscontrare nei discorsi il collegamento con l’attività di Levi scrittore; ad esempio, con L’Orologio; e sembra talvolta affiorare quasi autocritica rispetto al passato azionista. Immutata rimane la capacità di riassumere i valori della democrazia.
Quando viene eletto senatore come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano (PCI), nell’aprile 1963, Carlo Levi non è soltanto uno scrittore e un artista affermato da decenni, ma rappresenta con efficacia quegli intellettuali che hanno alternato il loro impegno culturale con un più diretto impegno nella politica quando i tempi lo rendevano necessario. Ha ormai superato i sessant’anni e ne avrà altri dodici da vivere con intensità, intelligenza e passione. Il suo primo intervento in Senato lo compie nel dicembre di quello stesso 1963, quando deve giustificare il suo voto nei confronti del nuovo governo, un governo nuovo in tutti i sensi.
La gestazione del centro-sinistra aveva conosciuto un cammino lungo e faticoso, durato circa dieci anni, che era sembrato accelerarsi nel 1956, quando i socialisti si erano più marcatamente staccati dal PCI in seguito al XX congresso e all’invasione sovietica dell’Ungheria, e che aveva preso corpo a cavallo del decennio e soprattutto dopo l’avventura pericolosa del governo Tambroni. Se il primo governo a maggioranza di centro-sinistra era stato quello di Fanfani nel febbraio del 1962 (un tripartito con l’appoggio esterno del Partito Socialista Italiano (PSI)), il governo Moro del dicembre 1963 era stato il prima centro-sinistra “organico”, come venne presto chiamato. Il governo Fanfani si era distinto per una intensa attività riformatrice, i cui cardini erano stati la riforma della scuola media inferiore, la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’introduzione della “cedolare secca” sulle azioni. “L’ingresso a pieno titolo del PSI nel governo è previsto per la quarta legislatura (1963–1968), per allineare la politica all’evoluzione della società italiana negli anni del boom economico, delle migrazioni Sud-Nord e della cementificazione del suolo e dei litorali. La svolta è facilitata dal nuovo corso kennediano e dalle aperture conciliari del Concilio Vaticano II, che favoriscono il superamento di vecchi schemi. Al tempo stesso, essa viene frenata dalle divergenze interne al PSI, dalla congiuntura economica negativa e dagli accesi contrasti tra innovatori e conservatori, sia in seno alla Democrazia Cristiana (DC) sia più in generale nella società italiana.” (Franzinelli e Giacone, 2010: XII).
In realtà le dinamiche politiche che portano alla formazione del nuovo governo avevano mostrato come le forti spinte riformiste che erano state alla base della sofferta scelta socialista di abbandonare un cammino privo di sbocchi – quello dell’alleanza stabile con i comunisti – fossero state ampiamente ammorbidite e ovattate da una Democrazia cristiana che mirava, innanzitutto, a restare il partito egemone della politica italiana e che non voleva assolutamente perdere pezzi della sua componente più retriva e conservatrice (anche se, ovviamente, aveva messo in conto di perdere qualche voto di quella parte dell’elettorato). Nella sua Storia dell’Italia repubblicana (Lanaro, 1997), ancora il miglior ritratto dei primi decenni di vita repubblicana, Silvio Lanaro intitolava “l’illusione riformista” la prima esperienza di centro-sinistra, considerandola già perdente sul terreno delle grandi riforme (casa, fisco, scuola), anche se la scuola media unificata può ancora oggi sembrare, con l’occhio al dopo, un momento di trasformazione profonda e positiva. Di contro, tuttavia, va considerato il fallimento della riforma urbanistica, che accompagna anche la fine del primo brevissimo (altro segno di debolezza intrinseca del progetto riformista) governo Moro, caduto nel giugno 1964 e a cui farà seguito la grave crisi dell’estate segnata dalla minaccia del Piano Solo e da quel “rumore di sciabole” di cui parlerà successivamente Pietro Nenni.
Che percezione aveva Carlo Levi del complesso intreccio di trame che si aggrovigliava attorno alla nascita del centro-sinistra? Pur essendo stato eletto come indipendente nelle liste del PCI Levi non poteva evitare di adattare le proprie scelte politiche a quelle dei comunisti italiani, che avevano scelto con nettezza di stare all’opposizione e di guardare con attenzione ma senza alcuna fiducia alle ipotesi riformatrici che pure provenivano da personalità che avevano fatto dentro al PCI un bel pezzo di strada (il riferimento principale è ovviamente ad Antonio Giolitti). Era dunque impensabile, senza un tacito consenso di Togliatti, che Levi non scegliesse di votare a favore del governo Moro. Il terreno su cui aveva invece ampia libertà era quello delle motivazioni, del giudizio sulla fase, di un’attenzione non solo di facciata ma più profonda per cercare di capire cosa si muovesse nell’Italia che aveva appena raggiunto il culmine del proprio sviluppo economico – il boom – per iniziare ad affacciarsi nella lunga stagione della “congiuntura”.
Rievocando – seppure non esplicitamente – la famosa distinzione tra “contadini” e “luigini”, qui Levi giunge a contrapporre, in modo meno approfondito e più di senso comune, “il mondo popolare della cultura” con “il mondo del potere”, riconoscendo che quel “dissidio” non pare essere superato dalla presenza, dentro il Governo, di persone stimate e in passato a lui molto vicine, “amici carissimi alcuni, altri, illustri capi di partito, con i quali, pur nella diversità degli indirizzi, mi sono trovato a fianco fin dalla prima giovinezza, e in momenti fondamentali di scelta ed azione” (Levi, 2003a: 48). Levi richiama esplicitamente la sua opera L’Orologio (Levi, 1950) per rendere omaggio alla buona fede, alla passione intellettuale, al freddo ardore e alla sicurezza razionale dei suoi amici, di queste “sublimi, astratte aquile” come le aveva chiamate nel suo romanzo politico del 1950. Ed è proprio l’astrattezza di una politica che riconosce essere, benché conservatrice, “intelligente ed efficace” di contro a quella “ottusa e suicida” dei governi centristi, a costituire per lui il limite che non gli permette di maturare un giudizio positivo sulle scelte dei suoi tanti amici ed ex compagni di lotta: Questa visione del centro-sinistra è dunque nobile, aristocratica, illuminata, e del tutto astratta, tanto più astratta quanto più tecnica, intelligente, competente, fondata sull’indagine economica e sociale più moderna. (C’è, al fondo, una sorta di superbia intellettuale; di questa superbia intellettuale abbiamo peccato anche noi, e la conosciamo, fino a quando l’esperienza del mondo contadino ce ne ha guarito, e abbiamo cercato di metterla fuori da noi, diventata poesia) (Levi, 2003a: 51).
È trascorso poco più di un anno dalla crisi dei missili che ha condotto l’umanità sull’orlo di un conflitto atomico e Levi vede con lungimiranza in una politica di disarmo la chiave di volta di nuove relazioni internazionali adeguate all’evoluzione dei tempi. Chiede quindi “all’amico Arnaudi” 1 come possa conciliare la sua visione con la politica estera “contraria” del governo, basata sull’equilibrio del terrore e sull’idea – cara anche al Ministro degli Esteri Saragat – della forza atomica multilaterale. Quanto all’atteggiamento del governo verso il movimento di liberazione, oltre a ricordare la pervicacia nel non riconoscere stati come la Cina popolare o la Germania democratica, Levi rimarca i rapporti ambigui, ma anche sempre più stretti, con la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar e il Sudafrica del regime di apartheid. Nel richiamare la lotta dei popoli che lottano per la propria indipendenza Levi non può fare a meno di ricordare come la questione della terra rimanga quella centrale, e come non sia sufficiente rispondervi con una riforma agraria (come quella italiana) fallita perché fatta senza o contro i contadini. La chiave di volta deve essere la partecipazione del popolo, al di là dell’incontro tra socialisti e cattolici e tra Partito democristiano e Partito socialista; e soprattutto la partecipazione della gioventù “che rifiuta, insieme, le vecchie strutture e la nuova alienazione, e vuol costruirsi, autonoma, un suo mondo libero” (Levi, 2003a: 54).
Se si considera che uno dei maggiori terreni di scontro dentro il governo e soprattutto tra democristiani e socialisti riguardava proprio la politica estera (il capo dello Stato, Antonio Segni, riteneva i socialisti promotori di un neutralismo pericoloso e sovversivo), si può intuire quanto l’insistenza di Levi sulla problematica atomica cercasse di incidere nelle dinamiche interne al partito socialista per rafforzare la corrente di sinistra rimasta dopo la scissione del Partito Socialista Italiano d’Unità Proletaria (PSIUP) (quella di Lombardi e Giolitti). Mario Isnenghi, nel giudicare questo discorso, ha sottolineato come: allo storico interessano le congruità e le originalità d’epoca e sembra evidente che un discorso come questo abbia piena ed alta titolarità storica, pronunciato com’è da chi si sente interno a un movimento che avanza e, nello stesso tempo, vi si muove con grande senso di autonomia critica e con una autorità personale che viene da lontano. (Isnenghi, 2003: 21)
Levi, in questo caso, si lascia andare al suo estro di scrittore e racconta del suo viaggio in Cina nel 1959, un paese in cui tutto appare diverso, che è: il mondo del principio di identità in luogo del principio di causa, il mondo dove, all’inizio dei tempi, una rosa è una rosa, e dove non esistono né divinità né peccato. Questo mondo così diverso e apparentemente estraneo, l’abbiamo conosciuto; e in noi stesso riconosciuto. (Levi, 2003b: 56)
In genere gli interventi di Levi in Senato riguardano i temi legati alla cultura (il VII centenario della nascita di Dante, la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, i contributi per la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano e la Quadriennale di Roma, la morte di Giorgio Morandi, l’Accademia dei Lincei, il patrimonio di Firenze danneggiato dall’alluvione) o quelli, già visti, della politica estera (l’intervento americano in Vietnam) anche se diversi sono legati ad avvenimenti particolari, sia politici che di cronaca, che lo spingono a intervenire (la polemica sulla rappresentazione del dramma teatrale Il Vicario (Hochhuth, 1964) a Roma, i provvedimenti da prendere dopo la frana di Agrigento, i disegni di legge sulla scuola materna, il terremoto in Sicilia del gennaio 1968, l’esonero del preside del liceo Parini di Milano per avere difeso gli studenti che avevano occupato la scuola).
Un intervento di grande spessore è quello che Levi pronuncia il 31 agosto 1968, in seguito alle comunicazioni del governo relative ai “fatti di Cecoslovacchia”. Partendo dalla constatazione che si sta vivendo “un movimento universale di rivoluzione” che, sia pure in forme e modi diversi, ha “una sola data di origine e di inizio: la rivoluzione di ottobre”, Levi suggerisce di esaminare i drammatici avvenimenti di Praga nell’ottica di “quel grande moto universale di rivoluzione e di libertà”. Non ritiene che possa giudicarli, infatti, chi “ha dimostrato comprensione per il genocidio in Vietnam” (Levis, 2003b: 216) o ha giustificato i tentativi di invasione di Cuba e Santo Domingo, dal momento che si verserebbero, in questo caso “lacrime ipocrite”. Gli uomini liberi, tuttavia, possono giudicarli per quello che sono, “un grave momento di arresto di una fase importante dello sviluppo della rivoluzione socialista”, come ha dichiarato – rammenta – il partito comunista che, per bocca del suo segretario Luigi Longo, ha definito l’intervento sovietico “un funesto errore. Come una contraddizione ai principi stessi del XX congresso”.
In realtà Levi va ben oltre il giudizio prudente e ovattato del PCI, anche se formalmente non vuole apparire di discostarsi da esso; e sembra quasi dialogare con la critica all’invasione di Praga fatta da una parte dei gruppi extraparlamentari di allora, che condannavano senza riserve l’azione di Mosca ma vedevano come utile e possibile solamente una fuoriuscita “da sinistra” dalle difficoltà e crisi dei regimi comunisti. Levi intravede nei fatti di Praga una “scissione” tra i due momenti fondamentali di ogni rivoluzione, la spinta di rottura del moto popolare e la creazione statale di nuove strutture di potere. In questo caso l’intervento: di un potere esterno che si proclama e si crede forse (si crede certamente, direi) fraterno, ma che in realtà si presenta con la violenza saturniana ed arcaica dei padri in un Paese dove – i fatti lo hanno mostrato – i due momenti di spontaneità popolare e di organizzazione statale andavano coincidendo (Levi, 2003b: 217). non soltanto un grave ostacolo a un processo di rinnovamento in atto, ma il sintomo allarmante di una scissione, di un invecchiamento, della perdita di coscienza di una funzione rivoluzionaria in coloro che della propria azione rinnovatrice hanno voluto fare un modello immobile (Levi, 2003b: 217)
Da questo punto di vista sembra di poter dire che la potente capacità di analisi politico-poetica che Levi aveva espresso mirabilmente decenni prima ne L’Orologio fosse venuta meno o si fosse per lo meno fortemente annebbiata. Non è solo una visione del mondo comunista che appare troppo influenzata dall’autonarrazione e dall’autorappresentazione che i comunisti italiani fanno di sé a costituire il limite delle considerazioni di Levi. È soprattutto l’idea unitaria di guardare come a un continuum quello che è accaduto dall’ottobre 1917 in avanti, negli anni ’30 come negli anni ’40 e ’50, appiattendo la propria stessa storia di quegli anni – dalla partecipazione al partito d’Azione alle battaglie dell’immediato dopoguerra – a costituire il segno di una debolezza analitica che Levi sembra mostrare negli ultimi anni della sua vita. Il tema del socialismo e del comunismo, del fine ultimo della battaglia per la liberazione dell’uomo, viene vissuto come una fede che non può essere rinnegata sulla base dell’evidenza e dell’esperienza storica. È questo il peccato originale della maggior parte dell’intelligencija italiana nei venticinque anni, e forse anche oltre, che sono trascorsi dalla Liberazione e dalla vittoria della Repubblica.
In analisi più puntuali, nei consueti pur se non frequenti interventi che Levi fa sulle comunicazioni del governo – in genere nei momenti della loro nascita o crisi o di avvenimenti eccezionali – appare ancora presente una sorta di capacità prefigurativa di quello che avverrà nel decennio successivo, negli anni immediatamente successivi alla sua morte. Parlando in occasione della presentazione del terzo governo Rumor nell’aprile 1970, Levi mette in evidenza che è la mancanza di un’alternativa quella che fa credere immutabile la formula ormai esaurita e svuotata del centro-sinistra, che è la pervicace volontà democristiana di mantenere il dominio della politica, a rendere impossibile un salto storico analogo a quello avvenuto nel dopoguerra, che appare a lui come a molti inevitabile per il progresso del paese.
Levi non farà a tempo a vedere come l’apparente alternativa che prenderà corpo nella seconda metà degli anni ’70 – l’alleanza tra democristiani e comunisti – finirà anch’essa sconfitta dalla capacità egemonica di potere della DC, anche se porrà le basi per una crisi più profonda che, dopo un altro decennio, contribuirà al tramonto della prima repubblica. Mentre parla in Senato, tuttavia, Levi riesce a intravedere e a prospettare un futuro possibile (che non si concretizzerà anche per la debolezza e la paura che il PCI di Berlinguer manifesterà nell’incontro di governo con la DC), e con coraggio e acume individuerà ancora una volta nella questione meridionale e nel tema dell’emigrazione il terreno di verifica di ogni possibile progetto riformatore.
L’ultima frase con cui Levi conclude il suo intervento sul governo Rumor, che è anche l’ultimo dei suoi interventi in Senato, mostra quanto la sua capacità di riassumere con chiarezza e semplicità i valori della democrazia non si fosse per nulla indebolita. Rispondendo all’affermazione di Rumor secondo cui gli italiani chiedevano di essere governati, lo scrittore affermava: “Non chiedono, non vogliono essere governati, ma vogliono governarsi. È una differenza che pare minima e formale, ma in questa minima differenza c’è tutto il significato ed il valore della libertà” (Levi, 2003b: 265).
