Abstract
America is a recurring subject in the works of Carlo Levi, and many of his writings on this country and its culture fall within the tradition of travel literature. Levi's interest in the United States, which can be traced between 1945 and 1960, follows a unique itinerary. Levi constructs a personal American myth long before visiting the country: over the years he develops, revisits, and overcomes this myth. This essay retraces the steps of this journey, attempting to contextualize the evolution of the American theme in Levi's writings, both within the tradition of twentieth century travel literature, and in relation to the reportages that Levi offered from other parts of the world. The goal is to transcend the very definition of travel literature, which is limiting for Levi's writings on American subjects.
Gli Stati Uniti e, più in generale, la cultura americana hanno esercitato una forte influenza sull’immaginario italiano del Novecento, come si può evincere anche grazie ad una ricca produzione di letteratura di viaggio. 1 L’America è un soggetto ricorrente nelle opere di Carlo Levi e molti scritti leviani di argomento americano si inseriscono sul solco di questa tradizione odeporica. L’interesse di Levi per gli Stati Uniti, collocabile principalmente tra il 1945 e il 1960, va però oltre la scrittura di viaggio e segue un itinerario per certi versi unico. Levi articola infatti un personale mito americano ben prima di visitare il paese e nel corso degli anni sviluppa, rivisita e supera tale mito. Si intende qui ripercorrere le tappe di questo percorso a partire dalle sue origini. Verrà preso in esame quindi l’evolversi del tema americano negli scritti di Levi, cercando di contestualizzarlo all’interno della letteratura di viaggio novecentesca e in relazione ai reportages che lo stesso autore ha offerto da altre parti del mondo. Tuttavia, l’obiettivo ultimo sarà di superare la definizione stessa di letteratura di viaggio, limitante per gli scritti leviani di soggetto americano.
Come è noto, Levi fu autore di numerosi reportages oltre ai volumi dedicati interamente a specifiche esperienze di viaggio. 2 Il viaggio per Levi è anche e soprattutto esperienza conoscitiva, la ricerca di un eden perduto (D’Amaro e Ritrovato, 2003: 7). Come ha illustrato Rosalba Galvagno, nei suoi scritti Levi si pone a metà strada tra un’antropologia reale ed una immaginaria (Galvagno, 2021: 117). La sua visione dell’America incarna perfettamente questa ambiguità, proponendosi in parte come oggetto di un’attenta osservazione scientifica, dall’altra come prodotto della sua immaginazione. Levi è uno straordinario mitografo e l’America è per lui, innanzitutto, un mito. Tale mito appartiene al mondo contadino ed è emanazione stessa di questo, strettamente legato quindi al tema dell’emigrazione. È sbagliato però considerare questa idea come granitica e inamovibile. Nel corso degli anni in cui viene articolato e poi verificato attraverso esperienza diretta, il mito americano perde i suoi connotati ideali. Man mano che le osservazioni di Levi si fanno più puntuali, a fronte di un contesto politico e socioculturale in evoluzione, il fascino del paese viene a mancare. Nel confronto con un’America sempre più reale, la visione di Levi cambia radicalmente. Da un’iniziale adesione, si passa ad un rifiuto, soprattutto del consumismo, dell’emarginazione sociale e della concezione della storia americani. Per meglio comprendere questo approdo intellettuale, sarà importante delineare come prima cosa gli elementi di base del mito leviano dell’America.
Contorni e origini del mito americano
Gli elementi fondanti dell’America di Levi, così come un’ampia porzione dell’immaginario leviano, si possono far risalire ad alcune delle pagine più celebri di Cristo si è fermato a Eboli (1945). Nel capitolo in cui descrive gli americani di Aliano, Levi elabora i punti salienti della sua visione, strettamente legata al tema dell’emigrazione italiana in America. Questi americani di Aliano altro non sono se non alcuni reduci di una delle principali ondate migratorie dei primi del Novecento, i quali hanno fatto ritorno e vivono nel ricordo della prosperità che hanno lasciato alle spalle. L’America, però, domina l’immaginario contadino, non soltanto come destinazione di migliaia di lucani in cerca di fortuna, ma anche e soprattutto come risposta ad un problema esistenziale.
Levi spiega come i contadini sentano lontano lo Stato italiano, rifiutando l’autorità di Roma in quanto simbolo remoto di oppressione. Accolgono invece l’America come un idealizzato ricettacolo delle loro speranze di rivalsa sociale. Questa concezione salvifica consolida l’idea degli Stati Uniti come luogo reale e mitico insieme. Per i contadini di Aliano, come ogni altro aspetto del reale, anche l’America ha una doppia natura: “È una terra dove si va a lavorare, dove si suda e si fatica, dove il poco denaro è risparmiato con mille stenti e privazioni, dove qualche volta si muore, e nessuno più [ti] ricorda; ma nello stesso tempo, e senza contraddizione, è il paradiso, la terra promessa del Regno” (Levi, 1945: 117).
Nell’immaginario leviano, l’America è definita ripetutamente come un mondo “mitologico”, “un paradiso”, “un’isola nel cielo” (Levi, 1945: 126). Proprio per questa sua doppia natura, è una destinazione reale quindi, ma anche un simbolo di liberazione da una condizione sociale avversa.
Nel 1947 Levi visita per la prima volta gli Stati Uniti, quando accompagna l’ex primo ministro Ferruccio Parri in un viaggio di due mesi che tocca entrambe le coste, facendo tappa a San Francisco, New York e Chicago. Questa visita coincide con la pubblicazione del Cristo in traduzione inglese e si trasforma in un vero e proprio tour promozionale che consolida la reputazione di Levi presso pubblico e critica americani (Beltrami, 2016: 419). Molte recensioni del romanzo ancora guidano la percezione mediatica e la comprensione critica di Levi, concentrandosi in particolar modo sulla rappresentazione leviana della civiltà contadina (Beltrami, 2016: 423–426). Anche l’impressione che il paese fece su Levi fu però notevole. Nelle riflessioni e nei referti privati relativi a questo soggiorno, trasuda un generale entusiasmo: da una parte Levi è sedotto dall’accoglienza che riceve, dall’altra è stupito per il vasto potenziale che questo paese sprigiona. 3
In seguito allo straordinario successo dell’edizione americana del Cristo, Levi viene invitato a pubblicare alcune testimonianze sull’Italia contemporanea su prestigiose riviste e quotidiani statunitensi. Su Life Magazine pubblica un ampio saggio dal titolo “Italy's Myth of America” (Levi, 1947: 84–95) in cui espande e contestualizza parte di quanto già scritto nel suo romanzo. 4 Levi offre un’ampia ricostruzione storico-politica delle sfortune del Sud d’Italia e dell’emigrazione italiana in America, sottolineando nuovamente come l’idealizzazione di questo paese e il fenomeno dell’emigrazione italiana siano strettamente correlati. Levi riflette nuovamente sull’idea per cui le popolazioni contadine, lontane e oppresse dallo Stato italiano, si alimentano di numerosi miti. Tra questi, quello dell’America è senza dubbio il più prominente, per Levi il grande motore dell’emigrazione italiana verso il nuovo mondo.
In quanto mito collettivo, l’America è parte della vita quotidiana dei contadini, nell’ibridazione del linguaggio, nelle abitudini di chi fa ritorno, persino in un influsso del protestantesimo su certe abitudini sociali. Per citare lo stesso Levi, l’America è nel mito “insieme reale e irreale, concreta e fantastica, sempre presente […] come uno degli elementi essenziali del mondo pensato” (Levi, 1947: 21). Se il 1929 aveva poi segnato una battuta d’arresto alle ondate migratorie e quindi come “congelato” il mito dell’America, lo Sbarco Alleato in Sicilia lo aveva rinverdito e attualizzato, senza perdere vigore rispetto alle sue origini. Levi auspica però che questo mito si evolva, che perda parte del suo significato “magico” e si tramuti effettivamente in quello che definisce un “mito d’azione, una volontà operante” (Levi, 1947: 23), che accompagni l’Italia contadina nel suo avvicinamento allo Stato, contribuendo alla fondazione di una democrazia postbellica più inclusiva.
Numerosi riferimenti agli Stati Uniti e alla cultura americana affollano le pagine di Levi negli anni che seguono il primo viaggio e che riflettono questa esperienza. Uno degli ambiti a subire in maniera diretta il fascino dell’esperienza americana è la sua produzione letteraria per il cinema. Levi scrisse e collaborò, infatti, a diversi soggetti cinematografici. 5 Il viaggio in America stimolò in particolare la produzione di lavori che “potessero trovare una certa attenzione negli USA oltre che in Italia” (Martelli, 2016: 924). Tra questi, Oedipus (Martelli, 2016: 925–928) rappresenta il documento di maggiore interesse, in quanto traduzione in chiave filmica delle riflessioni leviane sull’America. Una rivisitazione del mito di Edipo, questo soggetto rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere il mito americano leviano. Questa proposta per il cinema illustra la vicenda di un giovane siciliano, emigrato insieme al padre negli Stati Uniti, il quale uccide involontariamente il genitore. In seguito a questo incidente, viene adottato e educato da una famiglia di classe agiata negli Stati Uniti. Il ragazzo, ribattezzato Oedipus, ritorna nel suo paese natale a seguito dell’esercito americano durante lo sbarco in Sicilia. Qui si ritrova dapprima ad uccidere inconsapevolmente il fratello che lo aveva aggredito, poi ad essere accolto nella sua vecchia casa e a montare una rivolta contro le forze occupanti tedesche. Oedipus morirà vestito da pastore sulle colline del suo paese natale, realizzando un ritorno ideale alla sua terra e alle sue umili origini.
Questa rilettura del mito di Edipo ripropone gli elementi del mito leviano, collegato quindi al tema del sacro e prodotto di una precisa concezione della storia. Soprattutto, ritroviamo in questo soggetto gli elementi fondamentali del mito americano fin qui delineati: il rapporto tra nuovo e vecchio mondo, il tema dell’emigrazione, l’America come simbolo edenico di salvezza e redenzione sociale. In calce a questo documento, spiega Martelli, Levi lascia un’appendice intitolata “Avvertenze per gli sceneggiatori,” in cui offre delle indicazioni molto precise circa la produzione del suo soggetto e getta luce sulla natura di questo lavoro. Oedipus è figlio del viaggio in America e si ricollega direttamente a quanto scritto nel saggio pubblicato su Life (Martelli, 2016: 927). Levi riconferma la doppia natura degli Stati Uniti, mitica e reale insieme, ed è attento ad indicare che i due elementi siano mantenuti in assoluto equilibrio: “Il carattere allegorico e mitico del soggetto non deve essere disgiunto da quello realistico […] ma l’uno e l’altro siano sempre e in ogni parte fusi e identificati” (Martelli, 2016: 931). In questa rappresentazione sembrano scontrarsi l’antica civiltà contadina e la nuovissima civiltà americana, che si trova necessariamente a fare i conti con le proprie origini. Martelli sottolinea come Levi suggerisca un rapporto tra il mondo siciliano della civiltà contadina e quello dell’America profonda del Sud degli Stati Uniti (Martelli, 2016: 931), un elemento che ritornerà nei suoi reportages successivi.
La natura duplice dell’America di Levi emerge chiaramente tra le pagine del romanzo L’orologio (1950), ambientato per la maggior parte nella Roma del secondo dopoguerra. In primo luogo, osserviamo l’America dei liberatori cui Levi accennava nel suo saggio su Life, simbolo di redenzione dall’oppressione della miseria postbellica. Lo vediamo nei riferimenti all’abbondanza di beni di contrabbando per le strade di Roma. 6 Ma anche nella presenza dei soldati americani che pattugliano la città con le loro jeep, simbolo di salvezza. Risulta emblematico l’episodio in cui Levi fa visita al quartiere Garbatella, all’epoca baraccopoli e sintesi della miseria del dopoguerra, dove viene scambiato per un americano e accolto come un salvatore. Ma in questo romanzo Levi riprende anche il tono suggestivo con cui aveva già descritto l’America mitica del Cristo, anche qui definita ripetutamente come un paradiso, una terra promessa. Ritroviamo quindi l’America magica dei contadini lucani nei racconti del misterioso pittore americano di Palazzo Altieri, con i suoi serpenti, gufi e volpi, che cavalcava per gli scaloni e gli androni dell’edificio.
Anche nelle pagine de L’orologio il mito americano si ricollega al tema dell’emigrazione italiana in America, che in questo romanzo comincia però a presentare toni più cupi e ad intaccare l’immagine paradisiaca fin qui delineata. Levi offre un’immagine più negativa di questa esperienza e lo possiamo verificare, tra l’altro, nel resoconto di una vecchia mendicante e del suo compagno, due emigranti di ritorno. I due raccontano laconici dei loro quarant’anni in America, del benessere materiale di cui hanno goduto, ma anche delle sofferenze e della solitudine della loro condizione di espatriati in terra straniera. Quello che più pesa in America non sono però le difficoltà materiali, spiega la mendicante, bensì le differenze culturali, l’assenza di un senso della Storia. 7 In Italia ogni pietra ha una sua storia, l’America è invece un paese senza memoria. Eppure, è proprio nella rinuncia alla Storia che si identifica la natura più autentica di questo paese, un paese che vede nel movimento continuo la sua forza più grande. Levi affida a questi personaggi delle riflessioni amare, che segnalano un cambio di prospettiva necessario per comprendere i successivi reportages americani.
L’America ricompare nelle pagine di Le parole sono pietre (1955), che si apre con la visita ad Isnello di Vincent Impellitteri, all’epoca sindaco della città di New York. Il ritorno di Impellitteri nel suo paese natale in Sicilia è accolto come la manifestazione stessa degli Stati Uniti, ed è raccontato, non senza ironia, come una vera e propria seconda venuta. A Impellitteri si portano omaggi, la sua Pontiac nera diventa un talismano da toccare, gli si chiedono miracoli, in lui si ripone la fiducia dell’intero paese per un futuro finalmente prospero. Impellitteri, tuttavia, farà soltanto dono di una piccola cifra al comune ed un’opera pubblica di discutibile utilità. Il sindaco è quindi ritratto come un simbolo sfuggente e ambiguo: sfuggente come il suo reale luogo di nascita, ambiguo quanto i suoi legami con le potenti labor unions americane, in quel periodo legate a doppio nodo alla criminalità organizzata. 8
La percezione leviana degli Stati Uniti comincia a cambiare tono nella seconda metà degli anni Cinquanta. In un breve articolo intitolato “Latte e cognac” (Levi, 1955), 9 Levi rievoca un curioso episodio della sua prima visita americana, un giorno in cui, vittima di un forte raffreddore, si prese gioco di un famoso barman di New York. Levi mette in evidenza l’ingenuità con cui, a suo avviso, gli americani sono soliti credere a certe facili letture psicanalitiche. Questo aneddoto diviene però occasione per una riflessione più ampia sul conformismo americano, anche questo un tema centrale nei suoi successivi scritti di viaggio. Non è tuttavia questo episodio il centro focale del saggio, lo sono le descrizioni pittoriche e puntuali degli elementi naturali che diventano un’occasione di riflessione più ampia sul paese intero.
Lo scritto si apre infatti con una parentesi lirica, in cui Levi immortala la primavera di New York, definita come “una stagione selvaggia”. Levi descrive i venti freddi dell’inverno che si mescolano ai primi caldi tropicali, mentre le correnti aeree portano immagini di luoghi lontanissimi e nel cielo nuvole multiformi incontrano il vapore dei marciapiedi di New York. Scrive Levi: Quest’aria mossa, piena di vastità sconfinata, di impulsi continuati e di libertà senza limiti, questi balzi improvvisi del clima che portano il richiamo e l’asprezza degli angoli più remoti del mondo, danno un senso di apertura sulle cose senza segreti, e una continua eccitazione intellettuale. (Levi, 2003: 187)
Il cielo d’aprile sopra la città di New York diviene emanazione e sintesi di una nazione intera. Levi fa quindi risalire il conformismo in seno alla società americana alla compresenza di forze culturali inconciliabili, come tale risulta quindi la risposta ad un’esigenza sociale, uno strumento necessario per contrastare un’inevitabile dispersione culturale.
Ritorno in America e superamento del mito
Dopo questo ritorno esclusivamente “letterario”, nel maggio del 1960 Levi viaggia nuovamente negli Stati Uniti, questa volta ospite della Wayne University di Detroit, all’epoca una città in forte espansione industriale. L’impatto con il paese è molto diverso rispetto a quello di tredici anni prima. Levi consegna le sue impressioni di viaggio ad una serie di reportages che vengono pubblicati sul quotidiano La Stampa tra il maggio e il luglio del 1960. Sono brevi scritti in cui con grande acume riesce a cogliere i profondi cambiamenti in seno alla società americana a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. Il tono è però decisamente diverso dai suoi scritti precedenti, tanto che le conclusioni che trae sul paese sono molto lontane dall’entusiasmo della sua prima visita e confermano un cambiamento di prospettiva già anticipato in alcuni dei suoi scritti precedenti.
Nel 1947 Levi aveva incontrato l’America di Harry Truman, uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale e depositaria del successo economico del New Deal rooseveltiano. Un grande ottimismo trapelava nella nazione, mentre un evidente benessere sembrava coinvolgere ogni aspetto della quotidianità senza sconvolgerne le dinamiche sociali. La stessa percezione degli Stati Uniti in Italia e nel mondo occidentale, inoltre, era ancora grandemente positiva. Nel 1960 Levi entra invece in contatto con un’America al principio della guerra fredda, in cui fervono cambiamenti sociali che alterano radicalmente la vita delle città, il tessuto sociale e il mondo del lavoro. Levi si trova come sopraffatto da quella che descrive nei termini di una vera e propria rivoluzione industriale, urbanistica e sociale che faticherà ad accettare pienamente, guardando con nostalgia al suo primo viaggio.
Da un punto di vista stilistico, Levi alterna aneddoti personali a ritratti di personaggi, riflessioni teoriche a descrizioni liriche di paesaggi. Non si tratta di una tecnica inedita per la prosa leviana, ma in questi scritti risulta particolarmente efficace per la capacità di catturare con pochi tratti alcuni aspetti-chiave della realtà che osserva. L’approccio di Levi è quindi quello del pittore. I temi su cui focalizza la sua attenzione sono il conformismo e l’elitismo della società americana; i limiti della massificazione sociale e mediatica; l’urbanizzazione e l’industrializzazione sfrenata; l'emarginazione e la segregazione delle classi meno agiate; l’assenza di un senso della Storia in seno alla cultura di questo paese. Si affievolisce o scompare del tutto quella visione mitica che aveva fin qui contraddistinto quanto scritto in precedenza sull’America.
Nel primo di questi reportages, intitolato “Passaggio a Detroit”, Levi rievoca il suo ritorno in America per la prima volta dopo tredici anni (Levi, 2003: 191–194). 10 Nello spazio senza tempo del viaggio in aereo, Levi si dice consapevole dei cambiamenti che erano avvenuti in seno al paese ed è ansioso di poterne cogliere i segni in questa sua pur breve visita. Nonostante l’emozione, si chiede anche se l’America che aveva incontrato in precedenza sia finalmente cresciuta, se la “sua forza senza radici, fatta di pura energia in movimento” sia finalmente maturata (Levi, 2003: 192). Già nel buio dell’atterraggio, però, l’America gli appare estranea, come “una terra di lumi, di strade intersecate, di disegni geometrici e curve, come una città sterminata di lampade, tutta scritta, esplicita e colorata” (Levi, 2003: 192). L’incontro con la città di Detroit è addirittura disarmante.
Nel percorso in auto dall’aeroporto all’albergo che lo avrebbe ospitato, Levi rimane colpito dall’assenza di figure umane in strada e dall’onnipresenza di automobili. Gli unici pedoni che osserva sono ombre furtive che scorge dal finestrino in quartieri che i suoi accompagnatori ritengono malfamati e che invitano ad evitare. Si tratta di portoricani e afroamericani, ormai segregati negli spazi urbani abbandonati dalle famiglie della classe media, per lo più bianca e protestante. Sono questi gli anni del white flight, un fenomeno architettonico e sociale collocabile tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che definisce lo stereotipo di un’America suburbana, popolata da famiglie della media e piccola borghesia in fuga da crimine e disagio sociale. 11
Nella testimonianza di Levi questa “jungla urbana” contrasta con l’ambiente idilliaco dell’Università che ospita un convegno sui problemi attuali dell’Italia e degli Stati Uniti. Lontano dal mondo e dal tempo, l’elitismo sembra una cifra dell’America contemporanea, un subdolo risvolto della segregazione razziale appena osservata. Come già notato, Levi è un attento lettore di paesaggi, naturali e urbani insieme. Nel saggio intitolato “Volto di Detroit tra officine e campagne” Levi approfondisce il tema della segregazione razziale, legandolo da una parte alla topografia della città, dall’altra all’industrializzazione dell’intera regione. La sua attenzione si concentra sul ruolo che gli spazi architettonici delle città americane giocano sul fenomeno della segregazione razziale. Levi fa risalire le origini di questa separazione fisica ad un’antica paura, intesa secondo i precetti di Paura della libertà, in seno alla cultura egemone. Le conclusioni che tuttavia raggiunge sono, per il momento, ottimiste. Confronta infatti l’enorme massa di emarginati sociali ad una civiltà contadina la cui svolta è prossima a giungere (Levi, 2003: 197). È il 1960, l’alba dei movimenti per i diritti civili, in pochi anni le università americane saranno veramente centro di un grande movimento verso il cambiamento sociale. Levi in questo è profetico, anticipando le proteste e gli scontri che definiranno il decennio successivo.
In altri scritti, Levi condivide riflessioni di carattere più teorico. Nel saggio “La morale della velocità” racconta di un viaggio in automobile di ritorno da Croton On Hudson, un sobborgo rurale a nord di New York City, insieme ad un amico (Levi, 2003: 207–210). 12 Questi sottolinea come la vera anima dell’America sia nella connessione, nel movimento continuo di uomini, merci, professioni. La velocità annulla il tempo e lo spazio, un’altra cifra del paese fin qui osservato. Di ritorno a New York, Levi sembra però voler rifiutare questo moto continuo della città, il suo cambiamento costante, la verticalità che esprime nel suo ergersi su torri sempre più alte. Trova spiacevoli perfino le superfici bianche del museo Guggenheim, da poco inaugurato, che trova addirittura ostile alla pittura (Levi, 2003: 200). Fatica, infine, a riconoscere luoghi da lui amatissimi, ricercando le tracce della città che aveva incontrato in precedenza. Sentendosi estraneo alla New York di oggi, Levi racconta di aver cercato rifugio in una pizzeria lucana da lui frequentata nel precedente viaggio. Il locale è cambiato nell’aspetto, ma non nell’ospitalità. Tuttavia, questo incontro non è sufficiente a scrollare di dosso l’idea che la sua New York sia un luogo ormai lontano nella memoria. Con un ultimo sguardo, Levi osserva la metropoli “come un borgo di torri immobili, chiuso nella superbia anacronistica di un orizzonte medievale” (Levi, 2003: 210).
Queste riflessioni sulla velocità degli Stati Uniti sono l’occasione per considerare il rapporto di questo paese con la Storia e la sua assenza di radici, un tema già introdotto nell’Orologio e già presente nelle sue analisi, compresi i dubbi manifestati a Linuccia Saba in occasione del suo primo viaggio. Levi ritorna con maggiore chiarezza su questa idea in un’altra testimonianza, intitolata “I cavalieri e gli spettri”, un saggio in cui contesta l’opinione che l’America sia espressione massima della civiltà occidentale. Nulla è più lontano da questa idea degli Stati Uniti, proprio per questa società che hanno creato “senza dei, senza passato, e senza storia” (Levi, 2003: 216). Come scrive Sergio D’Amaro, “la perdita di memoria, la perdita di pietas è inammissibile per Levi” (D’Amaro e Ritrovato, 2003: 102). Il mito dell’America sembra ormai definitivamente tramontato e, in quest’ultimo reportages, Levi mette addirittura in guardia l’Europa dal rischio di perdere la propria storia e la propria identità, quando scrive riflettendo tra vecchio e nuovo mondo: “In queste storie […] li abbiamo avvolti: sicché come noi in questa falsa identificazione andiamo perdendo il senso della nostra storia, essi [gli americani] vanno perdendo il senso e il valore della loro non storia” (Levi, 2003: 218).
Verso altri miti
Il ritratto che Levi offre dell’America in questi reportages è laconico e ambiguo, il suo giudizio finale profondamente critico. I temi affrontati in questi saggi possono collocare Levi sul solco di una tradizione prettamente novecentesca di narrativa di viaggio che si è concentrato in particolar modo sugli Stati Uniti dagli anni Trenta agli anni Sessanta. Da un lato l’immagine mitica degli Stati Uniti evoca l’America introdotta al pubblico italiano da Cesare Pavese ed Elio Vittorini, nonostante la visione da questi offerta avesse origini prettamente letterarie (Marazzi, 1997: 83–87). Le critiche alla società di massa e all’industrializzazione del paese richiamano invece alcune delle pagine di America amara (1940) di Emilio Cecchi – un testo di polarità opposta all’americanismo di Pavese e Vittorini (Burdett, 1996) – nonostante questo documento preceda gli scritti di Levi di qualche decennio e sia il prodotto di un contesto storico molto differente. Manca inoltre a Levi il tono quasi feroce con cui Cecchi critica le contraddizioni in seno alla società americana, conseguenza di un’esperienza particolarmente complessa. Al contrario, l’entusiasmo per alcuni aspetti della vita di New York e, più in generale, delle grandi metropoli americane, suggerisce un parallelo con il precedente costituito da America primo amore (1935) di Mario Soldati, al quale lo avvicina anche uno stile personale e lirico nelle descrizioni dei paesaggi urbani.
Reportages cronologicamente più vicini all’esperienza leviana, che immortalano quindi il medesimo momento di sviluppo socioeconomico del paese, offrono un confronto però più efficace. L’attenzione documentaristica – che comunque Levi dimostra ad intermittenza, in favore di un tono lirico ed impressionistico – ma soprattutto l’interesse per gli aspetti sociali e politici del paese, suggerisce in primo luogo un confronto con il De America (1953) di Guido Piovene. Quest’opera ambiziosa, prodotto di un viaggio di 15 mesi attraverso 38 stati americani, indaga con grande acume giornalistico un'America in cambiamento, nel passaggio dal Democratico Harry Truman al Repubblicano Dwight Eisenhower. Il confronto con questo specifico periodo storico avvicina Levi soltanto in superficie a Piovene, visto che questi rivela un’adesione a numerosi aspetti della società americana che lo allontana grandemente dalle posizioni leviane. Piovene, a distanza di anni, fu infatti criticato per avere omesso molti degli aspetti più controversi e ambigui della società americana, come le tensioni razziali, il maccartismo, l’onnipresente influenza delle lobbies sul sistema politico, in favore di un ritratto troppo facilmente entusiasta del paese (Luconi, 2011).
Le descrizioni liriche di New York negli scritti dedicati al primo incontro con la città quasi impongono un confronto con i reportages di viaggio di Italo Calvino dagli Stati Uniti. Calvino aveva documentato una serie di soggiorni negli Stati Uniti, pubblicati tra il 1960 e il 1963. 13 Lo scrittore ligure è più minuzioso e rigoroso di Levi nell’assorbire la complessità dell’esperienza americana, estendendo le sue osservazioni a diverse aree del paese, pur esprimendo una prospettiva molto personale. Quello che rende le due esperienze comparabili, inoltre, è il confronto con il medesimo periodo storico. L’adesione di Calvino non ha però eguale rispetto ai commenti pur positivi di Levi. Anche Calvino osserva per esempio con una certa nostalgia i cambiamenti di New York, avvenuti nel giro di pochi mesi. Questi ne accetta però il cambiamento continuo come cifra del dinamismo sociale e culturale del paese, al contrario di Levi che guarda con nostalgia, non tanto al suo primo viaggio, sembrerebbe, quanto alla sua idea primigenia di America. 14
Nonostante le affinità con questi autori, le differenze sono fondamentali. Manca agli scritti di viaggio leviani il rigore documentario di Piovene o l’esuberanza di Calvino, al netto della voce personale e dei pregiudizi che ognuno di questi autori inevitabilmente esprime. La definizione di scritti di viaggio, inoltre, è di per sé limitante in riferimento a questi articoli de La stampa, non tanto perché fanno riferimento ad un’esperienza relativamente circoscritta, rispetto ai suddetti autori, ma soprattutto perché difficili da prendere in considerazione come opere a sé stanti. Questi reportages sono infatti da considerare come l’approdo di un lungo percorso leviano di riflessione sugli Stati Uniti. Per meglio comprendere la visione di Levi sull’America, questi saggi vanno dunque inseriti nel contesto di una indagine all’interno dell’immaginario leviano che inizia con gli americani di Aliano e la creazione di un mito americano. Questi reportages di viaggio rivelano molto più di Levi stesso che della sua visione di questo paese.
Sarebbe tuttavia sbagliato liquidare questi scritti come prodotto di impressioni fugaci: le riflessioni di Levi sono quantomai puntuali ed efficaci nel ritrarre un decennio chiave per gli Stati Uniti, osservati da una speciale prospettiva che possiamo definire “europea”. Levi dimostra una conoscenza viva della materia che tratta, alla base della quale vi è certamente uno studio approfondito. Questo è a sua volta arricchito da un rapporto molto forte con alcune figure-chiave della classe intellettuale americana, che fanno da filtro alla sua comprensione della cultura statunitense nel decennio che intercorre tra i suoi due viaggi. Il riferimento è qui ad alcuni dei protagonisti della migrazione culturale nel periodo tra le due guerre, si pensi ad esempio a Gaetano Salvemini o Nicola Chiaromonte, due sodali la cui esperienza americana termina però già nei primi anni Cinquanta. Un raffronto più pertinente è forse con studiosi come Max Ascoli, Paolo Milano, oppure ancora Ugo Stille, intellettuali italiani “in esilio” che hanno contribuito alla divulgazione dell’opera di Levi negli Stati Uniti e che furono non solo lettori attenti delle sue opere, ma interlocutori preziosi per la comprensione della società americana. 15
Tra questi una figura chiave fu soprattutto Max Ascoli, con il quale Levi condivise un rapporto di amicizia e stima professionale durato numerosi anni. Il carteggio Levi-Ascoli ospitato presso gli archivi di Boston University mostra un’attenzione molto viva ai fatti politici italiani e americani, che vengono commentati in lunghe missive insieme a questioni editoriali e private. Questo rapporto era stato già messo in evidenza da Sandro Gerbi, in occasione della pubblicazione di un saggio inedito sul neofascismo, intitolato “La serpe in seno” (Levi, 1996), commissionato da Ascoli per il suo Reporter nel 1952 ma mai pubblicato sulle pagine della rivista. Nei loro scambi, Levi ed Ascoli si aggiornano continuamente sugli eventi politici, condividono le medesime paure nei confronti di una possibile recrudescenza neofascista in Italia, si preoccupano per il futuro delle democrazie occidentali nel dopoguerra. Ascoli aggiorna Levi e commenta da un punto di vista molto personale alcuni eventi-chiave della vita politica americana, come il suo sconforto per l’elezione di Eisenhower a scapito del candidato democratico nel novembre 1952. Gerbi suggerisce come il rapporto fra i due sembri affievolirsi proprio a causa di un divergere di opinioni politiche intorno agli anni Sessanta, in particolare per l’ossessione di Levi per le questioni contadine e per il suo avvicinamento al partito comunista (Gerbi, 1996: 53). Mentre tale asserzione andrebbe verificata con ulteriori riscontri epistolari, queste conclusioni si possono applicare al rapporto dello stesso Levi con gli Stati Uniti.
Le pagine del carteggio con Ascoli mostrano una sincera amicizia almeno fino al 26 marzo 1962, data dell’ultima lettera disponibile nell’archivio. Il ruolo di Max Ascoli va però ben oltre quanto evidenziato finora da Gerbi. Il 26 novembre 1945, quando Ascoli contatta Levi dopo anni di silenzio, ancora prima di invitarlo a collaborare con Reporter, lo prega di fornirgli alcune testimonianze dell’Italia contemporanea. È Ascoli a suggerire a Levi di abbandonare ogni ambizione giornalistica e di utilizzare il suo “sguardo da pittore”. 16 Quando la loro collaborazione verrà ufficializzata, Ascoli si rivolgerà a Levi non soltanto per la sua fama acquisita con il Cristo o in nome della loro amicizia, ma soprattutto per la fiducia quasi assoluta nella sua capacità di analisi. Le riflessioni dello stesso Ascoli hanno infine un forte impatto sulla sua comprensione degli Stati Uniti d’America. È ragionevole pensare, ad esempio, che l’amico che accompagna Levi nel viaggio da Croton sia proprio lo stesso Ascoli, a dimostrazione dell’impatto delle sue idee su quelle di Levi. 17 I punti di divergenza con Ascoli sono forse nel rapporto con una medesima idea di America: se Ascoli abbraccia questo paese della velocità, del moto continuo, Levi ad un certo punto lo rifiuta, a prescindere da questioni di natura prettamente politica.
In ultima istanza, Levi aveva fatto suo il mito contadino di un’America benevola, ma questa idea si sfalda lentamente e crolla in occasione del suo ultimo incontro con il paese. Altri luoghi divengono potenziali ricettacoli delle aspirazioni che avevano definito il mito americano nei suoi contorni originali. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Levi viaggia in diverse parti d’Italia e del mondo, tra cui l’Unione Sovietica, l’India, la Cina. I viaggi in questi luoghi danno vita a dei vasti reportages e a nuove adesioni. Nei suoi resoconti di due mesi di viaggio nell’Unione Sovietica il tono è entusiastico: Levi offre una serie di ritratti di luoghi e personaggi e si dice completamente sedotto dall’energia di questi. 18 Vede infatti negli operai delle fabbriche sovietiche la stessa energia, la stessa “modesta fierezza dei contadini lucani”. In un passaggio descrive l’Unione Sovietica come un paese di contadini, quasi l’immagine di una Lucania redenta (Scianatico, 2016: 561). Anche i suoi scritti sull’India rivelano un fascino assoluto per luoghi ancestrali dove mito e realtà, passato e futuro si fondono. 19 I reportages sulla Cina, pubblicati su La Stampa a partire dal 1959, mantengono il medesimo tono. 20 Questi scritti descrivono infatti il paese come una multiforme società contadina pronta ad affermarsi. Levi sembra eleggere questi luoghi del mondo a nuova destinazione “mitica”, che da un certo punto di vista soppianta “l’isola nel cielo” che un tempo non lontano credeva fossero gli Stati Uniti d’America.
In volo verso l’America nel 1960, Levi si chiede se qualcosa fosse maturato nella “forza senza radici” del paese che avrebbe incontrato dopo tredici anni. Il riscontro con il paese è evidentemente negativo: il mito magico dell’America non si è fatto “mito d’azione” e i cambiamenti in seno al paese lo hanno addirittura allontanato all’ideale formulato anni prima. Molto è cambiato anche in Levi, che sembra aver trovato in altri luoghi del mondo un’alternativa più convincente. Il percorso di riflessione intellettuale che Levi realizza nei confronti della cultura americana è però pieno di fascino proprio alla luce della sua conclusione imperfetta, per i quesiti che pone e le tematiche che analizza. Questi scritti americani rivelano non soltanto la personale visione leviana degli Stati Uniti, ma le preoccupazioni più intime dello stesso Levi sul futuro dell’Europa e delle democrazie occidentali. Il suo giudizio negativo sulla società americana nulla toglie alla qualità, all’oggettiva bellezza e all’accuratezza dei ritratti che ci offre degli Stati Uniti in uno snodo così cruciale della loro storia. Attraverso una riflessione lunga più di un decennio, Levi riesce a cogliere con pochi tratti la complessità e le contraddizioni di un paese che non rappresenta per lui più un paradiso in terra, ma che rimane al centro del suo immaginario letterario e stimola un confronto con altri luoghi, reali e immaginari insieme.
